Le accuse agli economisti

Tommaso Nannicini

Dietro a cause superficiali della crisi (la miccia detonante), si nascondono ragioni profonde legate agli squilibri macroeconomici (la polvere esplosiva).

È proprio vero che gli economisti hanno fallito perché non hanno saputo prevedere la recente crisi finanziaria? A costo di correre il rischio di una difesa d’ufficio, proviamo ad osservare meglio cosa ci sia di vero e di fuorviante in questa accusa. Tanto per iniziare, la scienza economica non è un pensiero unico (con buona pace di quanti amano nascondere la propria mancanza di ricette dietro i presunti danni dell’ideologia liberista), ma una disciplina complessa ed eterogenea, composta da molti approcci e da molte voci. La crisi pone domande e sfide affascinanti a chi svolge attività di ricerca in questo campo, ma risulta difficile sostenere che l’analisi economica non avesse già prodotto gli strumenti per capire dove ci avrebbero condotto gli squilibri che stavamo accumulando.
Le cause superficiali della crisi sono note: lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti e la reazione a catena sugli intermediari finanziari, complice una loro eccessiva esposizione al rischio (basata su aspettative erronee di crescita illimitata dell’economia e dei valori immobiliari). Qui, francamente, i fallimenti del mercato e dello Stato (della politica) si sono rafforzati a vicenda. Non v’è dubbio che ci sia stata un’eccessiva assunzione di rischi da parte dell’intera industria finanziaria (attirata da profitti facili e remunerazioni da capogiro, che non internalizzavano i rischi di lungo periodo) ed una disattenzione delle autorità di supervisione monetaria (convinte che certi squilibri fossero diventati più sostenibili rispetto al passato, grazie alle innovazioni finanziarie ed alla posizione di privilegio dell’economia statunitense). Ma la politica ha dato il suo contributo. Non tirando il freno di una crescita che appariva sempre più drogata, per ragioni elettorali. E alimentando il sogno di una casa per tutti, anche per chi non poteva permettersela.
Dietro a queste cause superficiali della crisi (la miccia detonante), si nascondono ragioni profonde legate agli squilibri macroeconomici (la polvere esplosiva). In un libro che dovrebbe diventare una lettura obbligata per chiunque fosse interessato ad approfondire questi temi (“This Time Is Different. Eight Centuries of Financial Folly”), gli economisti Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff hanno ricostruito un imponente database sulle crisi bancarie e finanziarie nel corso dei secoli. Il loro messaggio è semplice: i dati mostrano che in questa situazione ci siamo già trovati e, probabilmente, ci torneremo in futuro. Al di là delle sue dimensioni quantitative, sul piano qualitativo la crisi attuale non mostra niente di eccezionale, così come non hanno niente di eccezionale la sottovalutazione dei rischi prima di arrivarci e la sopravvalutazione degli effetti una volta che è scoppiata. Succede sempre così. Il deficit di bilancia dei pagamenti degli Stati Uniti e l’eccesso di indebitamento di governi, famiglie e banche costituivano segnali che, sulla base delle esperienze passate, mostravano con chiarezza come una battuta d’arresto, anche brusca, fosse ormai inevitabile.
Queste analisi si potevano leggere già da tempo nella letteratura economica. Sinceramente, accusare gli economisti di non aver previsto quando sarebbe scoppiata la crisi è un po’ come accusare i politologi di non aver previsto quando sarebbe caduto il muro di Berlino. Molti economisti avevano prodotto analisi ed interventi che denunciavano l’insostenibilità degli squilibri descritti sopra (Obstfeld, Rogoff, Krugman, Roubini, Setser, solo per citarne alcuni).
Certo, ci sono state sottovalutazioni anche nella letteratura economica, e non mancano lezioni che gli economisti dovrebbero trarre dalla crisi. Uno dei più brillanti economisti sul panorama internazionale, Daron Acemoglu, ne ha ricordate alcune in uno stimolante intervento di natura divulgativa (“The Crisis of 2008: Structural Lessons for and from Economics”). La prima lezione è che il ciclo economico e la volatilità aggregata resteranno con noi, a differenza di quanto alcuni si erano frettolosamente spinti a negare. La seconda è che la scienza economica può aiutarci a rendere ancora più improbabili questi eventi, disegnando regole ed istituzioni adeguate, a partire dal settore finanziario. Mercato libero non significa mercato senza regole. Per definizione, il mercato è un’istituzione che si regge su un insieme di regole. Come renderle più solide per garantire lo sviluppo ed assicurare i rischi, è un continuo cantiere in corso. Il terzo insegnamento riguarda la centralità della crescita economica. Distruzione creativa, innovazione e continua riallocazione delle risorse, per quanto costose nel breve periodo per alcuni soggetti (soprattutto quelli più deboli, che devono essere aiutati con strumenti trasparenti), sono le sole ricette conosciute per creare benessere sostenibile. È l’unica strada disponibile per sfruttare a nostro vantaggio la volatilità insita nelle economie di mercato (destinata a non scomparire), domandola come un surfista che cavalca un’onda invece di restarne travolto.

Tommaso Nannicini
Assistant Professor presso il Dipartimento di Economia
“Ettore Bocconi” di Milano

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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