18 non è un numero magico

Davide Giacalone

La riforma proposta risolve il problema? No, lo moltiplica per tre: oltre al licenziamento di cui si possa discutere la giusta causa, introduce anche il disciplinare e quello per ragioni economiche. Il contenzioso crescerà, e con esso l’indeterminatezza.

Sulla legislazione del lavoro, e sull’articolo 18, in particolare, è stata allestita una scena in cui si esibisce talora lo scontro e talora l’accordo, quasi sempre trascurando la sostanza. La terapia fiscale, cui l’Italia viene sottoposta, ci restituirà un paziente in agonia. Si fa finta di non scorgerne l’effetto reale: aumenta la pressione fiscale, ma aumenta anche il peso del debito sul prodotto interno lordo; aumenta la caccia agli evasori, ma aumentano anche gli evasori, tali perché non hanno i soldi per pagare; diminuisce il reddito disponibile per i cittadini, ma non diminuisce la spesa pubblica. Ci ritroveremo ad avere sottratto ricchezza agli ammortizzatori sociali che funzionano – il welfare familiare – senza essere riusciti a tagliare i costi di quello disfunzionale e divoratore di soldi – il welfare statale. I dati pubblicati dalla Banca d’Italia, aggiornati con quelli diffusi dall’Istat, dimostrano il progressivo impoverimento delle famiglie e l’erosione dei profitti aziendali. Se, nello stesso periodo, si prendono in esame la pressione e la spesa pubblica, si osserva un movimento in senso opposto. È una trasfusione di sangue dal corpo sano a quello malato. Se si guarda agli altri grandi Paesi europei, ci si accorge che siamo gli unici ad avere imboccato questa strada: da noi scende il prodotto interno e anche il reddito disponibile, mentre altrove si reagisce alla recessione con un maggiore reddito disponibile (vale a dire soldi effettivamente destinabili ai consumi, dopo avere assolto agli obblighi fiscali). Il Governo Monti ha il merito di avere portato a compimento la riforma del sistema pensionistico, collocandoci in una condizione di stabilità e sostenibilità. Molto bene. Da lì in poi, però, gira a vuoto. La stessa discussione sulla legislazione del lavoro, in particolare sull’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, ha un che di surreale.

Il nostro problema non è la licenziabilità, ma l’indeterminatezza circa l’esito del licenziamento. Se la proposta governativa passasse, quel problema sarebbe risolto? No, sarebbe aggravato. Ci sarebbe maggiore lavoro, ma solo per i tribunali. È evidente che non possono essere consentiti licenziamenti discriminatori, proibiti in tutto il mondo civile, ed è altresì evidente che, ove un lavoratore ritenga di averlo subito, si debba rivolgere, come ovunque nel mondo civile, ad un giudice. Il problema, ovviamente, non è questo, ma risiede nella giurisprudenza, nel fatto che i tempi del giudizio sono lunghi, che il pregiudizio ideologico ammorba non poche sentenze, e sta nel fatto che, sommando questi dati, chi dirige un’impresa non dispone di stabilità del diritto e prevedibilità dei costi. La riforma proposta risolve il problema? No, lo moltiplica per tre: oltre al licenziamento di cui si possa discutere la giusta causa, introduce anche il disciplinare e quello per ragioni economiche. Il contenzioso crescerà, e con esso l’indeterminatezza. A dispetto della celebrata memoria di Marco Biagi, quella proposta rende meno elastico l’ingresso nel mondo del lavoro. E, comunque, la sostanza del problema produttività è fotografata dai seguenti dati: posto un salario pari a 100, un lavoratore inglese riscuote 70, uno svizzero 80, quello italiano 40. Ho citato Gran Bretagna e Svizzera, mica Paesi in via di sviluppo e privi di welfare! Da noi i tagli vanno fatti su quel 60% che finisce assorbito dai costi statali, non sul 40, gravato progressivamente da maggiori tasse. Stiamo procedendo nella seconda direzione e, siccome non è possibile che gente istruita e ragionevole non se ne renda conto, la domanda è: perché? Le risposte che portano a complotti, trame e retroscena le lascio a chi vive di fantasia, perché credo che la faccenda sia più semplice: si crede che la salvezza dell’Italia consista nel legarsi alla politica tedesca, nel dimostrarsi capaci di adeguarsi al fiscal compact, nel collocarsi sotto l’ombrello protettivo renano. Mentre quell’ombrello, oggi, protegge solo la campagna elettorale della signora Merkel (e le banche tedesche). Quell’ombrello usa le norme europee per distruggere l’Unione Europea, mediante concorrenza sleale al suo interno (vedi finanziamento gratis del debito tedesco). Con l’ulteriore difetto di collocare l’area dell’euro fuori dalle ricette di politica economica praticate fra l’Atlantico ed il Pacifico. Ecco perché, assorbiti i 1000 miliardi della Bce, la febbre degli spread si fa rivedere, per ora timidamente. Chi volete che sostenga i debiti pubblici di chi non sa fare altro che togliere ricchezza ai privati, rafforzando la recessione, altrove vista come la peste? Se continueremo a colpire il 40% del salario, lasciando indisturbato, anzi, facendo lievitare il 60% dei costi improduttivi, il nostro debito risulterà insostenibile, perché non è possibile effettuare trasfusioni da un corpo esangue.
Nel 1995, i “giovani” (?!) di età inferiore ai 34 anni che vivevano con i genitori erano il 36%, nel 2010 il 42%. Difficile credere che le mamme siano divenute più apprezzate, più facile cogliervi che stiamo strangolando il presente ed asfissiando il futuro.

Davide Giacalone
Opinionista economico, giornalista e scrittore

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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