La campagna elettorale dei Kurdi in Turchia

Con il risultato delle elezioni del 1° novembre, molti temono che in Turchia niente sarà più come prima. I nodi principali della “Questione Kurda” restano irrisolti e l’opposizione armata del PKK non è cessata

Piero Castellano

ImmagineCon il risultato delle elezioni del 1° novembre, molti temono che in Turchia niente sarà più come prima. Alcune cose, però, non sono cambiate: le migliaia di turisti che percorrano di sabato, tra le 12 e le 12.30, quel lungo centro commerciale che è diventata via Istiklal a Istanbul, possono ancora assistere ad uno spettacolo particolare.
Decine di donne, molte vestite di nero, altre in abiti tradizionali, col capo coperto, siedono nella piazza di fronte allo storico Liceo Galatasaray, ognuna con un cartello. Su ciascuno di essi vi è la foto di una persona con una data. Davanti al gruppo di donne, e alle decine di volontari che le accompagnano, c’è uno striscione nero. Recita: “I colpevoli sono noti. Dove sono gli scomparsi?”

Qualche turista scatta foto, pochi chiedono informazioni, meno ancora ne ricevono: quasi nessuno, tra le donne e i volontari, parla Inglese. Alcune delle donne parlano poco anche il Turco. Sono le “Madri del Sabato”, quasi tutte kurde, madri e parenti di persone scomparse durante la repressione della guerriglia kurda nel Sud Est della Turchia negli anni caldi del conflitto con il PKK. Il PKK, il “Partito dei Lavoratori del Kurdistan”, è un gruppo armato considerato terrorista dalla Turchia, dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti. Fondato nel 1978, si diede alla lotta armata negli anni della dittatura militare dopo il colpo di stato del 1980 e diventò rapidamente il principale gruppo indipendentista kurdo. La guerriglia e le operazioni militari per sopprimerla causarono più di 40.000 morti, circa 5.000 dei quali tra militari e forze di polizia. Durante gli anni dello “Stato d’Emergenza” nelle regioni a maggioranza kurda, negli anni ’90, le operazioni antiguerriglia delle forze di sicurezza degenerarono in quella che fu chiamata “la sporca guerra”. Come in America Latina, intellettuali, sindacalisti, attivisti per i diritti umani e civili kurdi sospettati di nutrire simpatie per il PKK, furono perseguitati, arrestati, spesso torturati. Molti altri, semplicemente, scomparvero.

Le donne in nero sedute in piazza Galatasaray raccontano storie sempre uguali: un marito, un fratello, un padre o un figlio, a volte una figlia, vennero prelevati a casa o per strada da uomini armati, in abiti civili, e portati via a bordo di Renault 12 bianche, le famigerate “Beyaz Toros.” A volte, dopo giorni o settimane ne venivano ritrovati i corpi con segni di tortura. Più spesso, non se n’è saputo più niente. Sabato 27 Maggio 1995, alcune delle madri degli scomparsi seguirono l’esempio delle madri argentine di Plaza de Mayo e parteciparono al primo sit-in in piazza Galatasaray esponendo le foto dei figli scomparsi e chiedendo giustizia. Al primo meeting parteciparono 30 persone. Oggi sono migliaia. Decine di fosse comuni con i resti di molti degli scomparsi continuano a venire alla luce. Prima degli ultimi dodici mesi, le cose sembravano cambiate per i Kurdi di Turchia.

L’ingerenza dei militari in politica è ormai un ricordo e i crimini commessi durante lo Stato d’Emergenza rappresentano una verità accettata da gran parte della società. Per i Kurdi, non costituisce più reato parlare la propria lingua. Esistono, inoltre, trasmissioni della TV di Stato in Kurdo e leggi recenti prevedono l’insegnamento in lingua kurda. Nonostante i miglioramenti, però, i nodi principali della “Questione Kurda” restano irrisolti e l’opposizione armata del PKK non è cessata. Grazie ad un cessate il fuoco unilaterale durato quasi tre anni, nel 2012 erano iniziati negoziati a porte chiuse tra il Governo turco ed il leader storico del PKK, Abdullah Öcalan, che sta scontando l’ergastolo in un’isola-carcere di massima sicurezza. Tuttavia, i colloqui si sono trascinati da un’elezione all’altra senza passi significativi, portati avanti a porte chiuse e senza nessuna condivisione significativa con il pubblico o il Parlamento. La speranza che potessero risolvere il conflitto era ormai esile, la crisi di Kobane ne decretò la fine. L’indifferenza di Erdogan verso il destino della città kurda assediata dall’ISIS indignò i Kurdi di tutto il mondo e di tutte le fazioni, convincendoli che, per il Governo turco, persino i tagliagole del sedicente califfato erano preferibili ai guerriglieri kurdi. Il 7 giugno scorso, le elezioni videro il successo dell’HDP, il Partito Democratico dei Popoli, che negò all’AKP non solo la maggioranza qualificata inseguita da Erdogan, ma anche quella semplice necessaria per governare. Per la prima volta un partito di base kurda ha superato la soglia del 10% per entrare in Parlamento. Lo sbarramento rappresenta un retaggio della Giunta militare, studiato proprio per impedire la presenza di partiti kurdi nella Grande Assemblea Nazionale, il Parlamento monocamerale turco.

