La crescita dell’Africa

Martin Nkafu Nkemnkia

Entro il 2020, il PIL del Continente raddoppierà, grazie anche al dinamismo del Sudafrica ed agli investimenti di Brasile, Russia, India e Cina. Lo sostiene un recente studio di Ernst & Young.

Introduzione

Osservando oggi l’Africa, si avverte non solo un diffuso interesse nei suoi confronti, ma, soprattutto, la sua presenza nei cuori di molti, in vari modi. Numerose sono le opinioni, come numerosi sono gli stereotipi. Ci sono gli scettici, gli ottimisti ad oltranza, gli avventurosi e i cultori di “africanità”. Potremmo anche continuare…

Oltre alla questione culturale, la prospettiva attraverso cui conviene guardare l’Africa e cogliere la sua identità all’interno della società umana, vi sono altri modi per percepire l’evoluzione di questo Continente ed il suo rapporto con il resto del mondo: può, infatti, essere osservata dal punto di vista sociale, antropologico, sanitario, educativo, artistico, gastronomico, politico ed economico.

Un aspetto che emerge sempre è quello della povertà. Esso è fortemente legato all’economia ed all’amministrazione della cosa pubblica, il bene comune.

1. L’Africa non è più sinonimo di povertà endemica

Africa sinonimo (o stereotipo) di povertà. Un luogo comune. Superato, però, dalla realtà economica degli ultimi anni. Permangono – è vero – situazioni di difficoltà in diversi Paesi, ma si sono consolidate anche situazioni favorevoli, di buon governo, crescita economica, stabilità. Che sfatano il luogo comune – appunto – dell’Africa come sinonimo di povertà. Due esempi su tutti. Sapete qual è il Paese che nel 2011 ha beneficiato della crescita economica più elevata? No, non è la Cina, e nemmeno l’India. È il piccolo Ghana, Africa Occidentale, quella che Obama ha definito un esempio di Democrazia che funziona nel Continente nero. Lo scorso anno il PIL è aumentato di oltre il 20% rispetto all’anno precedente. L’altro esempio è sotto gli occhi di tutti, se solo pensiamo al successo dei Mondiali di calcio in Sudafrica, un biglietto da visita in mondovisione di un’Africa diversa, che cresce, appunto. Ebbene, l’acronimo Bric (Brasile, Russia, India e Cina) che identifica i Paesi emergenti dotati delle economie più dinamiche al mondo, negli ultimi mesi si è trasformato in Brics, comprendendo nel “club” – nel quadro anche di un’economia occidentale sempre più agonizzante, tra crisi dei mutui Usa e crisi dei debiti sovrani Ue – il Sudafrica. Questa Nazione produce da sola circa un terzo del PIL africano.

Entro il 2020, il PIL del continente raddoppierà, grazie anche al dinamismo del Sudafrica ed agli investimenti di Brasile, Russia, India e Cina. Lo sostiene un recente studio di Ernst & Young. Il PIL passerà dai 1.600 miliardi di dollari del 2008 agli oltre 2.600 del 2020. Se confermato da dati reali, si tratta di un risultato sorprendente, che testimonia la vitalità e la dinamicità con cui crescono le economie di molti Paesi africani.

Secondo lo studio, una grossa mano arriverà dagli investimenti esteri, che dovrebbero raggiungere i 150 miliardi di dollari già nel 2015, grazie al migliorato clima economico-politico: riduzione della corruzione, maggiore stabilità politica, best practices di governo imposte da Fmi e Onu in cambio di aiuti e prestiti, rafforzamento della Democrazia in diversi Paesi. In Africa c’è ancora molto da fare, ma i comparti privilegiati dagli investimenti esteri saranno le telecomunicazioni, le infrastrutture, l’edilizia, le banche e l’industria mineraria.

Di pari passo con la crescita del PIL, aumenteranno anche il reddito e, quindi, la capacità di spesa degli Africani: i consumi dovrebbero crescere, in media, del 62%, da qui al 2020, sempre secondo lo studio di Ernst & Young.

