Un forte abbraccio a una Chiesa che ha tanto sofferto

Don Mark Shtjefni

papa albania

foto papaboy.org

“Intendo recarmi a Tirana [… per] confermare nella fede la Chiesa in Albania e testimoniare il mio incoraggiamento e amore a un Paese che ha sofferto a lungo in conseguenza dell’ideologie del passato”. Sono state queste le parole con cui il Santo Padre, Papa Francesco, all’Angelus di domenica 15 Giugno 2014, annunciava al mondo intero il suo primo viaggio apostolico in Europa. Viaggio che subito ha fatto il giro del mondo, soprattutto per cercare di immaginare e capire le ragioni. A chi, ancora spinto dalla grande curiosità di sapere le vere ragioni di tale scelta, il Papa, dall’aereo che lo riportava a casa, dopo il viaggio apostolico fatta nella Corea del Sud, ne aggiungeva altre due: una Chiesa che ha tanto sofferto a causa di una ideologia che pensava di vivere senza Dio, tanto da dichiararsi il primo paese ateo inciso nella costituzione,e una convivenza pacifica tra le varie religioni.
La notizia della visita del Papa in Albania ha riempito le prime pagine delle testate cartaceo e on-line. Non c’era radio o televisione, nazionale o locale che non riportavano tale decisione. L’adrenalina di un popolo che aveva tanto sofferto, era alle stelle. Dalle parole ai fatti. Subito al lavoro. Chiesa e Stato immediatamente costituiscono una commissione capace di coordinare al meglio tale visita. Ore di lavoro, notti senza sonno, progetti da scegliere, telecamere da impostare, strade da sistemare, sale e piazze da addobbare. Tutto questo perché l’Ospite ci onorava con la sua presenza. Tra l’altro, l’albanese c’è l’ha scolpita nel sangue la sacra ospitalità. Nel Kanun, vecchio codice consuetudinario del XV secolo, precisamente nell’ottavo libro ci sono alcuni paragrafi che regolano l’ospitalità. Uno degli articoli del paragrafo 97 così recita:“Shpija e Shqyptarit âsht e Zotit dhe e mikut“, ossia “La casa dell’albanese è di Dio e dell’ospite”.
Con l’approssimarsi dell’evento cresceva l’interesse del pubblico e non solo! Il primo viaggio del Papa in Europa, non in uno stato qualsiasi, ma in un paese di maggioranza islamica. Questo era sufficiente per far partire e mettere in movimento la macchina dell’informazione proveniente da vari paesi del mondo. Il cairòs volava e il giorno si avvicinava. Ogni giorno le strade, le piazze, il palcoscenico della Celebrazione Eucaristica prendevano la forma della festa. Gli abitanti di Tirana e dei paesi limitrofi toccavano con mano questi cambiamenti, facendosi scattare foto dell’avvenimento storico. Un boulevard abbellito con le foto dei 40 testimoni di fede che dal cielo sembrava partecipassero e condividessero con tutti quel giorno di festa.
Il giorno 21, già nelle prime ore del mattino, nonostante il tempo meteorologico non permetteva il sole dei giorni precedenti, vede riempirsi la piazza di Madre Teresa e l’intero Boulevard fino alla piazza di Skanderberg. Pellegrini che indossavano maglie stampate con il ritratto di Papa Francesco e con la scritta “Mireserdhe” (Benvenuto), foulard che nel vento creavano quella coreografia tale che ogni regista avrebbe invidiato. Poi arriva l’esplosione di cori e di applausi appena la porta dell’aereo si apre e da qui Papa Francesco esce. Emozioni che le parole fanno fatica a descrivere ma che sono facilmente visibili perché le lacrime della gioia difficilmente si possono nascondere. Ci sono voluti quasi 21 anni perché quella scena della porta dell’aero si rifacesse viva nella memoria di quanti l’ hanno vissuta e precisamente in occasione della visita del Santo Giovanni Paolo II.
A chi attendeva una risposta del perché il Papa Francesco ha scelto l’Albania nel suo primo viaggio apostolico in Europa, bastava guardare la piazza della celebrazione, dove rappresentanti delle varie comunità religiose tradizionali, mussulmani, ortodossi e bektashi fraternamente ne prendevano parte. Anche le parole che il Santo Padre pronunciava riconoscevano la fatica e la sofferenza di un popolo perseguitato. In fine un grazie andava a tutti quanti: “Chiesa che vivi in questa terra di Albania, grazie per il tuo esempio di fedeltà al Vangelo!”.
Indimenticabile la celebrazione dei Vespri del Papa Francesco con il clero, i religiosi, le religiose e i movimenti laicali in Albania. In modo particolare quell’abbraccio forte del Santo Padre con il sacerdote don Ernest e suor Maria sopravvissuti al regime comunista. La loro testimonianza ha toccato il cuore del Papa, dei presenti e di tutti quelli che “in diretta mondiale” seguivano l’avvenimento. Sono storie di vita che rimangono nella memoria! Le lacrime del Papa e quel suo stretto abbraccio con don Ernest Troshani, affermavano la vicinanza e prendevano su di loro tutto il vissuto. Erano una risposta a quei tanti interrogativi del perché Dio ha permesso che accadesse una follia del genere alla sua Chiesa, ai suoi ministri e ai suoi fedeli. Ma quell’abbraccio era la conferma che Dio era lì, con loro, con il suo popolo, con i suoi ministri. Era lì e insieme a loro “soffriva” ma al tempo stesso preparava il futuro. Dio non si era dimenticato di quel popolo. Se, dal punto di vista della libertà, l’Albania era chiuso al mondo intero, il Signore fece nascere una donna di nome Madre Teresa che annunciava a tutti la sua provenienza. Ho riconosciuto la stessa testimonianza della presenza di Dio nel suo popolo in quell’affettuoso abbraccio del Vicario di Cristo in terra con il suo popolo di Albania, rappresentato dal suo ministro, dalla sua sposa e dal popolo intero. “Oggi sono venuto per incoraggiarvi a far crescere la speranza dentro di voi e intorno a voi” così si rivolgeva Papa Francesco all’intero popolo albanese, gremito in quella piazza. Una speranza con cui vivere e camminare nel futuro, e una convivenza pacifica e fraterna da esportare come valore e cultura.

Don Mark Shtjefni
Responsabile dei testi papali e della diretta, per l’occasione della visita del Papa in Albania

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