Il Governo dell’AKP aveva ripetutamente promesso di abolirlo, ma, nonostante le sue tante riforme della Costituzione scritta dai militari golpisti, questa ed altre regole a vantaggio dei partiti di maggioranza non sono state toccate.

Per anni i candidati kurdi hanno aggirato lo sbarramento presentandosi come indipendenti, ma la scommessa del giovane leader dell’HDP, Selahattin Demirtas, aveva compattato l’elettorato kurdo. Per la prima volta gli elettori turchi vedevano come volto della questione kurda non quello dell’odiato Öcalan, ma quello dell’uomo del dialogo, il giovane Demirtas, che dichiarava di volere diritti democratici per tutti i cittadini e che la loro difesa doveva avvenire pacificamente in Parlamento. L’ex Primo Ministro, e attuale Presidente, Erdogan ha bisogno di una supermaggioranza per modificare la Costituzione e vedersi riconosciuti i poteri esecutivi “de facto” già reclamati. Dopo le elezioni, il suo ex-partito, l’AKP (Partito della Giustizia e Sviluppo), guidato ora da un suo fedelissimo, l’attuale Primo Ministro Ahmet Davutoglu, ha tentato, con scarso entusiasmo, di formare una coalizione in Parlamento. Dopo il fallimento di questo tentativo, Erdogan ha indetto nuove elezioni. Sostenendo che gli elettori avessero “commesso un errore” a fidarsi dell’HDP, Erdogan ha scommesso che la “ripetizione delle elezioni” avrebbe permesso all’AKP di recuperare i voti kurdi. Interpretando in maniera più che flessibile il suo ruolo di Presidente imparziale, ha poi insistito durante la campagna elettorale affinché gli elettori garantissero la maggioranza ad un solo partito. Nel frattempo, il conflitto con il PKK era divampato di nuovo, costando centinaia di vite di giovani gendarmi, agenti di polizia, soldati, militanti kurdi e civili innocenti.

L’attentato di Suruç, l’indifferenza apparente del Governo, la brutale uccisione di due poliziotti nelle loro case come presunta rappresaglia e i bombardamenti delle basi del PKK in Iraq hanno segnato l’inizio di una nuova fase del conflitto, che rischia di travolgere ogni speranza di pace. Demirtas, e con lui l’HDP, si è trovato in una situazione insostenibile: anche se resta la principale speranza di una lotta politica anziché armata, i suoi appelli a deporre le armi e le condanne della violenza del PKK sono rimasti inascoltati. Ma se, al contrario, avessero fermato le azioni armate, sarebbero immediatamente stati considerati la prova di un legame con i terroristi.
L’AKP ha cavalcato la situazione e lo stesso Erdogan non ha perso l’occasione di equiparare l’HDP al PKK, mentre esitazioni e distinguo della leadership del partito filokurdo non hanno aiutato: non c’è famiglia kurda, in Turchia, che non abbia pianto dei caduti o non abbia parenti che hanno scelto di “andare in montagna.” D’altra parte, l’opinione pubblica turca condanna con veemenza il terrorismo: le Madri del Sabato non sono le sole a piangere i figli scomparsi e i morti del conflitto non sono solo kurdi. Non c’è famiglia turca che non abbia un fratello, un cugino, un figlio o un fidanzato che non stia prestando il servizio militare obbligatorio. I mehmetçik, i soldati semplici, sono popolarissimi e amati da tutti proprio perché potrebbero essere i figli di chiunque, nonostante il crollo di fiducia nelle forze armate a seguito delle rivelazioni sugli abusi commessi negli anni ’80. Ogni soldato ucciso dal PKK suscita, pertanto, un’ondata di emozione che sfocia facilmente in rabbia, odio, discriminazione.
Il partito al Governo ha cavalcato la retorica patriottica combattuta quando era appannaggio esclusivo delle vecchie elite kemaliste. Gli interventi dei politici ai funerali dei soldati e degli agenti caduti sono stati usati come strumenti di propaganda, suscitando polemiche e persino risse tra guardie del corpo che tentavano di impedire a politici di opposizione di assistere ai funerali.

