La ballata dei precari

Silvia Lombardo

Una troupe volontaria ha lavorato gratis, senza alcun rimborso, se non un panino a pranzo. Compresa Geppi Cucciari, che ha accettato senza esitazione di recitare gratis per noi, di immolarsi per la causa delle mamme precarie.

Come tutti i bambini degli anni ’80, sono cresciuta a pane e cartoni animati, specie quelli giapponesi dalle trame tragiche dove molti morivano, tutti piangevano e un bel po’, non so perché, si ammalavano di tisi. Facevano da contraltare, a queste telenovelas di carta, programmi sfavillanti, pieni di yuppies e soubrettine, ricchi di premi in gettoni d’oro. L’Italia era invasa da questi dischi luccicanti che si vincevano telefonando, partecipando, scrivendo. Noi bambini credevamo che gli adulti proiettati in tv – allegri, rampanti, patinati e immersi in quello che ci pareva un benessere destinato a durare – fossero la legittima rappresentazione di quello che saremmo diventati una volta superato il metro e cinquanta.
Io ho avuto due genitori cinefili e ricordo che, spesso, d’estate, la tivù, in sostituzione del luccicante palinsesto invernale e dei suoi quiz, mandava in onda film girati anni prima della mia nascita e che mi hanno dato, allora e per sempre, un forte imprinting, una chiave di lettura della vita che non mi avrebbe più lasciata.
Il gabbiano del “Lunedì Film” portava sulle sue ali “Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca”, “Romanzo popolare”, “Sedotta e abbandonata”, “Divorzio all’italiana”. Si parlava di divorzio, condizione della donna, delitto d’onore: problemi che, fino a pochi anni prima di Drive-In, dei film ambientati in Via Montenapoleone e della musica disimpegnata anni ’80, avevano costituito dei veri e propri drammi, distribuiti quasi equamente fra tutte le famiglie italiane.
Quei film facevano però ridere, anche me che ero una bambina. Invece di andare a rimarcare il dramma, ne tiravano fuori gli aspetti più grotteschi, lasciando poi al pubblico lo spazio e lo spirito per dire “Allora non è solo un problema mio” e riflettere su quanto ridicola e antiquata fosse la situazione, sul fatto che fosse finalmente arrivato il momento di voltare pagina.
E da lì, finalmente, il cambiamento del diritto di famiglia. Ma, si sa: si aggiusta una cosa, se ne rompe un’altra. Ecco che, quasi trent’anni dopo, ci ritroviamo a combattere con un’altra situazione grottesca: il mercato precario del lavoro.
Io appartengo alla generazione investita dal fenomeno nel modo più subdolo: quando finii il liceo, nessuno parlava di precarietà. Ho cominciato solo qualche anno dopo ad affrontare seriamente il problema con altri amici che condividevano la stessa condizione.
Nel 2006, con Giordano Cioccolini e Tiziana Capocaccia, due miei amici precari rispettivamente architetto e psicologa, quasi scherzando è nata l’idea di realizzare un cortometraggio che raccontasse il fenomeno dall’interno.
Da una battuta è nata una storia, che però non bastava a sintetizzare quello che ci stava succedendo e quello che immaginavamo ci sarebbe successo senza una politica del lavoro oculata e mirata.
Così, da un piccolo cortometraggio siamo passati a scrivere una trilogia. Dovevamo girarla in una decina di amici, ma anche questo non bastava ancora.
Ed ecco che è nato “La ballata dei precari”, film comico-grottesco in sei episodi, indipendente, low budget e con l’appoggio di una troupe che, a conti fatti, ha superato le 300 persone.
Tutti volontari che hanno lavorato gratis senza alcun rimborso, se non un panino a pranzo. Compresa Geppi Cucciari, che ha accettato senza esitazione di recitare gratis per noi, di immolarsi per la causa delle mamme precarie.
E così gli altri 300, scelti fra centinaia di volontari propostisi via mail fra “semplici” precari ed attori professionisti. Francesca Faiella, Roberta Garzia, Guendalina Tambellini, Marco Cortesi, Maria Concetta Liotta, Stefano Macchi, Paolo Spezzaferri, Romeo Cirelli, Paco Rizzo, solo per citarne alcuni, chiedendo scusa agli altri. E giovani registi e sceneggiatori, come Corrado Ceron, Ilaria Ciavattini, Dario Ingrami ed Emanuele Milasi (attualmente in procinto di partire per una prestigiosa università del cinema americana) o la musicista Enrica Sciandone, trentenne emigrata all’estero anni fa, insegnante di musica a Londra, selezionata quest’estate per un esclusivo workshop ad Hollywood, al quale ogni anno vengono invitati a partecipare solo i più promettenti compositori di musica per il cinema di tutto il mondo.
Gli episodi sono stati scritti, senza alcuna presunzione, ovviamente, sulla falsariga di quei film che mi avevano guidata nell’imparare a leggere il mondo durante l’infanzia.
Si tratta di sei storie per analizzare quelli che, secondo noi, sono i principali problemi generati dalla precarietà.
Ci sono quindi i forzati della formazione, quelli che frequentano corsi e master di ogni tipo nella speranza di vincere uno stage che si trasformi poi in un lavoro. L’episodio Masterizzati è la storia di Ilenia, trentenne laureata che continua a “farsi” di corsi, anche di nascosto dalla famiglia, fino a quando la madre ed il padre decidono di consultare uno specialista e di farla entrare in un gruppo terapeutico per la cura della MAR – Masterizzazione Acuta Recidiva.
