Assunzioni e licenziamenti

di Massimiliano Fanni Canelles

Negli ultimi tempi, parlare di lavoro in Italia sembra possibile soltanto per prendere posizione rispetto alla riforma, prevista dal governo Monti e proposta dal ministro Fornero, dell’articolo 18 della Costituzione che ha l’obiettivo di rendere meno complessa la procedura di licenziamento per un’impresa adeguando anche il nostro Paese agli standard europei.
Tuttavia soffermandosi soltanto sulla dicotomia “riforma sì/riforma no” si perde di vista quello che è il caleidoscopio di problemi che rallenta ed inficia il reale sviluppo del mercato del lavoro. Il posto fisso rappresenta in sé una stabilità e una garanzia a cui chiunque ambisce, ma nel corso degli anni si è cristallizzata una condizione endemicamente statica che valorizza lobby e corporazioni più che capacità e creatività. Le stesse lobby si oppongono a liberalizzazioni e altre modalità di riforma che ne ridurrebbero, necessariamente, l’influenza e quindi di conseguenza il loro potere nella società.
Viene a mancare, così, nel nostro Paese lo sviluppo professionale e creativo, quello che permette la creazione di nuovi prodotti che siano competitivi in un mercato sempre più ampio e basato sulle regole della concorrenza.
L’adeguamento alle linee guida dell’Unione Europea, che promuove da anni provvedimenti pro-concorrenziali, è opportuno e produttivo oltre che imprescindibile, ma non sufficiente. In Italia infatti il blocco all’innovazione non ha natura soltanto politica, ma anche culturale.
Per innescare il cambiamento, non è ragionevole pensare che sia sufficiente il “licenziamento facile”, perché nel nostro Paese, a differenza degli altri membri dell’UE, trovare un nuovo lavoro è estremamente difficile. È stato osservato che il “licenziamento facile” anziché portare movimento e quindi progresso, rischia di irrigidire ulteriormente il mercato del lavoro, ricollocarsi e trovare un nuovo impiego dopo un licenziamento appare ancora come un’impresa di difficile successo.
Varie ipotesi possono essere prese in considerazione per incentivare le assunzioni. Sgravi fiscali alle aziende che assumono giovani o persone precarie o ancora appena licenziate. Oppure la “staffetta generazionale” proposta del ministro del lavoro del governo Hollande in Francia e sperimentata nella Regione Lombardia che prevede incentivi fiscali per quelle imprese nelle quali i lavoratori a cui manchino non più di 36 mesi alla pensione passino al part-time beneficiando della copertura contributiva anche per le ore non lavorate. L’azienda, in cambio, si impegna ad assumere giovani tra i 18 e 29 anni con contratto di apprendistato o comunque a tempo indeterminato che possano così consolidare la propria formazione lavorando. In questo modo si rende possibile anche una trasmissione del sapere e dell’esperienza che implementa il movimento e una forma di solidarietà sociale molto utile ai fini dell’innovazione.
In conclusione, il cambiamento è possibile individuando una serie di mutamenti ad ampio raggio tra i quali alcuni sono imputabili alla politica come la promozione di incentivi che, da un lato, facilitino l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani dall’altro, stimolino le imprese ad assumere, incrementando così il dinamismo necessario per valorizzare il lavoro, in un’ottica moderna e competitiva.

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