Disegniamo un nuovo sistema di difesa

Gian Piero Scanu

Dobbiamo fornire una risposta a tre diverse esigenze: riqualificare la spesa militare, rinnovare alcune linee dell’aeronautica e garantire un futuro al nostro sistema industriale.

Negli ultimi anni sono cambiati radicalmente molti dei fattori che orientano ed influenzano il nostro modello di difesa. Il mutamento dello scenario geopolitico e la crisi economica costituiscono gli aspetti principali che rendono oggi necessaria ed urgente una riorganizzazione profonda e funzionale delle nostre Forze Armate. E’ una questione di assoluta rilevanza nazionale. Ciononostante, il dibattito rimane incentrato in modo sterile sulla necessità, o meno, di determinati assetti operativi. A mio avviso, un’analisi approfondita deve interessarsi, prima che degli organici e dei programmi d’arma, delle finalità e delle funzioni che intendiamo affidare al nostro strumento militare, tenendo conto, ovviamente, della Costituzione. Ritengo, innanzitutto, vada incentivata la capacità di intervenire in occasione delle calamità naturali. L’intervento delle nostre Forze Armate in soccorso alle popolazioni colpite ed a supporto della Protezione Civile rappresenta una funzione spesso sottovalutata, ma assolutamente insostituibile: consideriamo, infatti, che il 70% dei comuni italiani è a rischio idrogeologico e che l’impatto del mutamento climatico sul nostro territorio è davvero preoccupante. Deve inoltre proseguire il ruolo attivo assunto dall’Italia nelle missioni all’estero, al fine di assicurare alla comunità internazionale un importante contributo per la pace e la stabilità. La partecipazione alle operazioni di prevenzione dei conflitti e di gestione delle crisi è un fattore che si può definire ormai strutturale e permanente della nostra politica estera e di difesa. Resta, però, da chiarire un punto sulle missioni: mi riferisco alla questione della verifica, quali siano i risultati raggiunti per ciascuna area d’intervento in termini di processo di pacificazione e stabilizzazione, sicurezza e rispetto dei diritti umani. Un’altra questione, non sufficientemente dibattuta, riguarda la strategia per rendere più efficaci gli interventi di ricostruzione e sviluppo. In altre parole, per la stabilità di un’area, il solo intervento militare non risulta mai sufficiente. Vanno condotte, anche nell’alveo istituzionale dell’Unione Europea, delle Nazioni Unite e della Nato, adeguate politiche di settore.

Le priorità devono muovere verso una strategia europea che contribuisca alla lotta contro i traffici illeciti, il terrorismo, la proliferazione delle armi di distruzione di massa e la pirateria. Per posizione geografica, storia e rapporti culturali ed economici, l’Italia deve proporsi per un ruolo di leadership nel bacino del Mediterraneo, nei Balcani e nel Medio Oriente. Anche i recentissimi eventi del Nord-Africa impongono l’esigenza di predisporre un’adeguata cornice di sicurezza nel mare nostrum, dal momento che tale scacchiere presenta oggi i maggiori rischi e le maggiori opportunità per la sicurezza ed il mantenimento della pace. Riassunte così, in maniera estremamente sintetica, le coordinate della questione, risulta in tutta la sua evidenza la necessità che il nostro Paese rivisiti il proprio modello di difesa. Ciò significa possedere la capacità di svolgere un’analisi ad altissimo livello, volta ad individuare esigenze e funzioni che il nostro strumento militare dovrà affrontare nei prossimi 15-20 anni, partendo dai mutamenti avvenuti nello scenario geopolitico e da qui definendo dotazioni organiche, risorse e capacità necessarie per svolgere tali funzioni. Va anche chiarito un principio basilare: la revisione del nostro strumento militare di difesa possiede un altissimo contenuto politico. Non può essere delegata ad organi di carattere tecnico-amministrativo e deve avvenire in Parlamento. In ciò siamo in estremo ritardo, a causa, principalmente, dell’incapacità della precedente maggioranza: le principali democrazie europee, e mi riferisco a Francia, Inghilterra e Germania, oltre agli stessi Stati Uniti, hanno già proceduto, o stanno procedendo in questi mesi, a razionalizzare le spese militari ed i propri comparti della difesa. Queste Nazioni si sono mosse in questa attività di rilevantissimo valore strategico sulla base di un programma chiaro e definito nelle opportune sedi istituzionali. In questa legislatura, l’iniziativa del Partito Democratico è stata costantemente finalizzata a portare in Parlamento un confronto su questi temi. Per tornare a quanto accade oggi nel nostro Paese, l’approccio del nuovo Ministro della Difesa, Di Paola, mi sembra alquanto limitato. Ha dichiarato in Parlamento l’insostenibilità del nostro strumento militare e la necessità di rivederlo in tutte le sue componenti. Una dichiarazione di principio sicuramente condivisibile, che sembrerebbe indicare la piena disponibilità ad una discussione aperta a tutto campo. Peccato che poi Di Paola circoscriva la questione a due incrollabili certezze: i soldati sono troppi e gli F-35 sono irrinunciabili. Il problema è molto più complesso.

Noi dobbiamo fornire una risposta a tre diverse esigenze: riqualificare la spesa militare, rinnovare alcune linee dell’aeronautica e garantire un futuro al nostro sistema industriale. Sono tre facce della stessa medaglia e dobbiamo risolverle in positivo, aiutando inoltre l’Europa a recuperare un ritardo evidente in questo settore. Tre problemi molto seri e il Partito Democratico non si è ad essi sottratto e non intende sottrarsi. Abbiamo affermato chiaramente che il luogo corretto ove discuterne rimane il Parlamento ed abbiamo presentato una proposta di legge per una commissione bicamerale la quale, nell’arco di sei mesi, affronti tutti gli aspetti della questione con la pienezza di poteri che solo il Parlamento possiede. Per quanto attiene ai sistemi d’arma, appare ineludibile l’esigenza di rimodulare la politica degli investimenti, in modo coerente con le scelte relative al nuovo modello di difesa. Sulla base di un sistema decisionale costruito per sovrapposizioni, oggi ci troviamo impegnati a sostenere oltre 71 programmi d’armamento, proiettati in un arco temporale che, in alcuni casi, arriva fino al 2026. Negli ultimi tre anni, i costi hanno raggiunto i 3,5 miliardi di euro all’anno e sono destinati a crescere. Anche in questo quadro è necessario recuperare al Parlamento un ruolo significativo nel processo decisionale. L’obiettivo di una difesa comune europea, negli assetti sia operativi, sia industriali, appare declinata più concretamente dal Trattato di Lisbona rispetto al precedente Trattato di Maastricht. Per i Paesi europei rappresenta una via essenziale, se non l’unica, per coniugare il contenimento delle spese con l’efficienza degli apparati militari. Si può anzi dire che la prospettiva dell’Unione è la sola in grado di consentire agli Stati membri la possibilità di confrontarsi con la dimensione e la complessità dei problemi odierni. Sarebbe paradossale che proprio il governo Monti non sapesse cogliere questa opportunità.

Gian Piero Scanu
Senatore, Commissione Difesa del Senato,
già sottosegretario alle Riforme e Innovazione

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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