Da Trincomalee a Udine

Laura Boy

È difficile immaginare la sua forza a vederla così apparentemente fragile, vulnerabile, dolce e delicata. Ma in lei c’è una forte determinazione ed una volontà nate dall’impegno e dal coraggio della scelta di dedicare aiuto e generosità a chi ha bisogno.

Non dimenticherò mai la prima volta in cui ho incontrato il suo sguardo, i suoi occhi nerissimi, profondi, in parte curiosi, in parte impauriti, ma fiduciosi e ricchi di speranza, e il suo sorriso, dolcissimo in un viso da bambina, la sua delicatezza e la sua fragilità.
Ricordo che erano grandi i nostri sorrisi e profondi i nostri sguardi, propri di persone che non hanno parole da scambiare, ma che stabiliscono un contatto e comunicano attraverso altre forme.
Conoscevo la sua storia, terribile, triste, di dolore e sofferenza, ed il suo lungo calvario. Portavo nella mente le immagini che mi ero costruita.
Lei era più piccola di statura e più minuta di quanto mi fossi raffigurata. Mentre la osservavo, mi domandavo come fosse potuta accaderle un’esperienza tanto devastante.
Sembrava indifesa e desiderosa di protezione, di aiuto, di un luogo finalmente sicuro nel quale non dover più assistere a certi orrori; nel quale cercare di superare i traumi, soprattutto psicologici, ma di cui portava evidenti segni anche fisici che continuavano a ricordarle il suo passato e a non permetterle di dimenticare, a memoria indelebile di tali orrori.
Cercavo di non guardare il suo braccio per non imbarazzarla o, forse, per non imbarazzare me stessa. Poi, col tempo, ho imparato a farlo, a parlarne con lei, a toccarla.
Quel braccio mutilato dalle stesse armi che, in passato, lei stessa è stata costretta ad impugnare e che l’hanno resa invalida, impedendole di compiere i gesti ed i movimenti più semplici con perdita totale della funzionalità. Soprattutto, impedendole di essere accettata e rispettata come persona.
Non ha mai mostrato diffidenza. Fin dal primo momento si è fidata, certa delle cure e delle premure a lei riservate e dell’assistenza e del sostegno a lei offerto.
Un anno prima aveva conosciuto la Onlus @uxilia ed avevo incontrato Massimiliano, il medico che, colpito dalla sua storia, ha voluto realizzare il suo sogno: potersi finalmente riabilitare e diventare un simbolo per quanti, nelle sue stesse condizioni, sono stati meno fortunati di lei, ma per i quali potrà rappresentare una speranza di riscatto per il futuro.
Ora, insieme ai suoi genitori, si prepara al distacco dal suo Paese, dai suoi affetti, dalla sua cultura, dalle sue abitudini, dalla sua lingua madre.
Arrivata dal suo piccolo villaggio, si accinge a trascorrere gli ultimi giorni nella capitale, Colombo, dove alloggia in un albergo vecchio e malconcio per i giorni necessari al disbrigo delle ultime formalità burocratiche, il rilascio del passaporto e del visto sanitario, ottenuti grazie alla diplomazia delle autorità locali e dell’ambasciata italiana.
I genitori sorridono al mio arrivo, a voler confermare la loro approvazione e dimostrare la loro profonda gratitudine, nei loro vestiti tipici, dai tessuti coloratissimi, leggeri, comodi, semplici nella fattura, ma, al tempo stesso, ricchi di disegni preziosi.
Ascoltano attenti le mie parole, che vengono tradotte nella loro lingua. Annuiscono in quel modo speciale che per noi è il tipico ruotare del capo che significa no, ma con un modo di oscillare il capo stesso che rende quel movimento armonioso e simpatico. A me richiede un grande esercizio per riuscire ad eseguirlo in maniera naturale, anche per lo sforzo di non pensare che significa l’esatto contrario nel linguaggio non verbale occidentale.
L’aiuto di Anton è prezioso per rinforzare la fiducia nei miei confronti.
Rivedrò Pratheepa l’indomani, nel mio albergo e, con il supporto di Anoji, terremo una lezione di Italiano.
La saluto con dispiacere per la brevità del nostro primo incontro, ma non prima di averle consegnato dei libri in Italiano, con raffigurazioni e disegni ed i relativi vocaboli, molto semplici ed elementari.
Il giorno successivo Pratheepa conosceva a memoria tutti i termini ed i vocaboli presenti in quei testi.
Abbiamo visitato la città in compagnia di Anoji, che traduceva soprattutto le questioni e gli aspetti più tecnici relativi al viaggio, alla sistemazione in Italia, all’intervento chirurgico.
Pratheepa era curiosa e desiderosa di imparare, sapere, conoscere. Avrebbe voluto trovarsi già in Italia, nonostante l’aspettasse un intervento chirurgico molto complesso e la lontananza dalla famiglia, quasi avesse paura che non fosse vero, che non fosse possibile si realizzasse il suo sogno.
