Crisi finanziaria e diseguaglianze

Mauro Bussani

Per emergenze altrettanto globali e non meno calamitose – di natura ambientale od umanitaria, incluse quelle connesse alla fame ed alla povertà – non si registrano investimenti anche lontanamente paragonabili a quelli profusi per reagire alla tempesta finanziaria. La funzione delegata dello Stato si esprime in maniera selettiva.

1. Sotto le spoglie del malgoverno dei debiti sovrani e grazie all’insipienza del sistema bancario e dei suoi regolatori, l’epicentro della crisi finanziaria, nata, cresciuta e sviluppatasi negli USA, si è ora spostato in Europa.
Sicuro è che, al di là dei buoni propositi pro futuro, si è fin qui assistito all’accumularsi di tentativi di soluzione della crisi mediante, soprattutto, impiego di denaro pubblico, drenato dai redditi e dai patrimoni di provenienza nazionale. Altrettanto sicuro è che il supporto dei contribuenti (tutti inclusi) allo scopo di togliere le società e le istituzioni finanziarie dai guai in cui si sono cacciate, ed in cui ci hanno trascinato, si offre quale segnale e misura dell’accentuazione di due fenomeni, fra loro interconnessi: a) il grado d’integrazione raggiunto fra l’attività degli operatori globali e le singole micro-economie degli stessi cittadini; b) la torsione impressa al ruolo dello Stato da quella stessa integrazione.
a) Da tempo, il commercio, il valore della moneta e dei mutui, l’ambiente, la navigazione marittima e quella aerea, lo sfruttamento delle risorse marine, la pesca, l’agricoltura, l’alimentazione, le telecomunicazioni, la proprietà intellettuale, l’uso dello spazio e delle fonti di energia, oltre che, ovviamente, la finanza, sono oggetto di una disciplina largamente denazionalizzata, ossia non determinata, né esclusivamente dipendente, dallo Stato, ma da centri di produzione delle regole dislocati nelle arene regionali e globali. Si tratta di organi di regolazione le cui determinazioni incidono in profondità sugli ordinamenti domestici, talora attraverso il filtro dell’intervento statale, necessario alla loro esecuzione, talvolta attraverso l’interazione sempre più marcata fra organi giudiziari statali e globali, altre volte, ancora, direttamente, senza bisogno di intermediazioni.
È un fenomeno le cui puntuali modalità di sviluppo meriterebbero una trattazione a sé, ma il cui contenuto essenziale va qui rimarcato, perché foriero, nel tempo, di riassetti notevoli con riguardo al modo di intendere natura e ruolo dell’entità statuale.
b) A fronte delle potentissime interrelazioni dettate dall’economia e dal diritto della globalizzazione, lo Stato si fa cogliere sempre più spesso come il soggetto che, grazie al domestico monopolio del potere normativo/sanzionatorio (e, talora, grazie alla proiezione esterna della propria forza militare), è chiamato a monitorare l’implementazione, non importa quanto variegata, di valori e principi di quegli ordini globali.
Si tratta, tuttavia, di valori e principi non inclusivi: basti pensare che, per emergenze altrettanto globali e non meno calamitose – di natura ambientale od umanitaria, incluse quelle connesse alla fame ed alla povertà – non si registrano investimenti anche lontanamente paragonabili a quelli profusi per reagire alla tempesta finanziaria. La funzione delegata dello Stato si esprime in maniera selettiva.
La tensione fra coordinamento delle regolazioni globali ed interventi domestici trova d’abitudine sintesi nella selezione degli interessi da proteggere prioritariamente (con denaro pubblico) e quelli da considerare in subordine (infliggendo, nel frattempo, costi privati). I primi sono quelli ritenuti immediatamente funzionali al mantenimento dell’ordine economico-finanziario globale. I secondi tendono ad essere – non còlti nella loro funzione di collante e propulsore di ‘lungo termine’ (si v., anche per i riff. essenziali, M. Bussani, Il diritto dell’Occidente. Geopolitica delle regole globali, Torino, Einaudi, 2010, 80 ss.) – quelli ancorati alla dimensione domestica, dei servizi al cittadino, dell’istruzione e degli altri beni pubblici locali. È vero che fra i due livelli estremi può non esservi una cesura secca: come si è detto, il corretto funzionamento dei mercati globali, anche finanziari, impatta direttamente su un gran numero di utilità essenziali alla vita di ogni cittadino (dal cibo alle pensioni, dal costo dei beni e dei servizi importati a quello dei mutui, fino al valore degli immobili). Ma resta il punto che il governo statuale delle dinamiche interne, circa le priorità ed i contenuti stessi delle scelte, è destinato a sempre meno comandare ed a sempre più subire lo stiletto della globalizzazione dell’economia e della finanza, a vestire sempre meno i panni del rule-maker e sempre più spesso quelli del rule-taker.

2. In effetti, da noi come in Europa, l’equazione crisi finanziaria = riduzione del debito e delle spese non ha trovato, o accettato, sfidanti all’altezza del discorso pubblico. Ecco, allora, che si è subito iniziato – i.e.: i cantori dell’ideologia dominante ed il loro pervasivo linguaggio hanno subito persuaso i decisori – ad aggredire i fondamenti del welfare, dei sistemi educativi, dei servizi pubblici. Al netto delle sperequazioni, dei privilegi ingiustificabili e delle sacche di intollerabile inefficienza (sociale) della spesa, quei pilatri sono in effetti colti dagli argomenti mainstream come meri costi e non come fattori di sviluppo sociale, lussuose eredità di un passato troppo generoso anziché costituenti di un modello di società che miri al rispetto ed alla promozione degli individui. Per tal via, il fuoco della crisi ha incenerito, o scaraventato ai margini della discussione, ogni riflessione sui rinnovati punti di equilibrio che, nell’attuale contesto globalizzato, ogni sistema dovrebbe marcare nel progettare il proprio futuro e nel far tesoro delle residue, essenziali, funzioni dello Stato.
Nuovi equilibri che imporrebbero che le scelte si intonassero non alla supina reattività alle fruste globali, ma alla necessità di un governo pro-attivo dei problemi, alimentando decisioni pubbliche in grado di calibrare la bilancia sul tempo che verrà, e non solo su quello che ci viene dato. Alla varietà di asimmetrie generate sulle economie interne dall’apertura dei mercati, occorrerebbe saper rispondere in maniera flessibile rispetto ai bisogni, ed efficace rispetto alle persone. Non è difficile cogliere l’evidenza empirica per cui tanto più un’economia si ‘globalizza’, tanto più indispensabile diventa il rafforzamento degli interventi di natura sociale – i quali, peraltro, rappresentano il più formidabile set di aiuti di Stato leciti di cui un sistema può avvalersi. Interventi che dovrebbero offrire sbocco operativo alla diffusa consapevolezza (e.g.: R. Wilkinson e K. Pickett, The Spirit Level: Why Greater Equality Makes Societies Stronger, London: Allen Lane, 2009) che una generale ed incisiva compressione delle disuguaglianze interne funge da volano effettivo e determinante per la crescita economica di lungo periodo, e per il più generale benessere di ogni società in cui la disuguaglianza si attenui.

Mauro Bussani
Professore Ordinario di Diritto Privato Comparato – Università di Trieste
Dipartimento di Scienze Giuridiche – Facoltà di Giurisprudenza

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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