Una riforma positiva, ma la strada è ancora lunga

Nel sistema penitenziario italiano stiamo vivendo la più grande stagione riformatrice dai tempi della legge Gozzini.

Susanna Marietti

ImmagineQuella che stiamo vivendo nel sistema penitenziario italiano è sicuramente la più grande stagione riformatrice dai tempi della legge Gozzini. Alla metà di questo 2015 i detenuti erano 52.754, un numero che va letto ricordando il triste record delle 68.258 presenze del 2010. Il calo di oltre 15.000 detenuti è dovuto ad una serie di riforme messe in campo in questi anni. Tuttavia, se il legislatore del 1975 e quello del 1986 dimostravano di possedere una prospettiva di sistema, uno sguardo organico sul senso della pena carceraria e sul suo utilizzo, le misure adottate di recente, pur meritevoli, appaiono frammentate e ispirate alla necessità di fornire una risposta immediata ad una richiesta esterna: la proclamazione dello stato di emergenza penitenziario del gennaio 2010, il messaggio del Presidente della Repubblica al Parlamento dell’ottobre 2013 e, più di tutto, la sentenza Torreggiani del gennaio 2013, storica decisione pilota con la quale la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo concesse alle autorità italiane un anno di tempo per risolvere il sistemico problema del sovraffollamento carcerario.
Nel giugno del 2015 l’Amministrazione Penitenziaria affermava che i posti letto regolamentari erano 49.552, precisando, tuttavia, che tale dato non teneva conto di eventuali indisponibilità transitorie. In ogni caso, c’erano per certo 3.232 detenuti oltre la capienza massima. Un tasso di affollamento certo molto inferiore a quel 175% accertato dall’Osservatorio sulle carceri di Antigone e riconosciuto dal Ministro Cancellieri nell’autunno del 2013. Gli ingressi dalla libertà nel primo semestre del 2015 sono stati 24.071, in netto calo rispetto al passato. Gli imputati, presunti innocenti, erano, a giugno, il 33,8% del totale della popolazione detenuta, laddove rappresentavano il 43,4% nel 2010. È questo l’esito di quella parte di riforme andata ad incidere su un uso eccessivo della custodia cautelare.
Se guardiamo ai detenuti stranieri, troviamo che la loro percentuale, a metà 2015, era pari al 32,6% del totale, mentre era del 36,58% nel 2010, prima che la Corte di Giustizia de l’Aja ci imponesse di disapplicare il reato di inottemperanza all’obbligo di espulsione del questore (ancora una volta, quella che, eufemisticamente,  potremmo definire una sollecitazione esterna ad un percorso riformatore).
Se, infine, diamo uno sguardo all’area penale esterna, troviamo che a giugno c’erano 33.247 persone che stavano eseguendo una misura alternativa alla detenzione. Ben 19.130 detenuti dovevano scontare meno di tre anni di pena e avrebbero potuto accedere ad una misura alternativa. Tra coloro i quali stavano scontando la loro pena all’esterno del carcere, ben 9.913 si trovavano in detenzione domiciliare, indubbiamente la più contenitiva e la meno incentrata sulla reintegrazione sociale delle misure alternative. Va detto, però, che è solo dal 2010, dall’introduzione della detenzione domiciliare speciale, che permette di scontare a casa l’ultima parte della pena, che l’area dell’esecuzione penale esterna ha cominciato a sottrarre spazio ai numeri della popolazione detenuta.
Prima di allora, i numeri delle misure alternative al carcere crescevano senza erodere spazio al carcere stesso e aumentando semplicemente la quantità di persone che si trovava sotto una di queste forme di controllo penale.
Questa la situazione dal punto di vista quantitativo. La qualità della vita in carcere è senz’altro migliorata dopo che la commissione ministeriale guidata da Mauro Palma ha imposto una serie di modifiche alla quotidianità detentiva, tra cui l’apertura delle celle per almeno otto ore al giorno e notevoli facilitazioni nei contatti con il mondo esterno. Ma le indicazioni della commissione Palma sono, come da sempre accade nel sistema penitenziario italiano, applicate a macchia di leopardo e spesso lasciate alla buona volontà dei singoli operatori.
Un cambiamento più di sistema è auspicabile anche su questo versante.
