Violenza con l’acido: nuove frontiere della violenza

Sono sempre di più di casi di cronaca che ci raccontano di donne sfigurate con l’acido, una forma di violenza particolarmente umiliante perché va a toccare corde particolarmente sensibili. Si tratta del tentativo di distruggere la vita affettiva della vittima ed è necessario agire politicamente per frenare questa deriva.

Si discute spesso di questioni di genere: donne femministe e altre antifemministe, uomini che propongono le “quote rosa” e altri che fanno del maschilismo una bandiera, episodi violenti, stalking, delitti e necessità di una tutela più efficace.

Un caos schizofrenico tra razionalità open minded e istinti conservatori caratterizza l’intera opinione pubblica non appena la questione femminile finisce nell’occhio di bue dell’interesse mediatico.

Tuttavia, ci sono stati tre casi di cronaca recente che hanno attirato la mia attenzione. Tre storie, tre città (Pesaro, Milano e Vicenza), tre donne sfigurate con sostanze acide.

Questo tipo di violenza non è certo una novità, anzi il “vetrioleggiamento” [l’atto di deturpare un individuo con il getto di vetriolo o altre sostanze acide] ha radici piuttosto antiche e trasversali in molte culture. I dati più recenti riportano una diffusione nei Paesi in cui la legge islamica è applicata con maggior rigidità, ma anche in America Latina. Oltre che in Italia, come testimoniano i giornali.

Sfigurare una donna con l’acido travalica l’atto di pura violenza. Assume, infatti, una forte valenza simbolica. Da un lato, l’obiettivo è la ferita, dall’altro, l’acido distrugge la bellezza della donna. L’immagine e il volto sono spezzati definitivamente. Nonostante la chirurgia plastica sia ormai capace di tutto, per la vittima, anche solo specchiarsi resterà a lungo un problema. Il segno dell’acido, fisico e psicologico, è tatuato indelebilmente.

È lecito chiedersi se l’eco mediatica di queste notizie non sia la causa dell’attivarsi di un processo a catena, per cui l’acido viene improvvisamente legittimato come nuova forma di “soluzione” di problemi spesso con ex compagni e compagne. Sicuramente, si attiva un effetto di emulazione che fa presa soprattutto su individui che covano risentimento o rancore, razionale o immaginario, spesso in seguito ad un abbandono ritenuto ingiusto. Per questo tipo di persone, spiega lo psicologo Alessandro Meluzzi, l’acido si rivela il modo ideale per distruggere la vita affettiva di una persona che si ritiene abbia distrutto la propria senza motivo. Tuttavia, non raccontare questi fatti renderebbe attiva una forma di censura non solo proibita dalla legge, ma che poco si addice ad un sistema democratico come quello italiano. Inoltre, la censura non è mai stata una modalità efficace per frenare i crimini, ma si è sempre rivelata soltanto una giustificazione per un atteggiamento “da struzzo” di media e pubbliche autorità che, in virtù di essa, ritenevano lecito tacere reati di ogni genere.

È possibile, invece, mutare il modo con il quale la cronaca viene sviluppata, riducendo spettacolarizzazioni e commenti connotati emotivamente, pubblicazione di fotografie spensierate e interviste con l’obiettivo di comprendere personalità e gusti della vittima. Sarebbe, forse, meglio porsi di fronte al crimine in maniera neutra, rispettosa. La violenza, spesso, parla da sola e non importa se la vittima fosse bella o brutta, giovane o vecchia: è sempre follia distruttiva e malata.

Un segnale positivo per dire basta ad ogni forma di violenza contro le donne viene, a sorpresa, dalla politica: l’ex Ministro per le Pari Opportunità, l’ex canoista Josefa Idem, ha cominciato la sua attività di governo istituendo una task-force interministeriale per comprendere a fondo e contrastare efficacemente gli abusi contro le donne. Il progetto gode della collaborazione dei Ministeri della Giustizia, del Lavoro, della Salute e degli Interni, oltre che dell’appoggio della Presidente della Camera, Laura Boldrini. Proprio quest’ultima ha richiamato l’attenzione sull’urgenza di ratificare la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, promossa dal Consiglio d’Europa. Il trattato è stato sottoscritto nel maggio del 2011.

Forse, qualcosa si sta muovendo e l’attività di sensibilizzazione e mobilitazione di molte associazioni, come, ad esempio, il comitato “Se non ora, quando?” o il flash mob “One Billion Rising”, sembra risultare efficace, dal momento che è riuscita a portare in primo piano questo problema, reale e concreto.

Una questione che va ben al di là delle “quote rosa” o dello stupore di fronte al numero di donne Ministro o imprenditrici, ma che sfiora l’immagine e il ruolo concreto della donna nella nostra società, che devono poter essere liberi. Una donna che teme di essere sfigurata con l’acido sul pianerottolo di casa o mentre va all’ospedale per una visita medica non è libera. E questo è, a mio avviso, inaccettabile.

Angela Caporale, giornalista e caporedattrice di SocialNews

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Angela Caporale

Giornalista pubblicista dal 2015, ha vissuto (e studiato) a Udine, Padova, Bologna e Parigi. Collabora con @uxilia e Socialnews dall’autunno 2011, è caporedattrice della rivista dal 2014. Giornalista, social media manager, addetta stampa freelance, si occupa prevalentemente di sociale e diritti umani. È caporedattore della rivista SocialNews in formato sia cartaceo che online, e Social media manager. 

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