Partecipazione sociale e gratuità

Al di là delle criticità, il mondo del Volontariato, nel suo concreto modo di essere, riesce tuttora ad esprimere un’eccedenza culturale e societaria che continua ad avere rilevanti ripercussioni sulla costruzione dell’identità personale e della coesione sociale.

1. Giovani e Volontariato: oltre gli stereotipi

È opinione diffusa che la partecipazione dei giovani alle diverse forme di Volontariato sia in diminuzione per ragioni attribuite alle loro condizioni di vita ed ai loro orientamenti culturali. Se però consideriamo il peso demografico delle classi giovanili – pesantemente calato negli ultimi 20 anni – si scopre che il tasso di partecipazione dei giovani alle organizzazioni di Volontariato è aumentato nel corso dell’ultimo decennio.

È peraltro vero che i giovani sono attirati principalmente dall’impegno volontario nell’ambito delle emergenze di massa (come nel caso delle catastrofi naturali, che richiedono l’impegno di molti volontari organizzati dalla protezione civile), delle emergenze sanitarie (come nel caso del servizio sulle ambulanze), delle emergenze su bisogni specifici (si pensi alla colletta alimentare organizzata ogni anno dalla Fondazione Banco Alimentare onlus, che quest’anno ha registrato un incremento di volontari e di prodotti donati), dalle attività di animazione sociale ed educativa per i coetanei e dalle campagne di sensibilizzazione ai problemi ambientali. Sono, invece, meno propensi (ed anche meno adatti) ad agire nell’assistenza di lunga durata a favore delle persone. I risultati dell’Indagine multiscopo 2007 condotta dall’Istat confermano gli andamenti del 2006 e permettono di evidenziare che l’impegno gratuito non è rivolto solo a favore delle associazioni di Volontariato, ma anche ad associazioni di altra tipologia (tabella 1). Questa esperienza coinvolge oltre 1.700.000 persone ed è distribuita in maniera abbastanza uniforme all’interno di ciascuna classe di età, con un impegno prevalente da parte di chi appartiene alla classe di età 45-54 anni e più ridotto da parte di chi è più anziano1. Va segnalato che la disponibilità a svolgere attività gratuite (in misura più o meno intensa e duratura) ha coinvolto nel 2007 oltre 6 milioni e mezzo di persone e che questa esperienza denota una propensione diffusa ad assumersi i costi anche economici della partecipazione sociale. In generale, è importante sottolineare che l’area della gratuità eccede il mondo del Volontariato organizzato ed è parte costitutiva di quasi tutte le associazioni volontarie che vivono grazie all’impegno ed alla dedizione dei loro aderenti.
Fonte: nostre elaborazioni su dati Istat, Indagine multiscopo 2007, Roma 2009

2. Partecipazione associativa e “gratuità diffusa”

L’intreccio (e la distinzione) tra partecipazione associativa ed impegno gratuito è analiticamente documentato dalla quarta indagine sui valori degli Europei2, svolta nel biennio 2008-20093, che ha rilevato il tasso di partecipazione alle associazioni assistenziali, culturali, ricreative, civiche e l’eventuale impegno gratuito a favore delle medesime (tabella 2). Il tasso di gratuità risulta particolarmente elevato nel caso di organizzazioni che lavorano con i giovani (74%), organizzazioni religiose (72%), comitati e gruppi locali (68%), gruppi vari (64%), associazioni per lo sviluppo del terzo mondo (61%), associazioni che svolgono attività educative, culturali ed artistiche (61%). Il tasso di gratuità risulta, invece, più basso nel caso di partecipanti alle associazioni professionali (23%) e sindacali (27%), ma anche nei gruppi femministi (38%) e nei gruppi di impegno per la pace (39%), per ragioni riconducibili in parte al grado di professionalizzazione delle strutture associative (almeno nel caso delle associazioni professionali e sindacali) e in parte alla minore sistematicità delle attività basate su mobilitazioni occasionali (come, forse, nel caso dei movimenti femministi e pacifisti).
Figura 2 – Partecipazione associativa per classi di età – Indagine EVS Italia 2009 (valori %)
Figura 3 – Partecipanti ad associazioni che svolgono attività gratuite per classi di età. Indagine EVS – Italia 2009 (valori %)
Considerando chi ha dichiarato di partecipare ad un’organizzazione o più tra le 15 indicate, si nota che sono ancora i giovani (dai 18 ai 34 anni) ad avere un tasso di partecipazione superiore alla media generale (sommando una o più forme di partecipazione), con valori compresi tra il 41% (18-24 anni) ed il 46% (25-29 anni). Analogamente, superiore alla media è la quota di giovani che dona gratuitamente una parte del proprio tempo a favore del medesimo tipo di associazioni, con valori compresi tra il 22% (30-34 anni) ed il 30% (18-24 anni) (figura 2). Anche “l’attivismo” – misurato convenzionalmente in base alla partecipazione multipla (a due o più associazioni), vede i giovani in vantaggio sui colleghi più anziani, ridimensionando, anche in questo caso, alcuni diffusi stereotipi negativi (figura 3).