Negli ultimi anni, insomma, l’Africa ha alzato la testa e, forse per la prima volta, sta cercando di andare avanti da sola, nonostante tutto. A sparigliare le carte ci hanno pensato la Cina ed altri Paesi emergenti, come India, Brasile, Corea…

Le ex potenze coloniali sono rimaste spiazzate: non sono più le sole, la partita si gioca con diversi partner. Sarà per questo che le statistiche delle organizzazioni internazionali registrano ancora una dinamicità economica davvero insperata. Soprattutto se si confrontano le giovani e vivaci economie di tanti Stati africani con quelle disastrate dell’Europa.

Secondo il settimanale britannico The Economist, nel 2011, tra i 10 Paesi caratterizzati dalla maggiore crescita economica al mondo, 6 sono situati in Africa.

Certo, non sono solo rose. Permangono tanti problemi (ma anche in Occidente). L’aspetto più significativo è che mi sembra stia scomparendo dall’immaginario culturale occidentale l’idea-luogo comune di Africa – povertà, fame e guerre. L’Africa è tuttora questo, ma è anche, e sempre più, molto altro.

Secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, nel 2012 l’Africa beneficerà di una crescita economica media del 5,4%. Non è poco, se si considera che in molti Paesi occidentali la crescita prevista non supera l’1% o, come nel caso dell’Italia, le previsioni parlano, addirittura, di segno negativo, di recessione.

2. Grazie alla crescita, l’Africa si è posta al centro dell’attenzione delle banche internazionali.

In Europa c’è la crisi del debito. L’euro traballa, le economie occidentali annaspano. E le grandi, fameliche, banche internazionali, che fanno? Si spostano a Sud. Verso l’Africa. In cerca di business. Attratte dagli alti tassi di crescita del Continente. Il fenomeno è di tutto rilievo e riguarda numerosi istituti finanziari occidentali. In pista ci sono colossi come J.P. Morgan, Crédit Suisse, Barclays, Industrial and Commercial Bank of China. Stanno aprendo filiali nel Continente nero.

3. Un mondo a quattro velocità

James Wolfensohn, ex presidente della Banca mondiale, già economista, banchiere e capitano della nazionale australiana di scherma alle Olimpiadi del 1956, in una sua teoria economica ha diviso il mondo in quattro livelli di velocità di crescita. Non più solo Nord e Sud, Paesi sviluppati e sottosviluppati, ma una classificazione più articolata che tiene conto dei tratti in comune e dei passi avanti compiuti dai due precedenti poli opposti.

Considerando il tasso di sviluppo, il ritmo di crescita economica ed il livello dei salari in confronto alle potenze industriali, Wolfensohn ha diviso il mondo in:
a)Paesi ricchi (affluent);
b)Paesi convergenti (converging);
c)Paesi in movimento, “attaccati al treno che avanza” (struggling);
d)Paesi poveri (poor).
Tenendo conto di questa classificazione, l’Ocse ha ridisegnato una cartografia del mondo e della crescita economica, dagli anni ‘90 fino ad oggi. Questo esercizio, non privo di interesse, è stato pubblicato nell’ultimo rapporto sulle “Prospettive economiche dell’Africa 2011”. Ebbene, dall’analisi dell’Ocse risulta una cartina con tanti punti, un tempo bianchi (poveri), ora più colorati. In questi anni, il tenore di vita in molti Paesi in via di sviluppo si è avvicinato a quello dei “Paesi ricchi”. E molti Stati, una volta in coda alla classifica, si sono liberati dal giogo della povertà estrema e senza speranza per avvicinarsi alle posizioni di quelli caratterizzati da un processo di crescita media.

Dal 2000 al 2007, prima della crisi economica internazionale, una gran parte del mondo in via di sviluppo ha beneficiato di un primo periodo di forte crescita economica, come non capitava da molti anni. Gli economisti dell’Ocse hanno registrato un innalzamento del livello di reddito pro capite, fenomeno che non si verificava dagli anni ‘70. Nel decennio 2000-2010, in molti casi il progresso è stato di due volte maggiore rispetto ai cosiddetti Paesi ricchi. Cina e India sono cresciute ad un ritmo di tre o quattro volte superiore alla media dei Paesi membri Ocse.

