L’irrisolta questione curda in Turchia

Per comprendere la situazione curda è necessario analizzare ed approfondire il contesto nel quale essa si sviluppa a livello nazionale ed internazionale: qualsiasi sia l’esito delle elezioni anticipate del 1° Novembre, seguirà un periodo di crescente instabilità.

Elena Baracani, Merve Calimli

ImmagineI Curdi rappresentano uno dei popoli più numerosi a non possedere uno Stato sovrano. Per dimensioni costituiscono il quarto gruppo etnico del Medio Oriente. Parlano una propria lingua di origine indo-europea e professano, in maggioranza, la religione islamico-sunnita. La caduta dell’Impero ottomano ha, di fatto, diviso il popolo curdo all’interno dei confini di quattro Stati: Iran, Iraq, Siria e Turchia. Da quel giorno, i Curdi hanno sempre inseguito il riconoscimento internazionale, i diritti politici, l’autonomia e l’indipendenza.
Si stima la presenza di 30 milioni di Curdi nelle regioni del Medio Oriente. La metà di essi vive in Turchia, rappresentando il 18% della popolazione complessiva (14,7 milioni su 81,6)[1], ma non sono riconosciuti come minoranza nazionale[2]. La questione curda in Turchia trae le sue origini dalla lotta armata iniziata dal PKK (Partito Curdo dei Lavoratori) nel 1984 nei confronti di Ankara per ottenere la nascita di uno Stato indipendente curdo d’ispirazione socialista. Tale guerra ha finora causato circa 40.000 vittime. Il Governo turco ha sempre negato la possibilità di negoziare con il PKK e lo ha incluso nella lista delle organizzazioni terroristiche, così come gli Stati Uniti e l’Unione Europea[3].

Nel 1999, il leader del PKK, Abdullah Öcalan, dopo essere stato arrestato e giudicato di fronte ad un tribunale turco, ha dichiarato che gli obiettivi della sua organizzazione si sarebbero limitati, da quel momento, unicamente al raggiungimento di una maggiore autonomia per la popolazione curda. La sentenza di condanna a morte per Öcalan non è mai stata eseguita, anche perché la UE poneva l’abolizione della pena di morte tra le condizioni che la Turchia doveva rispettare per l’apertura dei negoziati di adesione[4].
La cattura del leader del PKK e la sua rinuncia all’idea di uno Stato curdo indipendente ridussero i costi politici dell’adeguamento alle riforme democratiche richieste dalla UE a tutela della minoranza curda. Di conseguenza, furono varate alcune significative riforme poste a tutela dei diritti culturali della minoranza curda.
Dalla nascita dell’AKP (Adalet ve Kalkınma Partisi – Partito della Giustizia e dello Sviluppo) fino alla sua scalata al potere, la questione curda è stata affrontata in un’atmosfera di violenza continua, favorita sia dalle tensioni interne, sia dall’instabilità della regione, in particolare dalla situazione in Iraq e in Siria. Le azioni del Governo AKP per far cessare il conflitto, intraprese a partire dagli anni 2000, possono essere ricomprese in tre cicli di iniziative politiche:
1. le aperture curde del 2009;
2. i negoziati tra funzionari di stato turchi e il PKK, chiamati anche Processo di Oslo, tenutisi tra il 2008 e il 2011;
3. il Processo di Pace iniziato alla fine del 2012. Purtroppo, tutti questi tentativi non sono stati coronati da successo.
Nell’agosto del 2009, durante il processo delle ‘aperture curde’, sotto la leadership del Ministro dell’Interno Beşir Atalay, diversi incontri furono organizzati con giornalisti, intellettuali e ONG per avviare un dibattito pubblico[5], ma tali sforzi non riuscirono a coinvolgere i partiti politici[6] e già entro la fine dell’anno furono abbandonati. Durante il Processo di Oslo, a partire dal settembre del 2008, diplomatici del Governo turco incontrarono rappresentanti del PKK[7], ma anche questi sforzi furono vanificati dagli attacchi del PKK nelle città di Silvan e Diyarbakır nel 2011 e dalla forte risposta del Governo turco[8].

L’intensità del conflitto diminuì notevolmente nel 2013, dopo che i colloqui tra il Governo turco e il leader del PKK Öcalan ripresero verso la fine del 2012, nell’ambito del Processo di Pace. Il 28 dicembre 2012, il Primo Ministro, Recep Tayyip Erdoğan, rivelò che i servizi segreti (MIT) avevano incontrato Öcalan nella prigione dell’isola di Imrali per cercare di trovare una soluzione[9]. Questo sviluppo favorì una serie di incontri tra i delegati del Partito della Pace e della Democrazia (BDP)[10] e Öcalan, che portarono le due parti, nel marzo del 2013, ad esprimersi a favore della fine della lotta armata. Questo fragile processo di pace fu ripetutamente messo alla prova dalle violazioni al cessate il fuoco e dall’instabilità causata dai conflitti in Iraq e in Siria, dove il PKK aveva nel frattempo trovato rifugio. Nel 2014, il rifiuto del Governo turco di aiutare i Curdi siriani contro il Daesh nella battaglia di Kobane provocò violente proteste tra la popolazione curda in Turchia.