I giorni trascorsi insieme ci hanno fatto conoscere e la difficoltà di comunicare è stata la prima prova da affrontare per superare gli ostacoli senza perdere mai la fiducia di continuare a perseverare nel raggiungimento degli obiettivi prefissati.
Io imparavo da lei e, soprattutto, imparavo a conoscerla, apprendevo i suoi gusti, le sue abitudini, il suo carattere.
Lei cercava di imparare soprattutto la lingua, con grande sforzo e concentrazione. Chiedeva instancabilmente, indicando gli oggetti e mimando le azioni, quale fosse il termine in Italiano. Lo trascriveva prontamente su un quaderno, prima con i caratteri della sua lingua, poi con l’alfabeto italiano, arricchito da disegni e scarabocchi.
Ha conservato gelosamente quei fogli che, di tanto in tanto, in aereo, durante il viaggio di rientro in Italia, rileggeva e ripassava, pronunciando a modo suo i vocaboli in Italiano, suscitando i sorrisi dei vicini di poltrona che sbirciavano di nascosto la nostra curiosa attività e venivano resi partecipi degli esercizi e dei suoi progressi.
Ogni oggetto che ci circondava ed ogni frase veniva spiegata e tradotta, disegnata e mimata.
L’arrivo in Italia è stato semplificato dall’assistenza aeroportuale organizzata appositamente in vista del nostro rientro grazie alla generosa professionalità di Enrico. L’accoglienza calorosa e l’accompagnamento in albergo sono stati offerti dalla grande disponibilità di Giulia, altra meravigliosa volontaria di @uxilia. Ha saputo riscaldare i nostri cuori in quel freddo giorno di febbraio a Milano.
L’avventura di Pratheepa era iniziata davvero.
Era come se, adesso, finalmente, il sogno fosse diventato realtà.
Era tangibile, inesorabile, sarebbe stato un susseguirsi di eventi che, presto, l’avrebbero portata a realizzare quel sogno tanto desiderato.
Ancora un giorno insieme prima della nostra separazione e della consegna ad un nuovo futuro, ricco di speranza e di altri sogni da realizzare.
Pratheepa è stata accudita ed assistita con amorevoli cure e supportata nelle sue difficoltà e nei momenti più critici, in cui sono affiorate le sue profonde fragilità e le ferite che hanno risvegliato in lei ricordi terribili.
Il suo piccolo corpo ricoperto di cicatrici, martoriato dalle torture, mostrava i segni delle atrocità subite.
Al suo arrivo a Udine è stata ricoverata in ospedale, accompagnata e monitorata dalle infaticabili attenzioni e dall’affetto del personale ospedaliero, in particolare da parte di Nicola ed Elide e delle altre splendide volontarie di @uxilia, Paola e Federica, le quali hanno instaurato subito con lei un rapporto speciale ed un legame profondo che dura tuttora, più forte che mai.
L’intervento di alta chirurgia e la successiva lunga degenza e riabilitazione hanno permesso a Pratheepa di riacquistare non solo la parziale funzionalità del suo arto, ma, soprattutto, la fiducia in se stessa e la sua autostima.
Pratheepa non sapeva ancora, e neppure io, che il nostro incontro avrebbe cambiato il suo destino ed il mio.
Su di lei ricadrà il compito importante, che questa esperienza le ha assegnato, di esempio ed impegno nei confronti della sua gente, dei bambini e di chi ha sofferto ed ancora soffre, nell’indifferenza dei più.
È difficile immaginare la sua forza a vederla così apparentemente fragile, vulnerabile, dolce e delicata. Ma in lei c’è una forte determinazione ed una volontà nate dall’impegno e dal coraggio della scelta di dedicare aiuto e generosità a chi ha bisogno.
Pratheepa è nata e cresciuta in un villaggio piccolissimo nel Nord-Est dello Sri Lanka, a circa 10 chilometri da Trincomalee. I tipici villaggi sono popolati da famiglie numerose, con bambini che giocano nelle strade polverose ed infangate.
Le case sono costruite con terra, pali di legno e tetti di paglia.
Le popolazioni dei villaggi siti vicino al mare vivono di pesca mentre, nell’entroterra, le popolazioni dei villaggi rurali vivono di piccole attività agro-pastorali.
Si tratta di un’etnia colpita, negli anni, da gravi calamità naturali e conseguenti distruzioni, carestie, povertà e denutrizione, con alti tassi di mortalità.
A ciò si aggiungano i quasi trent’anni di conflitto etnico che ha causato morte e devastazioni e le cui conseguenze ed i cui effetti sono tuttora visibili, a circa tre anni dalla sua conclusione.
Il Paese è stato stravolto da una guerra civile divampata nel 1983 e terminata nel 2009. Si sono scontrati il Governo cingalese e le Tigri per la liberazione del Tamil (LTTE). Durante il conflitto, l’intera popolazione civile è stata la prima vittima, avendo subito gravi violazioni dei diritti umani da parte sia delle Tigri Tamil, sia dell’esercito governativo.
