Una cultura prigioniera della cella

Il vizio di fondo è che vogliamo far funzionare la pena senza avere fatto funzionare la giustizia.

Davide Giacalone

ImmagineLa nostra cultura penale è prigioniera della cella. In quella condizione si dimena, spesso sbattendo la testa sulle nude pareti. Succede anche in questi mesi. Per rendersene conto, basterà porre mente a due fatti: abbiamo iniziato la legislatura in corso varando provvedimenti di clemenza destinati a risolvere il problema del sovraffollamento carcerario, essendo pendente una severa condanna presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Il provvedimento ha condotto all’orrida conseguenza che, chi era stato riconosciuto colpevole e condannato ha potuto (al ricorrere delle condizioni) tornare in libertà, mentre, chi era ancora in attesa di giudizio o, prima ancora, detenuto nel corso delle indagini, quindi costituzionalmente innocente, ha dovuto restare dietro le sbarre. Sempre nella medesima legislatura, s’è avviata la discussione della legge delega per la riforma della giustizia penale. S’è visto che gli stessi parlamentari che avevano votato la clemenza sfollante hanno fatto a gara nell’introdurre aumenti delle pene. Ma, allora, si vuole più o meno carcere?
Questa incredibile inversione logica si deve ad un vizio di fondo: la pretesa di far funzionare la pena senza avere fatto funzionare la giustizia. Si intende offrire all’opinione pubblica lo spettacolo dei castighi inflitti, ma si pretende di farlo senza mettere mano alla peggiore e più lenta giustizia d’Europa. Il risultato è pazzesco: giustizialismo verso chi è solo accusato, perdonismo verso chi è condannato.
Il prodotto di questo cortocircuito si vide a Natale dello scorso anno: il Governo presentò un decreto legislativo in applicazione della legge delega sulla riforma fiscale.
Si prevedeva che, se il contribuente avesse pagato il 97% del dovuto, evadendo fino al 3, gli si sarebbero applicate le sanzioni e il raddoppio dell’imposta, ma non avrebbe corso il rischio di finire in carcere. Si levò un’ondata di conformistica follia: regalo agli evasori. Il Governo ritirò quel che
aveva ragionevolmente difeso fino a dieci minuti prima. La lezione è chiara: se vuoi apparire severo, non importa che tu dica cose serie o avventate, è importante che tu prometta più galera possibile. Anche più dell’impossibile, tanto, poi, i processi vanno per le lunghe, le celle si riempiono come uova, quindi si deve sfollarle nuovamente.
Il massimo dell’ingiustizia e dell’incertezza del diritto.
Anche perché, in virtù di tale modo di procedere, poco meno della metà dei detenuti italiani sono da considerarsi innocenti.
E all’incirca la metà di quelli si dimostrano, poi, effettivamente tali. Ma se dici che non dovrebbero stare in cella sembri un complice del crimine, laddove, all’opposto, il crimine consiste nel tollerare tutto ciò.
Ricordo con divertita tristezza gli anni in cui si parlava accaloratamente del problema droga, di cui mi occupavo attivamente.
In diversi proponevamo che anche il solo uso fosse penalmente rilevante, ma che la destinazione di quei cittadini non dovesse essere il carcere, bensì le comunità di recupero. Ci sentivamo rispondere: le comunità non vanno bene, sono luoghi “totalizzanti”. Il carcere, invece, no. È socializzante e partecipativo. Grandemente riabilitativo. La cultura penale dominante è dannatamente carcerocentrica. Se togli le sbarre da quelle fantasie, sembra non esistano punizioni alternative. Invece, ce ne sono molte. Posto che, naturalmente, mai nessuna punizione sarà adeguata e giusta, se prima non disponi di una giustizia che ne amministri, coscienziosamente e in tempi accettabili, l’erogazione.
Del resto, fin quando il carcere rappresenterà la discarica della cattiva coscienza collettiva e dell’incapacità di gestire diversamente tensioni e punizioni, ben difficilmente riuscirà ad essere e funzionare meglio. La cella, certo non eliminabile, deve servire per togliere al reo l’accesso al mondo esterno. Invece, la usiamo per togliere a tutti gli altri la visibilità sul divorzio fra la pena e la giustizia. Inutile supporre di potere portare efficienza dove precludi il passaggio all’intelligenza.

di Davide Giacalone,

Editorialista di RTL 102.5 e Libero

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