Non è semplice affrontare la questione curda da un’unica prospettiva, è necessario analizzare ed approfondire il contesto nel quale essa si sviluppa a livello nazionale ed internazionale. All’interno dei confini, la questione curda è stata affrontata dal partito di Governo, l’AKP, sin dalle elezioni del 2002, come un mezzo per legittimarne le credenziali democratiche attraverso, per esempio, le riforme adottate per rispettare la condizionalità della UE a tutela delle minoranze. A livello internazionale, invece, la questione curda deve essere contestualizzata all’interno della politica estera della Turchia, definita dal Ministro degli Esteri come politica del “nessun problema con i vicini” e diretta, in particolare, verso Siria e Iraq. Quindi laddove, a livello domestico la questione curda viene considerata come un problema di democratizzazione, a livello internazionale riguarda la stabilità regionale.

Oggi la Turchia si trova a dover affrontare una situazione di stallo su entrambi i fronti. All’interno del Paese, le elezioni politiche del giugno scorso hanno condotto ad un risultato sorprendente: per la prima volta dal 2002, il partito di Erdogan non ha ottenuto la maggioranza parlamentare e, per la prima volta, il partito filo-curdo HDP (Partito Democratico dei Popoli) ha ottenuto il 13% dei voti, superando la soglia di sbarramento del 10%. La sola presenza dell’HDP all’interno del Parlamento ha evitato che l’AKP ottenesse la maggioranza assoluta e lo ha costretto a tentare di formare un Governo di coalizione. Ma i negoziati tra AKP, CHP (Partito Repubblicano del Popolo), MHP (Partito del Movimento Nazionalista) e HDP non hanno avuto successo. La Turchia si sta avviando verso le elezioni anticipate, fissate per il 1° Novembre. Nel periodo che ha preceduto queste elezioni, la Turchia non ha portato avanti il processo di democratizzazione, anzi vi è stato un cambiamento di rotta a causa delle emergenti tendenze autoritarie del Governo AKP sotto la leadership di Erdogan, sia come Primo Ministro, dal 2002, sia come Presidente, dal 2014. Anche la situazione dei media e della libertà di espressione è, in generale, peggiorata. Freedom House ha riportato che il Governo AKP avrebbe utilizzato finanziamenti pubblici per influenzare la copertura della stampa su eventi politici ritenuti sensibili dal partito al potere, come le proteste antigovernative di Gezi Park del maggio del 2013. Inoltre, le autorità continuano ad usare il codice penale, in particolare le leggi sulla diffamazione, sull’antiterrorismo e sulla formazione di organizzazioni illegali, per comminare pene severe contro giornalisti ed editori, facendo risultare la Turchia, nel 2013, per il secondo anno consecutivo, il Paese con il maggior numero di giornalisti in prigione[11].

A livello internazionale, la questione curda è divenuta prominente nel confronto con gli Stati Uniti sulla Siria e l’Iraq. Il supporto garantito dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti ai gruppi combattenti affiliati al PKK ha causato forti tensioni in Turchia. Alcuni esperti hanno chiesto agli Stati Uniti di rimuovere il PKK dalla lista delle organizzazioni terroristiche a causa del contributo sostenuto dalle milizie curde del Partito dell’Unione Siriana Democratica (PYD) nei combattimenti sul terreno contro il Daesh. Come ha osservato l’ambasciatore statunitense in Turchia, Edelman, la recente decisione del Governo turco di consentire agli Stati Uniti l’uso della base aerea di Incirlik è dovuta principalmente a considerazioni di politica interna piuttosto che ad un ripensamento della strategia turca sulla Siria. Edelman sottolinea che, subito dopo aver garantito l’accesso alla base, il Presidente Erdogan ha dato il via libera ad un’ondata di attacchi aerei contro obiettivi curdi e ritiene che il prezzo di questo accordo potrebbe essere troppo alto se si considerano i problemi di stabilità della Turchia[12]. Infatti, il 24 luglio, la Turchia ha attaccato simultaneamente il Daesh e il PKK, bombardando le postazioni di quest’ultimo in Siria e nel Kurdistan iracheno, terminando, di fatto, un cessate il fuoco durato due anni. Successivamente,
si è verificato un attacco suicida, attribuito a Daesh, che ha ucciso 32 persone a Suruc, città a maggioranza curda al confine con la Siria[13].

