La crescita digitale

Marco Simoni, Sergio de Ferra

Come Internet crea lavoro, come potrebbe crearne di più. Gli effetti occupazionali di Internet si amplificano se, nel contempo, cresce il capitale umano del Paese. Saranno i giovani a farci conoscere le opportunità e i rischi della digitalizzazione.

Il rapporto “Crescita digitale” intende contribuire alla discussione pubblica sul legame tra crescita economica e nuove tecnologie e i modi per massimizzarne l’impatto. Nasce, insomma, per rispondere ad una semplice domanda: quanti posti di lavoro, in particolare giovanile, si creerebbero in Italia con una maggiore e migliore diffusione di Internet? Si stima che Internet abbia già creato 12.700 nuovi posti di lavoro nel nostro Paese (DAG, Sviluppare l’economia digitale in Italia: un percorso per la crescita e l’occupazione) e che l’internet economy abbia rappresentato il 2% del PIL nel 2010 (BCG, Fattore Internet. Come Internet sta cambiando l’Economia italiana, The Boston Consulting Group, 2011). Ma non era ancora stato realizzato uno studio che misurasse puntualmente il potenziale occupazionale della rete, forse perché fino al 2007 c’è stata una scarsa disponibilità di dati: anche solo cinque anni fa l’esplosiva espansione di Internet non era sufficiente a stimare il suo effetto occupazionale in maniera solida. Il rapporto Crescita digitale tenta di colmare questa lacuna.

Le risposte del rapporto

Le risposte fornite dal rapporto sono molto chiare: a) la diffusione di Internet esercita un impatto positivo “puro” sull’occupazione, soprattutto su quella giovanile, indipendentemente da altre concause, come la crescita economica, il livello di tassazione sul lavoro, il cambiamento della competitività internazionale. In particolare, si è cercato di valutare quanti occupati in più o in meno si otterrebbero nella fascia d’età tra i 15 ed i 64 anni e quanti nella fascia tra i 15 ed i 24 anni, se l’indice di diffusione di Internet aumentasse del 10%. I dati presi in considerazione per fornire una risposta a queste domande si riferiscono a 28 Paesi dell’OCSE su un periodo di dodici anni (dal 1999 al 2010). I risultati ottenuti mostrano che in un ipotetico Paese medio, l’aumento della diffusione di Internet del 10% comporta un aumento dell’occupazione complessiva di 0,44 punti percentuali ed un aumento dell’occupazione giovanile di 1,47 punti percentuali. Questo risultato è valido per tutte le economie avanzate ed è particolarmente rilevante per Paesi come l’Italia, che scontano un ritardo sia per quanto riguarda la diffusione di Internet, sia per quanto riguarda gli altri fattori che consentono di cogliere le opportunità delle nuove tecnologie. Il rapporto ha cercato, inoltre, di analizzare quale sarebbe la condizione occupazionale attuale se l’Italia fosse stata capace di garantire la stessa diffusione di Internet riscontrata in Francia, un Paese a noi vicino e comparabile dal punto di vista della dimensione e dello sviluppo, oppure come l’Olanda, Paese tra i migliori performer. Se l’Italia, nel 2010, fosse stata in grado di pervenire alla stessa diffusione Internet della Francia, ci sarebbero circa 200.000 occupati in più nella fascia d’età tra i 15 ed i 64 anni, di cui 100.000 nella fascia 15-24. Se, poi, fosse stata in grado di raggiungere i livelli dell’Olanda, gli occupati in più sarebbero oltre 275.000, di cui oltre 140.000 giovani. Se, da un lato, la posizione arretrata del nostro Paese in tutte le classifiche internazionali che misurano lo sviluppo in vari ambiti determinanti per cogliere le opportunità delle nuove tecnologie – livello di formazione del capitale umano, facilità di fare impresa e di accedere al credito – è una delle cause dell’attuale situzione di sofferenza economica, da un’altra prospettiva essa indica molto chiaramente la direzione da seguire. La strada dello sviluppo digitale è a portata di mano e ha dimostrato di poter fornire risultati importanti in tempi relativamente brevi. b) Gli effetti occupazionali di Internet si amplificano se, nel contempo, cresce il capitale umano del Paese: crescono, cioè, i livelli di formazione volti alla creazione di una cultura digitale e, allo stesso tempo, vengono implementate politiche per far crescere l’ecosistema digitale nel suo complesso.

Le fonti della crescita digitale.
Essere “preparati”

Se un Paese, le sue imprese ed i suoi cittadini, non sono sufficientemente pronti ad integrare Internet nella loro economia, gli investimenti in tecnologia esercitano un impatto molto minore. Nella classifica di un indice composito che misura quanto i diversi Paesi europei siano preparati a trarre vantaggio dal potenziale di Internet, l’Italia è posizionata sotto la media, molto distante dai piani alti della classifica. Nuovamente: questo indice rappresenta una condizione di attuale difficoltà, ma suggerisce anche delle importanti potenzialità, dato che, intervenendo sui fattori che limitano la nostra “preparatezza”, si possono ottenere risultati molto positivi sulla crescita.

Un ecosistema favorevole

Naturalmente, accanto ai fattori moltiplicativi dovuti al contesto di riferimento, la crescita digitale è favorita e stimolata dallo sviluppo diretto di settori legati all’uso delle nuove tecnologie. In altre parole, gli effetti di creazione di nuova occupazione e di crescita economica dipendono anche dallo sviluppo di un’industria dedicata a sviluppare servizi e prodotti legati ad Internet, che possono fungere da traino ed accompagnare i settori più tradizionali nell’economia digitale. A svolgere un ruolo fondamentale nel promuovere l’impatto positivo di Internet, oltre al capitale umano, sono, in particolare, una struttura dei finanziamenti vicina alle necessità d’impresa (e, nel caso delle aziende ICT, vicina alle necessità delle startup) ed il bisogno di regimi regolamentari semplici. Leggendo i dettagli della classifica della Banca Mondiale, si capisce bene quale debba essere la principale preoccupazione di ogni nuovo giovane imprenditore in Italia: non solo il peso, ma anche il livello di complicazione del sistema fiscale che lo costringe ad effettuare ben 15 pagamenti l’anno, e passare in media circa 285 ore l’anno, oltre un mese e mezzo a tempo pieno, a risolvere problemi fiscali. In altre parole, un geniale startupper italiano non avrebbe modo o tempo di concentrarsi sullo sviluppo delle sue idee o sulle strategie di mercato perché passerebbe gran parte del tempo a risolvere problemi burocratici… Per questa ragione, va proseguita la strada, già iniziata dall’attuale Governo, di semplificazione della vita di imprese giovani. In particolare, una spinta verso la digitalizzazione degli adempimenti burocratici e fiscali può diventare doppiamente efficace in questo senso, essendo sia una semplificazione in sè, sia una spinta all’utilizzo del digitale da parte delle aziende tradizionali.

Un volano per tutti

Una delle ragioni per cui non risulta agevole misurare l’impatto di Internet è legata proprio alla sua pervasività. Internet cambia il modo in cui le aziende operano, interagiscono le une con le altre, e la rivoluzione digitale sta trasformando il modo in cui si producono le cose. In altre parole, oltre ai fattori già discussi, l’impatto di Internet sull’economia presenta due effetti analiticamente distinti. Da un lato, migliora la produttività delle aziende che si dotano di strumenti web, con guadagni stimati tra il 5% e il 10%; dall’altro, fa nascere nuove opportunità anche nella old economy. Per rafforzare questi fenomeni, si possono identificare, sfruttando la scala locale di parte dell’industria italiana, specifici sostegni alla digitalizzazione delle aziende, specialmente quelle che la sfrutterebbero al fine di incrementare la loro esposizione internazionale. Infatti, e questo vale specialmente per l’Italia, in cui gran parte della produzione avviene nelle piccole e medie imprese, è possibile favorire, tramite la digitalizzazione, economie di scala che consentano di superare gli svantaggi della dimensione ridotta. Il web, in sostanza, può portare i distretti ad assumere un nuovo ruolo nella crescita dell’economia locale e nella sua esposizione internazionale, favorendo la specializzazione locale grazie alla possibilità di un enorme ampliamento dei mercati di riferimento.

Capitale e lavoro: tornare al territorio

In Italia, l’innovazione va realizzata anche partendo dalle realtà dinamiche e produttive, ancora largamente organizzate in distretti locali. Sul capitolo dell’innovazione delle imprese non appare dunque ipotizzabile l’adozione di scorciatoie statali basate su finanziamenti a pioggia. Al contrario, è fondamentale l’intervento di mediazione e coordinamento degli attori locali: non solo i poteri pubblici, ma le banche, le camere di commercio, gli enti di formazione, i sindacati, etc. Una stretta cooperazione con gli enti di formazione può favorire, poi, l’ingresso nelle aziende di una nuova generazione di “nativi digitali”, in grado di stimolare l’innovazione. Molto spesso, infatti, ci si trova di fronte ad un blocco di natura culturale. Inserire, anche per poche settimane, “nativi digitali” all’interno delle PMI può diventare un modo per far scattare l’interesse verso il mondo digitale e, allo stesso tempo, dotare queste ultime di strumenti di base. Possono essere proprio i giovani ad accompagnare le aziende a scoprire le opportunità offerte dalla digitalizzazione.

Marco Simoni
Economista, politologo, docente alla London School of Economics
Sergio de Ferra
Docente di International Economics alla London School of Economics

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