Ci sono quelli che vogliono farsi una famiglia, come i protagonisti di Ninna Nanna Ninna No, una giovane coppia che non riesce a far coincidere concepimento, nascita e scadenze contrattuali fino a quando non interviene la geniale invenzione di una ginecologa un po’ pazza: la cintura regola-gestazione per mamme precarie.
Gli operatori call-center costretti a fare altri due o tre lavori insieme per portare a casa uno stipendio decente e che, nell’episodio Opera-i, cantano e danzano la loro sciagura in un musical demenziale sulle arie d’opera più famose riscritte a misura di precario.
Ci sono gli StRagisti che, all’ennesimo lavoro non retribuito, cominciano ad avere le visioni e parlano con la loro coscienza, una sorta di moderno Lucignolo, e li istiga a cimentarsi in un goffo sequestro di persona ai danni del loro ultimo capo. Salvo scoprire, poi, che la precarietà non è solo cosa degli esseri umani: anche il lavoro di coscienza, oggigiorno, non è poi così sicuro…
E poi ci sono i genitori dei precari di lungo corso, quelli che per i propri figli non intravedono più una via d’uscita, quelli che sopperiscono alle mancanze del mercato del lavoro offrendo garanzie e sostegno economico. A loro è dedicato l’episodio L’ammortizzatore, nel quale due genitori settantenni stipulano una polizza assicurativa sulla propria vita e cercano di farsi ammazzare per lasciare i soldi al figlio precario. In fondo, loro, dicono nella lettera d’addio, si sono goduti “il boom economico”.
Abbiamo dato, infine, uno sguardo al futuro. 2050 è l’anno in cui è ambientata la vicenda di tre ex-precari, laureati, finiti a vivere per strada senza pensione. La loro unica speranza è riposta dietro una misteriosa porta davanti alla quale si snoda una fila di poveri senza tetto come loro.
Non avendo mezzi e potendo girare solo nei ritagli di tempo fra scrittura, preparazione, produzione e montaggio, il film è uscito nell’aprile del 2011 in un Teatro Valle Occupato zeppo di gente, quando la situazione lavoro in Italia si era però fatta molto più calda rispetto a quando quest’avventura era cominciata.
I media si sono fatti più attenti – non senza peccare, a volte, di sensazionalismo, senza andare, invece, al cuore del problema – le istituzioni, invece, si ritrovano con uno dei dilemmi più grossi della storia della Repubblica, brancolano nel buio e vanno per tentativi il più delle volte, ad esser generosi, ingenui.
Si spera nel ritorno al posto fisso, ormai praticamente quasi impossibile. Si perpetra la precarietà cercando di vendercela come flessibilità, quando la flessibilità è, invece, la possibilità di scegliere e non la necessità di accettare qualunque cosa. Scegliere in un mercato del lavoro ricco e vivo, dove fare prodotto – un prodotto vero, utile, pensato – abbia davvero un significato che non ci renda solo semplici pezzi di ricambio, ma forze lavoro pensanti e da valorizzare.
La dura constatazione è che in Italia, in questo momento, non c’è ricerca, non c’è prodotto, specificità, mercato. Non c’è lavoro.
Ammiro molto i giovani che stanno tornando all’artigianato, proponendo le proprie creazioni sul mercato senza intermediari. Creazioni che hanno un pensiero dietro e che spesso – nell’unione che fa la forza di piccoli mercati – hanno successo.
L’esperimento della Ballata dei Precari è stato per me una rivelazione: la gente ha bisogno di uno specchio in cui guardarsi. Per capire di essere dentro un fenomeno di così grande portata, ha bisogno che qualcuno glielo racconti.
La narrazione è lo specchio. Questo film mi ha fatto capire quanto sia importante riscoprire la portata sociale del racconto in tutte le sue declinazioni.
La Ballata dei Precari è diventato anche un libro con lo stesso titolo, edito dai ragazzi della Miraggi Edizioni, anche loro ex-precari dell’editoria che hanno costruito una realtà autonoma, indipendente e funzionante.
Gestisco anche un blog sul mondo del lavoro, sempre con quel pizzico di sale che ho imparato da quei bei vecchi film.
E ora sono responsabile di una collana di narrazione del contemporaneo in una piccola casa editrice romana, la Bel-Ami Edizioni: siamo riusciti a pubblicare perfino una raccolta di poesie in cui si parla di precariato, oltre al romanzo di un ventottenne esordiente in cui si parla in modo eccezionalmente ironico e tagliente della situazione del nostro Paese oggi e ad un romanzo sull’assurdità del mondo del lavoro di oggi.
Il nostro film è una commedia grottesca, il mio libro è comico, il mio blog quasi satirico e i nostri autori sono abili scultori di personaggi ironici quanto veri.
Spero che nessuno perda il senso dell’umorismo anche quando, mentre ti accingi a salutare l’anno cercando le offerte più economiche sulle lenticchie e i cotechini, digiti “precari” sulle news di Google ed esce fuori che il primo regalo che il 2013 ci porterà potrebbe essere il licenziamento di mezzo milione di precari nel pubblico e nel privato.

Silvia Lombardo
Giornalista, web-editor, sceneggiatrice, regista, scrittrice

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