3. Uscire dalla crisi: il posto del non profit e del Volontariato

I segnali incoraggianti che provengono dal recente passato lasciano intatti gli interrogativi sul futuro del Volontariato nel nostro Paese, non tanto per ragioni economiche, quanto per il limitato ricambio generazionale che si registra in molte organizzazioni non profit. Al di là dell’aspetto quantitativo, resta aperto il problema di come trasmettere alle generazioni più giovani i valori di base del Volontariato riconducibili alla sequenza gratuità-altruismo-reciprocità-fiducia-solidarietà4. L’intervento educativo degli adulti deve tener conto che la gratuità e l’altruismo entrano oggi nell’orizzonte personale e sociale dei giovani (ma anche degli adulti) sotto forma di “desiderio”, “corrispondenza”, “voler essere”, piuttosto che sotto forma di “dover essere”. Diventa allora essenziale l’incontro con proposte e testimonianze capaci di parlare a questo desiderio e di trasformarlo in esperienza costruttiva e continuativa. All’origine della gratuità e dell’altruismo vi è, in effetti, un particolare tipo di “interesse” a sé ed agli altri, fondato sul desiderio di cose buone, vere, belle, sentite come esigenza del proprio cuore, come pure la percezione di una corrispondenza tra questo desiderio personale ed il medesimo desiderio avvertito da altri. In questo senso, la tensione alla gratuità ed all’altruismo diviene l’esito di una gratitudine per qualcosa e per qualcuno già entrato a far parte, positivamente, della nostra esperienza, piuttosto che il portato di uno sforzo volontaristico o di un “dovere”. Contrariamente a quanto si è soliti ritenere, le virtù della gratuità non sono necessarie ed apprezzate solo nell’ambito delle attività volontarie, non retribuite, non profit, ma anche nell’ambito delle attività professionali ed economiche orientate al profitto, come indica, in forma apparentemente paradossale, l’enciclica Caritas in veritate (cfr. par. 36-39) con riferimento al bisogno di gratuità e di spirito del dono nella vita economica, affinché essa possa funzionare efficacemente, creando benessere invece che danno, spreco, crisi, malessere. Prima che un richiamo morale (certamente presente: cfr. par. 37) vi è, in questa sottolineatura, un richiamo alla natura costitutiva di ogni lavoro (profit o non profit): il lavoro è la modalità più immediata attraverso cui ogni persona esprime e trasforma se stessa, mentre trasforma la realtà circostante mediante la propria cultura ed il proprio desidero di ben operare, così come è stato magistralmente delineato nell’enciclica Laborem exercens (di cui ricorre, nel maggio prossimo, il 30° anniversario) da Giovanni Paolo II, attraverso la distinzione tra lavoro in senso soggettivo (centrato sulla persona che lavora) e lavoro in senso oggettivo (inteso come mezzo di produzione). La trasmissione dei valori guida che definiscono il codice simbolico del Volontariato passa attraverso un duplice processo: l’educazione dei volontari a questo tipo di valori, mediante un lavoro formativo ed autoriflessivo e la capacità dei responsabili delle organizzazioni di Volontariato e dei loro volontari di testimoniare, mediante la loro azione, la fecondità personale e sociale dell’azione oblativa ed altruistica. Varie ricerche documentano un’elevata convergenza tra gli orientamenti identitari delle organizzazioni di Volontariato e gli orientamenti interiorizzati dai singoli volontari. Nel complesso, è stato identificato un elevato trade off “tra le culture solidaristiche, le attività che da esse originano e l’incidenza di tali azioni sui processi di formazione dell’identità dei volontari”5. Nel contempo, vengono da più parti segnalate difficoltà del sottosistema privato-sociale ad esprimere una coscienza civile veramente profonda e distintiva di sé6 che impedisca di influenzare in maniera forte la cultura civile, continuando a concepirsi (e ad essere concepita) come marginale rispetto alla cultura mercantile, da un lato, ed alla cultura pubblico-statalista, dall’altro. Una parte consistente dell’associazionismo sociale sostiene, in effetti, una visione del civile ancora subalterna al ruolo del sistema politico-amministrativo, piuttosto che consapevole della propria soggettività autonoma e propositiva. Al pari di altre aggregazioni sociali, anche il Volontariato partecipa all’oscillazione tra comportamenti chiusi-aperti, difensivi-innovativi, particolaristici-universalistici, corporativi-solidaristici. Sul piano sistemico, il principale antidoto alla chiusura non va ricercato nei comportamenti virtuosi delle singole organizzazioni (ovviamente auspicabili), ma nella pluralizzazione di tali aggregazioni e nella virtuosa competizione reciproca tra i singoli enti e tra le loro diverse tipologie. Accanto al Volontariato orientato ai servizi, opera anche un Volontariato orientato ai diritti. Nel primo tipo di Volontariato, che possiamo definire “Volontariato sociale”, le azioni intraprese dalle singole organizzazioni e dai singoli collaboratori sono orientate a favore di portatori di bisogni mediante servizi e prestazioni basate sulla relazione diretta. Nel secondo tipo, che possiamo definire “Volontariato civile”, si punta a difendere i diritti di una collettività attraverso forme di advocacy, ovvero di sensibilizzazione e denuncia. L’elevata differenziazione interna raggiunta dal composito mondo del Volontariato organizzato si esprime anche attraverso forme organizzative “miste” (nelle quali convivono volontari e lavoratori retribuiti per effetto congiunto della necessaria continuità dell’azione e della professionalizzazione richiesta da talune prestazioni specialistiche), organizzazioni di secondo livello, finalizzate al coordinamento delle realtà di base ed organizzazioni multilivello, con compiti di coordinamento e rappresentanza di “reti di reti”, di cui è tipica espressione il Forum del terzo settore. Senza pensare ad improbabili standardizzazioni – che finirebbero per impoverire la socialità tipica del privato-sociale – risulta oltremodo necessario incrementare gli spazi per un effettivo pluralismo delle diverse esperienze e dei diversi modelli, in linea con una bene intesa idea di sussidiarietà orizzontale che implichi un incremento di progettualità, intraprendenza e partecipazione.

