Democrazia rappresentativa

Marco Meloni

Dinamiche che premiano “meriti” raggiunti nelle migrazioni parlamentari più che competenze professionali e legislative, contribuendo alla svalutazione della politica.

Nel 1942, l’economista Joseph Schumpeter, nella temperie della Seconda guerra mondiale, scriveva “Capitalismo, socialismo, democrazia”, opera dedicata all’analisi dei problemi economici e delle questioni politico – sociali, per rispondere alla domanda: “Il capitalismo può sopravvivere?” Nell’Europa del 2013, ci troviamo davanti ad una sfida per le nostre società di proporzioni gigantesche, pari soltanto a quella dell’ultimo dopoguerra. Vi è la necessità di strumenti intellettuali adeguati per rispondere alla domanda: “La Democrazia può sopravvivere?” In particolare, può sopravvivere la Democrazia rappresentativa su cui si fonda il nostro ordinamento? A quali condizioni è possibile la sua sopravvivenza?
È a partire dall’altezza di queste sfide che dovremmo affrontare il tema della legge elettorale, della rappresentanza politica, del ruolo dei partiti. Un tema che parte anzitutto da una sconfitta storica: l’incapacità del Parlamento e delle forze politiche dell’ultima legislatura di cambiare una legge elettorale percepita come un corpo estraneo dalla maggior parte dei cittadini, una sottrazione indebita della capacità di scelta e di incidere realmente nella vita democratica da parte degli elettori, un incentivo all’ingovernabilità, essendo nata nel 2005 – ad opera del centrodestra – sotto l’auspicio di “non far vincere” una coalizione elettorale e non per garantire un Governo stabile e duraturo all’Italia. I ripetuti richiami del Presidente della Repubblica su questo tema preciso sono caduti nel vuoto, così come le aspettative dei cittadini. Nell’ultimo risultato elettorale, oltre ad altri temi di grande importanza che caratterizzano una fase di domande ed aspettative radicalmente nuove per l’Italia e l’Europa, questo fattore ha sicuramente avuto un peso. Il meccanismo della rappresentanza appare anchilosato. Proprio quando manca la dinamicità e l’efficienza nella Democrazia rappresentativa sono possibili sia le spinte verso sistemi non più democratici, sia le esigenze di Democrazia diretta, che tuttavia possono generare illusioni e semplificazioni. Ciò che è chiaro sono gli svantaggi di questa legge elettorale la quale, oltre ad esasperare i limiti del bicameralismo perfetto, impedisce di conoscere i candidati e di realizzare un vero rapporto tra il collegio elettorale ed i parlamentari. Inoltre, questa legge elettorale rappresenta un vero e proprio incentivo al trasformismo ed affida tutte le responsabilità alle decisioni dei partiti. Dopo la candidatura, il rapporto di un parlamentare con la rappresentanza reale incontra un potenziale esaurimento. L’assenza di vincolo di mandato può essere messa in gioco per i destini personali e non per le esigenze del Paese: il frequente cambio di casacche viene “premiato” con la presentazione in una posizione che garantisce l’elezione e mette, a tutti gli effetti, “in sicurezza” rispetto alla volontà dei cittadini. Dinamiche che premiano “meriti” raggiunti nelle migrazioni parlamentari più che competenze professionali e legislative, contribuendo alla svalutazione della politica. La storia dell’ultima legislatura fornisce numerosi esempi di questo schema deteriore per la Democrazia.
In un simile contesto, la sfida che la legge elettorale ha posto e pone ai partiti è enorme, nella ricostruzione di un circuito virtuoso tra la delega parlamentare ed il giudizio successivo degli elettori. Un cambiamento di prospettiva deve necessariamente basarsi sul rapporto tra responsabilità dell’azione parlamentare e accountability, ovvero capacità di rendere conto delle proprie posizioni ai cittadini. Per ottenere questo obiettivo, è prioritaria la riconoscibilità individuale dei candidati attraverso i collegi ed il sistema uninominale. Che cosa possono fare i partiti per ovviare a questi problemi? La Democrazia interna è un passaggio essenziale. Il Partito Democratico ha intrapreso una strada per superare la distorsione della rappresentanza dell’attuale legge elettorale fondata sulle primarie, fondata su un’idea di competizione di idee, di proposte per il Paese, di persone. Il tentativo portato avanti dal Partito Democratico è riuscito solo in parte e la sua offerta non ha risposto pienamente alla domanda di rinnovamento radicale giunta dagli elettori. La strada delle primarie, in ogni caso, ha portato nuove energie generazionali in Parlamento e ha dato ai cittadini la possibilità di scegliere una parte molto rilevante dei loro rappresentanti. In conclusione, si è cercato, in parte, di “salvare il Porcellum da se stesso”, ma la realtà è che, tra le responsabilità del nuovo Parlamento, in una situazione di grave preoccupazione per la direzione del Paese e la sua governabilità, emerge la necessità di un cambiamento radicale del nostro sistema di rappresentanza. Non si può più aspettare oltre.

Marco Meloni
Responsabile Riforme Istituzionali Partito Democratico

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