Il dualismo tra il livello domestico e quello internazionale della questione curda mostra che la perdita della maggioranza parlamentare conduce Erdogan ad una strategia elettorale fondata principalmente sulla costruzione della figura di un nemico pubblico interno ed esterno. Ciò porterà ad un conflitto tra Curdi e nazionalisti turchi. Alimentando i fuochi nazionalisti, la speranza di Erdogan è quella di catturare i voti dei nazionalisti turchi, riacquisendo la maggioranza assoluta in occasione delle prossime elezioni. Con questa strategia elettorale, oggi la Turchia sta pagando le conseguenze della divisione in nemici/amici al proprio interno. A Cizre, città di 100.000 abitanti sita nella provincia sudorientale di Sirnak, a causa di scontri tra le forze di sicurezza e i militanti del PKK, il Ministro dell’Interno, Selami Altinok, ha dichiarato che sono stati uccisi tra i 30 e i 32 terroristi, mentre altre fonti dichiarano l’uccisione di 20 civili dopo 8 giorni di guerriglia[14]. L’apice è stato raggiunto il 10 ottobre ad Ankara, quando la Turchia ha vissuto il più violento attacco terroristico della sua storia durante una manifestazione intitolata ‘Lavoro, Pace e Democrazia’, organizzata dalla Confederazione dei sindacati di sinistra (DISK), dalla Confederazione delle unioni dei lavoratori del settore pubblico (KESK), dall’Unione
delle Camere degli ingegneri e degli architetti (TMMOB) e dall’Associazione dei medici (TTB) e sostenuta da attivisti di sinistra e curdi.

Adesso, la Turchia, a livello interno con il processo di democratizzazione in declino, e a livello internazionale circondata da tensioni e violenza crescente, si trova a dover affrontare le elezioni anticipate. Tale appuntamento potrà portarla verso un indebolimento del nazionalismo turco e curdo oppure ad un altro Governo a maggioranza AKP, espressione del crescente nazionalismo turco. In entrambi i casi, è molto probabile che attraverserà un periodo di crescente instabilità interna e regionale.

di Elena Baracani, ricercatrice in Scienza Politica presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna, dove attualmente insegna ‘Europe in World Politics’ e ‘External Relations of the EU’
e Merve Calimli, dottoranda presso l’Università di Bologna e la Instanbul Bilgi University

Riferimenti Bibliografici

[1] Dei restanti, 8,1 milioni sono stanziati in Iran (10% della popolazione),5,5 in Iraq (17,5%), e 1,7 in Siria (9,7%) (CIA World Factbook).
[2] I Curdi sono considerati come Turchi di origine curda, poiché il Trattato di Losanna (1923) riconosceva ufficialmente come minoranze nazionali solo gli Armeni (circa 5.000), gli Ebrei (circa 50.000) e i Greci (circa 5.000).
[3] Official Journal of the European Union, http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/PDF/?uri=CELEX:32015D1334&qid=1440691334018&from=EN
[4] Faroz Ahmad, Turkey: The Quest for Identity, Oxford; 2003: 165-166.
[5] Mesut Yeğen, The Kurdish Peace Process in Turkey: Genesis, Evolution and Prospects http://www.iai.it/sites/default/files/gte_wp_11.pdf
[6] Yılmaz Ensaroğlu, Turkey’s Kurdish Question and the Peace Process, February 21, 2014.
[7] Mesut Yeğen, ibid.
[8] Yılmaz Ensaroğlu, ibid.
[9] Erdoğan: İmralı ile görüşmeler devam ediyor http://www.radikal.com.tr/politika/erdogan_imrali_ile_gorusmeler_devam_ediyor-1114417
[10] Partito pro-curdo creato nel 2008.
[11] https://freedomhouse.org/report/freedom-press/2014/turkey#.VfHJHmSeDGc
[12] Eric S. Edelman, Americas dangerous bargain with Turkey, August27, 2015. http://www.nytimes.com/2015/08/27/opinion/americasdangerous-bargain-with-turkey.html
[13] Council on Foreign Relations, The Time of The Kurds, http://www.cfr.org/middle-east-and-north-africa/time-kurds/p36547?gclid=CJue38mr6McCFYu4GwodHPQNmw#!/?cid=ppc-Google-grantkurds_infoguide-072715
[14] http://www.hurriyetdailynews.com/council-of-europe-urges-immediate-access-to-cizre-by-independent-observers.aspx?pageID=238&nID=88335&NewsCatID=510

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *