Le soluzioni che diventano problemi

Francesca Coin

A che serve una riforma del mercato del lavoro se il lavoro non c’è? Ancora oggi, in un contesto di conclamata recessione, il livellamento verso il basso delle condizioni di lavoro viene presentato come una panacea per la prosperità e l’occupazione.

Luciano Gallino definisce “terzomondializzazione” il processo per cui il lavoro informale, precario ed atipico assale anche il Vecchio Continente, esportando al Nord politiche di riduzione delle tutele del lavoro e livelli di disoccupazione sino ad oggi confinati al Sud. È all’interno di questo contesto che oggi bisognerebbe discutere la riforma italiana del mercato del lavoro. Su questa riforma si è scritto molto, e spesso le si è attribuito un ruolo necessario per la crescita, la competitività e l’occupazione. Tuttavia, ciò che spesso manca in questa discussione è un suo adeguato inserimento entro il contesto storico ed il dibattito scientifico nel quale la riforma interviene, due lacune tanto importanti quanto drammatiche rischiano di essere le loro conseguenze. La terzomondializzazione dell’Europa non è un processo nuovo. In “La lotta di classe dopo la lotta di classe” (2012), Paola Borgna ripercorre la storia di questa congiuntura in una lunga intervista a Luciano Gallino. Negli ultimi vent’anni, spiega Gallino, la delocalizzazione, la riorganizzazione dei ritmi e degli orari di lavoro, ed un crescente processo di esternalizzazione di interi settori della produzione manifatturiera, hanno gradualmente trasferito a Sud la produzione del Nord, estendendo al Nord le contraddizioni salariali e sindacali del Sud. Nei primi anni del XXI secolo, non a caso, una delle formule più diffuse nell’analisi sociale era il concetto di “race to the bottom”, utilizzato da Brecher e Costello (2000) per descrivere il tendenziale livellamento verso il basso e la tendenziale convergenza delle condizioni di lavoro e dei salari nel Nord e nel Sud del mondo. Di fatto, ciò che questa formula sottolineava è che già nei primi anni del XXI secolo non vi erano più due mercati del lavoro, a livello internazionale distinti, e in qualche misura perfino separati, uno collocato nei Paesi più sviluppati, che copriva pressoché interamente il campo della produzione industriale e l’altro collocato nei Paesi meno sviluppati, che copriva il campo della produzione agricola e mineraria. La concorrenza interna ai Paesi era diventata una concorrenza “tra” Paesi, in un processo generale di smantellamento del vecchio patto fordista e delle tutele lavorative. Tutte queste dinamiche hanno interessato l’Italia esplicitamente, traducendosi in un processo duplice di precarizzazione e delocalizzazione di massa. Fiat, Dainese, Geox, Bialetti, Omsa, Rossignol, Ducati Energia, Benetton, Calzedonia, Stefanel, sono solo alcuni esempi di grandi imprese italiane che hanno trasferito la loro produzione in Asia e nell’Europa dell’Est, esattamente come hanno fatto, secondo i dati Istat, dal 2001 al 2006, circa il 13,4% delle grandi e medie imprese. Si tratta di un’emorragia occupazionale graduale, che inizia nel tessile e nel calzaturiero per estendersi sino alle imprese medio-grandi ed ai piccoli laboratori attivi nella subfornitura, attuando lentamente una metamorfosi sociale sempre più visibile, anche ad occhio nudo. Stretti tra la rimozione delle tutele lavorative e la delocalizzazione crescente, ci ritroviamo lentamente ad osservare un contesto sociale di problematicità acuta, retto sempre più da sottoccupazione e disoccupazione, avviato in direzione chiaramente recessiva. Dieci anni fa, all’inizio di questo processo, la flessibilità del lavoro veniva presentata come una panacea per rinfrancare l’occupazione e rivitalizzare il mercato. Per misurare il grado di regolazione o, meglio, di rigidità all’interno del mercato del lavoro, l’Ocse utilizza l’”Employment Protection Legislation” (Epl), un indice che misura la rigidità del mercato del lavoro sulla base delle leggi che lo regolano. Dopo lunghi richiami alla crescita della flessibilità del lavoro come strumento di crescita occupazionale, nel 2004 l’”Employment Outlook”, il rapporto sull’occupazione dell’Ocse, ammetteva l’ambiguità empirica di questo assunto: “The net impact of EPL on aggregate unemployment is therefore ambiguous a priori, and can only be resolved by empirical investigation. However, the numerous empirical studies of this issue lead to conflicting results, and moreover their robustness has been questioned”. L’11 luglio 2007, lo stesso Parlamento Europeo ammetteva l’assenza di evidenza empirica circa le virtuose conseguenze occupazionali della flessibilità. Alla luce degli studi condotti sui Paesi scandinavi, il testo recitava «chiaramente un elevato livello di protezione dal licenziamento e delle norme sul lavoro è pienamente compatibile con un’elevata crescita dell’occupazione». In altre parole, dopo lunghi richiami alla riduzione delle tutele lavorative, gli stessi dati Ocse chiarivano che le problematiche e la vitalità del mercato del lavoro non erano correlate alla tutela del lavoro. A che serve una riforma del mercato del lavoro se il lavoro non c’è? È questa la domanda che ereditiamo oggi da questo dibattito. In quei mesi, le pagine del quotidiano Liberazione riprendevano questa discussione. Nello specifico, vi intervenivano Pietro Ichino, Francesco Giavazzi ed Emiliano Brancaccio. Il 4 settembre, Pietro Ichino, uno dei principali sostenitori della flessibilità in Italia, ammetteva: “Non ho mai sostenuto che la rigidità della protezione del lavoro abbia prodotto in Italia un aumento della disoccupazione”. “Il giusvalorista parla di continuo della flessibilità di cui il sistema ha bisogno, ma non sembra molto convinto di sapere perché il nostro sistema ha bisogno di ulteriore flessibilità”, replicava Brancaccio, concludendo: “la replica di Ichino pare, insomma, una testimonianza ulteriore delle difficoltà in cui versano i sostenitori della ricetta del lavoro flessibile. Essi usano presentarsi come dispensatori di modernità, laddove, invece, le loro indicazioni risultano ormai largamente applicate e palesemente fallimentari”.
Dopo vent’anni di discussione sulla riforma del lavoro, il dibattito pare, dunque, approdare qui: ancora oggi, in un contesto di conclamata recessione, il livellamento verso il basso delle condizioni di lavoro viene presentato come una panacea per la prosperità e l’occupazione. Non solo tale strategia risolutiva si dimostra fondamentalmente priva di riscontri empirici, ma i dati rivelano inconfutabilmente le conseguenze emergenziali delle politiche di austerità sul sistema sociale. Mentre si auspica l’austerità per la ripresa, infatti, i dati più recenti della Cgia di Mestre parlano di 11.000 aziende costrette a chiudere, un record negativo mai toccato negli ultimi quattro anni. Contemporaneamente, la Coldiretti annuncia che anche 50.000 aziende agricole hanno chiuso. “Un regime di accumulazione di questo tipo”, scrive Brancaccio, “è intrinsecamente contraddittorio, ed è quindi perennemente soggetto al rischio di avvitarsi su se stesso, a causa del divario crescente tra forze produttive e consumi ristretti delle masse”.
L’assenza di evidenza empirica rispetto agli effetti benefici dell’austerità sulla crescita o sull’occupazione pone dunque il problema della divergenza, o dell’arretratezza, del dibattito politico rispetto al dibattito scientifico. Ci troviamo, di fatto, in un cortocircuito teorico-empirico. Dal punto di vista retorico, la difesa dell’austerità come strumento di crescita, e della libertà di licenziamento come strategia di crescita occupazionale, risulta oggi un ossimoro, un esercizio retorico che accosta parole di significato opposto, sfida la tenuta logica delle relazioni causa-effetto ed offusca l’orizzonte di senso. In questo contesto, è lecito ritornare alla domanda di base: quale beneficio può portare la riduzione delle tutele e delle protezioni, nel mezzo dello smantellamento della struttura produttiva? A questa domanda ha indirettamente risposto, il 3 aprile, il Financial Times, rendendo pubblico un documento nel quale la Commissione Europea suggerisce al Governo italiano di evitare “cedimenti nella messa in pratica della legge di bilancio” e, se necessario, di prendere “misure ulteriori” di austerità. Mentre appare evidente che il rischio della deregolamentazione parallela del lavoro e delle sue tutele è la disoccupazione di massa e l’assenza di alcuna struttura in grado di farsene carico, il rapporto del Financial Times rende realistico il timore che tali politiche portino ad una spirale recessiva, in un processo già osservato, per l’appunto, nel Sud del mondo.
In questo contesto, è ancora possibile sostenere che “tagliare la spesa pubblica non incide negativamente sull’occupazione”?, si chiedeva Krugman in un recente articolo sul Sole 24 Ore. Sì, era la sua risposta, “se avete passato gli ultimi anni in una caverna o in uno dei think-tank della destra americana”. Tutti gli altri, diffidino di soluzioni che diventano problemi.

Francesca Coin
Ricercatrice – Dipartimento di Studi Linguistici e Culturali, Università Ca’ Foscari di Venezia

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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