Per la prima volta dall’inizio della lunga guerra al PKK, ci sono state proteste dei parenti dei caduti: addirittura, un Tenente Colonnello dei gendarmi, fratello di un soldato ucciso, ha apertamente accusato il Governo di aver abbandonato il processo di pace per fini politici. Un Ministro è stato, invece, scacciato da un funerale e inseguito dai parenti inferociti di un soldato caduto. Puntuale, è arrivata la reazione. L’Ufficiale è stato punito, i parenti dei defunti rinviati a giudizio per aver “insultato il Presidente”, alcuni perseguiti dopo che esperti della lettura delle labbra avevano stabilito che, nel video di un funerale, essi stavano proferendo ingiurie. La campagna elettorale è proseguita tra le notizie di poliziotti uccisi e le continue operazioni militari contro il PKK. Al tempo stesso, centinaia di attivisti e politici dell’HDP sono stati arrestati per favoreggiamento dei terroristi.
Tra di loro, decine di Sindaci che chiedevano decentramento e maggiore autonomia per le amministrazioni locali. Per lo stesso motivo, ad un certo punto è stata vietata la pubblicazione dello stesso programma elettorale dell’HDP. Nel Sud Est del Paese è
stato dichiarato il coprifuoco in città e sobborghi nei quali l’ala giovanile urbana del PKK, lo YDG-H (“Movimento dei Giovani Rivoluzionari Patriottici”), è più forte. Il ferreo controllo sulla stampa ha, inoltre, impedito un’informazione obiettiva sui combattimenti: molti giornalisti sono stati indagati per “propaganda terroristica” avendo criticato la politica del Governo o avendo raccontato i combattimenti dalla parte dei militanti kurdi. I reporter britannici di Vice News che documentavano la guerriglia urbana nella città sottoposta a coprifuoco di Cizre sono stati arrestati e accusati di collaborare con il PKK. Sono stati espulsi, ma il loro fixer e interprete si trova ancora in prigione. Frederike Geerdink, una freelance olandese per anni unica giornalista straniera a Diyarbakir, la principale città kurda, ha raccontato il punto di vista dei militanti: è stata arrestata in una zona interdetta mentre seguiva degli attivisti di diritti civili ed espulsa senza avere neppure il tempo di proporre appello alla decisione.
Questi episodi, tuttavia, sbiadiscono di fronte alla dimensione della repressione contro la stampa turca. Letteralmente, ogni giorno nuove denunce o rinvii a giudizio colpiscono giornalisti che criticano, anche indirettamente, la politica del Governo.