La stagione delle riforme non deve solo fermarsi qui, dunque, ma anche – oggi che il Consiglio d’Europa ha mostrato il suo apprezzamento sui cambiamenti avvenuti e che non si vive più di questa urgenza – acquistare sistematicità e pensiero organico. Come da sempre andiamo ripetendo, il pensiero organico in materia penitenziaria non può che affondare le proprie radici in una riflessione che parta dall’area stessa del penale, da che cosa vogliamo punire nella nostra convivenza e nella nostra società e da come siamo disposti a farlo. Ma, nell’attesa che si riapra una volontà politica di rivedere il codice penale del lontano 1930, al quale ancora ci affidiamo, ci sembra che il momento attuale possieda grandi potenzialità per costituire un momento di svolta nel modello di esecuzione della pena detentiva.
Proprio in questi mesi è in corso quella grande consultazione voluta dal Governo che va sotto il nome di Stati Generali sull’esecuzione penale. È davvero un’operazione meritoria quella di aver voluto coinvolgere sulla strada delle riforme tanti attori – operatori della giustizia, amministratori penitenziari, esponenti di associazioni – che, a vario titolo, hanno avuto a che fare con il mondo del carcere in questi decenni. Lo scorso luglio la Commissione Giustizia della Camera ha approvato i contenuti della legge delega di riforma del sistema penale, processuale e penitenziario.
I due percorsi possono incrociarsi in maniera virtuosa, permettendo che i contenuti della delega vengano riempiti dalle proposte che usciranno dai diciotto tavoli di lavoro degli Stati Generali.
Tra le norme approvate, alcune sono coincidenti con proposte avanzate da Antigone: norme specifiche di tutela dei diritti dei detenuti stranieri e norme per i minorenni ispirate a principi esclusivamente educativi. È, inoltre, previsto che vi sia più spazio per le misure alternative e per il lavoro penitenziario.
È, poi, finalmente, previsto che venga disciplinata la sessualità in carcere.
Antigone ha presentato al coordinamento degli Stati Generali e al Ministro della Giustizia un proprio documento articolato in venti proposte per la riforma dell’ordinamento penitenziario. Esse abbracciano l’intera vita del carcere e delle sue alternative, auspicando un cambiamento del sistema che si fonda anche sulla conoscenza del sistema stesso e sull’esperienza di quasi vent’anni di attività del proprio Osservatorio sulle condizioni di detenzione in Italia, con il quale Antigone è autorizzata, dal 1998, a visitare tutte le carceri del territorio nazionale.
Le venti proposte sono facilmente consultabili sul sito dell’associazione.
Qui diciamo solo che la prima di esse intende costituire una sorta di cornice ispiratrice del nuovo carcere che vorremmo, nel quale la dignità umana è posta al centro e la vita penitenziaria è incentrata sui principi di responsabilità e di normalità che si trovano al cuore delle raccomandazioni del Consiglio d’Europa. Le altre nostre indicazioni riguardano il diritto alla rappresentanza dei detenuti, il diritto alla salute, il lavoro, l’istruzione, i diritti religiosi, il diritto alla sessualità e all’affettività, il rapporto con il mondo esterno al carcere, i bisogni e i diritti dei detenuti stranieri, i bisogni e i diritti delle donne detenute, i diritti dei consumatori e dei dipendenti da sostanze e alcool, un nuovo ordinamento penitenziario per i minori, la legalità del modello disciplinare, i regimi differenziati, un nuovo modello di esecuzione penale esterna, una riforma delle pene accessorie, una procedura di sorveglianza garantista, lo staff penitenziario, la conoscenza e la valutazione esterna del carcere, le liste di attesa penitenziarie.
Quest’ultima riforma costituirebbe una vera rivoluzione filosofica carceraria: la dignità della persona è il bene supremo da tutelare e, se in carcere non c’è posto per l’esecuzione di una pena degna, si rinunci alla punizione immediata. Speriamo che il Governo sappia fare spazio ad una filosofia di questo tipo con la radicalità che essa merita.

Nota sull’autrice

Susanna Marietti è coordinatrice nazionale di Antigone, un’associazione Susanna che da oltre venti anni si batte per i diritti e le garanzie nel sistema penale e penitenziario. Con il suo Osservatorio sulle carceri, l’associazione gira per le prigioni italiane e tenta di raccontare fuori quel che c’è dentro: chi ci sta, come ci vive. Per anni Susanna Marietti ha studiato e svolto ricerca in filosofia. È collaboratrice del sito Liberties.eu. È autrice e conduttrice, insieme a Patrizio Gonnella, della trasmissione radiofonica “Jailhouse rock. Suoni, suonatori e suonati dal mondo delle prigioni”, nella quale storie di musica e di carcere si incrociano le une con le altre. Da Roma Rebibbia e da Milano Bollate i detenuti collaborano a ogni puntata. Ha un blog su Il Fatto Quotidiano.

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