4. In Africa, 19 Paesi su 53 hanno preso il treno dello sviluppo (Ocse)

È sorprendente confrontare le due cartine geografiche di sviluppo del mondo a quattro velocità durante gli anni ‘90 e nel 2000. Nell’Africa Occidentale e Centrale, alcune Nazioni crescono meno rapidamente di altre. Tuttavia, secondo l’Ocse, dal 2000 al 2007, 19 Stati africani sono entrati nella categoria dei Paesi convergenti, quelli, cioè, saliti con decisione sul treno dello sviluppo (sono passati dai 2 del 2000 ai 19 nel 2007, fino ai 28 nel 2010, nonostante la crisi), posizionandosi subito dietro i Paesi ricchi.

Nello stesso periodo, i Paesi poveri sono diminuiti: 34 nel 2000, 14 nel 2010 (per assenza di dati congiunturali, nelle statistiche non sono compresi Somalia, Zimbabwe, São Tomé e Príncipe e Libia). Queste Nazioni hanno avuto successo perché sono riuscite a ridurre povertà e disuguaglianza. L’Ocse parla di «evoluzione spettacolare della crescita media dell’Africa, comparata al resto del mondo», che, come sappiamo, arranca. Il dato è ancora più evidente se si osserva la cartina riferita al 2000: i Paesi dell’Ocse sono entrati in recessione in seguito alla crisi finanziaria del 2007, causata prima dai mutui americani e dalle banche, poi dalla speculazione e dall’aumento dei costi delle materie prime. La cartina mostra che quasi metà delle economie africane è passata dalla terza categoria, “quelli saliti sul treno dello sviluppo”, alla seconda, gli Stati che seguono a ruota il gruppo di quelli ricchi.

Questa evoluzione, avverte l’Ocse, deve essere considerata con prudenza, non dimenticando l’elevato scarto iniziale tra i Paesi ricchi e quelli in via di sviluppo. Ma si tratta di un’evoluzione significativa, perché mette in luce una crescita tendenziale consolidata e generale, che ha investito gran parte del Continente nero. Come dire: con la crisi, l’Occidente ha frenato ed i piccoli passi avanti compiuti da tante Nazioni africane che partivano da zero sono diventati più visibili. Tanto da spingere gli economisti dell’Ocse ad affermare, forse con un eccesso di ottimismo: «La crisi ha fortemente accelerato la modificazione della ripartizione della ricchezza nel mondo, e l’Africa ne è stata la principale beneficiaria».

Insomma, questi dati fanno comprendere come non si possa più generalizzare. Nel processo di globalizzazione, l’Africa si confronta con diverse forme di governo, modelli politici ed economici, percorsi educativi – varie forme di credenza e di fede religiosa – e si domanda quale sia la sua identità all’interno del villaggio globale. È ancora possibile parlare di “africanità”, oppure conviene adottare qualunque forma di istituzione offerta dai partner di sviluppo e di crescita in ogni campo?

In questa riflessione, intendiamo invitare il lettore ad unirsi a noi e percorrere insieme alcune tappe della situazione africana. Ciò al fine di trovare elementi che possano garantire all’Africa sviluppo ed un ruolo nella civiltà umana. Senza pregiudizi, né stereotipi nei confronti di nessuno. Con un’avvertenza: i criteri ed i paradigmi con cui noi Occidentali siamo abituati a parlare di sviluppo e crescita economica possono essere automaticamente traslati all’Africa. Lo sviluppo deve però tenere conto delle specificità culturali e delle ricchezze della civiltà africana. Va identificata la via africana allo sviluppo economico.

Il tema fondamentale è proprio questo: qual è la via africana allo sviluppo economico e qual è il modello africano di politica. In questi due punti, si possono trovare le soluzioni ai problemi di povertà che si registrano ancora in un Continente dotato di ogni risorsa: minerali, petrolio, fauna unica.

Per costruire la via africana, occorrerà superare i pregiudizi e anche i fenomeni del passato, come la colonizzazione, la tratta degli schiavi, lo sfruttamento economico odierno, la stessa dominazione politica, il neo-colonialismo. Solo così l’Africa potrà superare la crisi economica e politica in corso e potrà offrire un contributo di valore inestimabile all’umanità intera.

Martin Nkafu Nkemnkia
Docente di Filosofia presso la Pontificia Università Lateranense, Gregoriana ed Urbaniana
Riccardo Baarlam
Giornalista del Sole 24 Ore

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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