Il “fiscal compact”

Angelo Baglioni

In passato, i vincoli imposti dal Patto di stabilità sono stati spesso violati, in primo luogo dalla stessa Germania (e dalla Francia).

Alla fine di gennaio, i Governi europei – con la rilevante eccezione della Gran Bretagna – hanno siglato il Trattato denominato “fiscal compact”, presentandolo come un importante passo avanti della governance europea. A ben vedere, questo trionfalismo sembra fuori luogo per due motivi: primo, nel fiscal compact c’è ben poco di nuovo rispetto a quanto già presente nelle regole di funzionamento dell’Europa; secondo, le regole contenute nel Trattato intergovernativo sono ben lontane dal costituire un vero e proprio passaggio verso una federazione fiscale, ciò su cui bisognerebbe cominciare a lavorare seriamente per evitare il collasso della moneta unica. Ma vediamo, innanzitutto, cosa prevede il fiscal compact.
1.Pareggio di bilancio. Ogni Paese deve perseguire il pareggio del bilancio pubblico come obiettivo di medio termine. In particolare, il disavanzo strutturale del settore pubblico non deve eccedere il mezzo punto percentuale del PIL. Per “strutturale” si intende il disavanzo calcolato tenendo conto del ciclo economico (minori entrate e maggiori uscite dovute ad una fase di recessione) escludendo gli effetti di misure temporanee. La regola del bilancio in pareggio dovrà essere inserita nella Costituzione di ciascuno Stato.
2.Ruolo della Corte di Giustizia. Se la Commissione, o un Stato membro, ravvisano che un altro Stato non abbia rispettato l’obbligo di inserire la regola del pareggio di bilancio nella Costituzione, possono rivolgersi alla Corte di Giustizia Europea. Questa può comminare una multa il cui ammontare può giungere fino allo 0,1% del PIL.
3.Procedura semi-automatica per disavanzo eccessivo. In caso di mancato rispetto della regola del pareggio di bilancio, la Commissione UE avvia la procedura che può portare a sanzioni a carico del Paese deviante. La procedura può essere fermata solo dal voto contrario, a maggioranza qualificata, del Consiglio Europeo.
4.Regola del “ventesimo”. I Paesi che hanno accumulato un livello di debito – in rapporto al PIL – superiore al 60%, dovranno attuare ogni anno una riduzione del debito pubblico pari ad un ventesimo della distanza tra il livello corrente ed il 60%. L’Italia ha un debito pari al 120% del PIL. Questa regola impone una riduzione del 3% all’anno del rapporto debito/PIL. Queste misure sono sostanzialmente già previste nel Patto di Stabilità e Crescita, nella sua versione rafforzata approvata nel marzo del 2011 (il cosiddetto “Patto euro plus”). Il Trattato concordato a fine gennaio sembra quindi più un’operazione mediatica che di sostanza, voluta dal Governo tedesco per venire incontro alle ansie del suo elettorato, preoccupato di dovere pagare maggiori tasse per aiutare le Nazioni ad alto debito senza nessuna garanzia di disciplina in cambio. In realtà, la diplomazia tedesca ha cercato di andare oltre, puntando ad irrigidire le regole già esistenti, prevedendo, ad esempio, di applicare la procedura per disavanzo eccessivo ai Paesi che presentano un debito superiore al 60% del PIL, anche se vantano un bilancio in pareggio. Il comportamento del Governo tedesco ha rivelato un atteggiamento punitivo nei confronti degli Stati “devianti”. Grazie alla credibilità recentemente conquistata, il Governo italiano ha svolto un ruolo significativo nello sventare questo tentativo di inasprimento della disciplina fiscale. Sul piano della governance, il Trattato di fine gennaio non prevede pressoché nulla, se non un paio di riunioni annuali dei Capi di Stato e di Governo dell’area euro. Su questo fronte, si rivela particolarmente deludente. La logica che è prevalsa è sempre la stessa: disciplina fiscale presidiata da vincoli ai saldi della finanza pubblica. Il primo effetto del fiscal compact (che entrerà in vigore il prossimo 1 gennaio, previa ratifica da parte di almeno dodici Paesi) sarà l’adozione contemporanea di politiche fiscali restrittive da parte delle Nazioni dell’area euro: questa sincronizzazione rende probabile un impatto negativo sul ciclo economico europeo, aggravando la recessione già in atto. Ricordiamoci anche che, in passato, i vincoli imposti dal Patto di stabilità sono stati spesso violati, in primo luogo dalla stessa Germania (e dalla Francia, che adesso sposa il rigore teutonico). Ma, soprattutto, manca una visione del processo di integrazione europeo che comprenda una cessione di sovranità fiscale, seppur graduale. Per citare solo alcuni esempi di possibili passi in questa direzione, pensiamo all’attribuzione di maggiori responsabilità al Parlamento europeo, all’elezione diretta del Presidente della Commissione UE e, soprattutto, al potenziamento del bilancio comunitario, che consenta alle istituzioni europee di ridistribuire maggiori risorse. Il cammino verso una federazione fiscale tra i Paesi dell’area euro è lungo, ma bisogna pur cominciare. L’alternativa è convivere con il vizio di fondo dell’unione monetaria: i Paesi che vi fanno parte condividono la stessa moneta, ma non la medesima politica fiscale. La mancata correzione di questa contraddizione continua a mettere a rischio la stessa sopravvivenza dell’euro.

Angelo Baglioni
Professore Associato di Advanced Economics;
Economia dell’Informazione e della Previdenza;

Facoltà di Scienze Bancarie, Finanziarie e Assicurative
Università Cattolica di Milano

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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