Gran parte della popolazione vive tuttora in condizioni di povertà estrema, soprattutto in quei villaggi i cui abitanti sono definiti “the poorest of the poor”, i più poveri tra i poveri.
In tali contesti non esistono, sono del tutto assenti, carenti, insufficienti o inadeguati i servizi igienici, sociali, sanitari, scolastici e le infrastrutture in genere.
Chi patisce maggiormente questa situazione sono i bambini, le donne, i vecchi ed i malati. È una condizione di povertà assoluta che riguarda praticamente tutti, trasversalmente, ma in particolare le fasce deboli della popolazione. Se in una famiglia vi è anche un solo membro che abbia la possibilità di lavorare e procurare il necessario per vivere, questa può già considerarsi in una condizione privilegiata.
Le carenze sul piano fisico e materiale si aggiungono spesso ad altri disagi psicologici legati alle esperienze di traumi vissuti in occasione del conflitto etnico, di cui molti portano i segni visibili, quali invalidità permanenti e disabilitanti.
Pratheepa è stata rapita dal suo villaggio e costretta a partecipare alla guerra senza neppure capire, come la quasi totalità dei suoi coetanei, le ragioni del conflitto, talvolta oscure anche agli adulti.
Bambini strappati alle famiglie, costretti a rinunciare alla loro infanzia, ai giochi, alla scuola e costretti a combattere, soffrire, uccidere e morire.
Bambini ingenui e, al tempo stesso, crudeli nella loro inconsapevolezza del male, del valore della vita umana, propria e degli altri, definiti nemici per interessi e motivi a loro sconosciuti. Bambini che soltanto da grandi saranno obbligati a fare i conti con la loro coscienza.
Chi è sopravvissuto al conflitto porterà per sempre i segni fisici e psichici degli orrori vissuti.
Molti sono stati imprigionati nelle condizioni di detenzione peggiori e più disumane. Anche bambine e giovani donne, talvolta in stato di gravidanza, sono state rinchiuse in condizioni inimmaginabili, ammassate anche in 25 o 30 in un’unica cella, senza neanche una stuoia per dormire.
Molte di loro sono state ripetutamente violentate e torturate per essere piegate e sottomesse all’ubbidienza di dover eseguire gli ordini e compiere azioni da loro non volute.
Bambini soldato, costretti spesso a combattere sotto le minacce di morte rivolte alle loro famiglie, per impedire qualsiasi forma di ammutinamento a qualunque ordine.
Un rapporto dell’Unicef denuncia che più di 300.000 bambini sono stati impiegati in campi di battaglia in tutto il mondo. Evidenzia anche che, nella sola provincia del Nord Est dello Sri Lanka, si stima che circa 3.000 bambini siano stati coinvolti nei conflitti armati come soldati e molti altri, non direttamente coinvolti nel conflitto, abbiano partecipato lo stesso alla guerra in molteplici modi e con compiti diversi.
Tuttora questi ex bambini soldato vivono nel terrore che tutto ciò possa accadere di nuovo. Alcuni manifestano i sintomi tipici dello stress post traumatico ed incontrano profonde difficoltà di adattamento. Senza un adeguato supporto, queste degenerano in forme croniche di disturbo del comportamento e dell’umore, con ripercussioni sulla vita sociale, familiare e lavorativa.
L’intervento di @uxilia, in particolare grazie all’impegno instancabile di Alessia, si rivolge in tali contesti attraverso la realizzazione di diversi progetti per la promozione dello sviluppo socio-economico a favore delle giovani donne ex bambine soldato o vedove. Sono previsti l’avvio di attività di micro credito nei villaggi più colpiti dal conflitto ed interventi di sostegno psico-sociale a favore dei giovani ex bambini soldato attraverso attività educative, formative, ludico-ricreative e laboratori professionalizzanti.
È attualmente in corso la costruzione di un Vocational Training Centre e Home Children. Al suo interno si prevede di ospitare giovani e bambini orfani o abbandonati perché frequentino corsi formativi ed educativi volti ad assicurare loro migliori opportunità di vita e restituire loro un sorriso.
A distanza di circa 9 mesi, Pratheepa è rientrata a casa con una speranza nel cuore e con il suo nuovo sogno da realizzare: aiutare chi ha sofferto come lei a realizzare il proprio.
Tutte le attività di @uxilia sono rese possibili grazie alla rete dei volontari e di tutti i collaboratori che hanno scelto di dedicare una piccola parte del loro tempo agli altri e grazie all’indispensabile contributo offerto da tutti coloro che generosamente aiutano l’Associazione a realizzare i propri progetti.
Grazie.

Laura Boy
Responsabile della Cooperazione Internazionale di @uxilia Onlus
Esecuzione Penale Esterna – Cagliari
Amministrazione Penitenziaria – Ministero della Giustizia

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