All’inizio di settembre, dopo un’intervista al Presidente in TV, una folla di sostenitori del Governo ha attaccato con pietre e bastoni la sede del quotidiano Hurriyet, accusato di aver distorto una frase di Erdogan in un tweet. La folla era guidata dal deputato leader del movimento giovanile dell’AKP, che ha scandito slogan come “Erdogan, qualsiasi sia il risultato delle elezioni ti faremo Presidente!” Successivamente, il giovane politico ha chiarito che era pentito solamente per non aver picchiato prima i giornalisti. La Procura ha aperto un’indagine su “Hurriyet” per verificare se i suoi articoli integrassero gli estremi del reato di “propaganda terroristica”. Con la scomparsa della critica dai media sono arrivati i pogrom antikurdi. Dopo una sanguinosa imboscata del PKK, che ha lasciato sul terreno 16 soldati morti, folle inferocite che scandivano slogan nazionalisti hanno attaccato centinaia di uffici dell’HDP in tutto il Paese, compresa la sede centrale del partito ad Ankara. A Beypazari, cittadina rurale in provincia di Ankara, lavoratori stagionali kurdi sono stati aggrediti e i minibus a bordo dei quali viaggiavano incendiati.
A Bolu, caposaldo dell’AKP situato tra Istanbul e Ankara, dei fanatici hanno attaccato lavoratori edili kurdi tentando di bruciarli vivi. Gli eredi dei “Lupi Grigi” che fanno capo al Partito del Movimento Nazionalista, MHP, acerrimi nemici dell’HDP, hanno smentito di aver preso parte agli attacchi, accusando i sostenitori di Erdogan, in particolare un gruppo chiamato “Focolari Ottomani.” Al culmine della campagna elettorale, con i sondaggi che davano per certa la ripetizione dei risultati di giugno, il PKK sembrava cedere agli appelli di Demirtas, dichiarando un nuovo cessate il fuoco a partire dall’11 Ottobre. Ma il 10 ottobre, quella che doveva essere una grande manifestazione per la pace nella capitale Ankara è diventata la scena di un orrendo massacro, con 100 morti e oltre 500 feriti causati dalle bombe di due attentatori suicidi. Tutte le contraddizioni della politica turca sono implose nelle polemiche del dopo bomba, con accuse alle vittime di essere state sostenitori dei terroristi del PKK e, al tempo stesso, dichiarazioni che indicavano proprio il PKK come autore della strage, nonostante tutti gli indizi portassero all’ISIS, che ha fatto della Turchia la retrovia dei suoi campi di battaglia in Siria e Iraq. Con la scoperta dell’identità degli attentatori, effettivamente legati all’ISIS, sono emerse le prime, gravissime responsabilità della polizia, alla quale il padre di uno dei due aveva denunciato le intenzioni del figlio, senza riuscire a farlo arrestare. L’altro attentatore era addirittura il fratello del kamikaze di Suruç, con cui aveva militato insieme in Siria, era stato fermato e poi rilasciato. Immediatamente, come già per ogni caso giudiziario che potesse imbarazzare il Governo, è scattata la censura, con un divieto di criticare le indagini senza precedenti nemmeno in Turchia. Il Primo Ministro Davutoglu si è difeso rivelando che il Governo era in possesso di una lista di 20 possibili attentatori suicidi, ma che non poteva arrestarli, a meno che non avessero effettivamente commesso il fatto. Erodgan ha insistito che la responsabilità era del PKK. Quando la pista dell’ISIS è diventata inconfutabile, ha additato un’inedita (e inaudita) collaborazione tra ISIS e PKK, nonostante i due gruppi armati siano acerrimi nemici. Le conseguenze sulla campagna elettorale sono state gravissime. L’HDP ha dovuto sospendere comizi e manifestazioni elettorali per timore di nuovi massacri. Per i Turchi, da più di trent’anni la parola terrorismo è sinonimo di PKK. In un comizio, Davutoglu ha persino evocato il possibile ritorno delle famigerate “Beyaz Toros” e, quindi, delle sparizioni forzate, nel caso il suo partito non avesse riconquistato la maggioranza in Parlamento.

Le elezioni del 1° novembre hanno confermato la maggioranza assoluta dei seggi e una schiacciante vittoria per l’AKP. Si sono svolte regolarmente, grazie anche al prezioso contributo di gruppi apolitici della società civile come “Voto e Oltre” e “Voti di Ankara.” L’atmosfera di repressione della libertà di stampa e l’insicurezza hanno tuttavia spinto il capo degli osservatori dell’OSCE a dichiarare che le elezioni non potevano essere definite “libere e giuste”. Nonostante le operazioni militari e l’insurrezione del PKK continuino nel Sud Est, è probabile che il processo di pace riprenda, ma non nei prossimi mesi. Probabilmente, l’ostilità tra Erdogan e l’HDP spingerà il Governo a scegliere nuovamente Öcalan come interlocutore. D’altra parte, la vittoria elettorale permette all’AKP di proporsi come rappresentante del popolo kurdo, provando a marginalizzare l’ascesa di Demirtas. Quanto alle Madri del Sabato, il 17 ottobre hanno manifestato con le foto delle vittime di Ankara al posto di quelle dei loro figli. La loro battaglia civile continua. In una raggelante coincidenza, cinque giorni dopo le elezioni è arrivata la sentenza di un processo relativo alla scomparsa, avvenuta tra il ’93 e il ’95, di 21 persone a Cizre, la città a maggioranza kurda nella quale, a settembre, un’operazione militare ha imposto un coprifuoco durato otto giorni. Gli otto imputati sono stati tutti assolti. Il giorno dopo, sabato 7 novembre, le Madri del Sabato si sono riunite per il loro 554° sit-in.

di Piero Castellano,

giornalista e fotoreporter freelance. Vive e lavora ad Ankara

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