4. L’associazionismo volontario come palestra relazionale e partecipativa

Al di là delle criticità, il mondo del Volontariato, nel suo concreto modo di essere, riesce tuttora ad esprimere un’eccedenza culturale e societaria che continua ad avere rilevanti ripercussioni sulla costruzione dell’identità personale e della coesione sociale. L’azione volontaria sostiene in misura rilevante la costruzione di identità dialogiche, aperte all’ascolto, alla condivisone, alla ricerca di relazioni sociali autentiche, solidali, fraterne. Concorre al processo di responsabilizzazione verso se stessi e verso gli altri, allo sviluppo virtuoso dell’orientamento altruistico, della responsabilità civile e politica, dell’innovazione e della partecipazione alla casa comune, a patto di non esaurirsi in una dimensione pragmatica, facile preda del conformismo e dell’eterodipendenza.

Tra le dinamiche virtuose innescate dall’azione volontaria, durevole ed organizzata, figurano la possibilità di fare i conti con la diversità, mettersi in discussione, condividere impegni e responsabilità con altri, raggiungere punti di accordo. Insieme agli altri protagonisti del terzo settore (associazioni di promozione sociale, cooperative ed imprese sociali, gruppi e comitati, fondazioni), le organizzazioni di Volontariato contribuiscono all’empowerment delle soggettività sociali che si inseriscono tra il singolo cittadino ed il sistema politico-istituzionale, sintetizzato dalla parola “stato”, da un lato, e il singolo consumatore ed il sistema economico-finanziario, sintetizzato dalla parola “mercato”, dall’altro. Di questi “corpi intermedi” fanno parte tutte le forme associative (privato-sociali, politiche, economiche) che aggregano interessi, obiettivi pratici, disegni ideali e che, nella loro reciproca interazione, spezzano situazioni di monopolio e (potenziale) dispotismo delle maggioranze.

1 Il rapporto percentuale tra il numero di persone impegnate gratuitamente in associazioni non riconducibili al Volontariato organizzato ed il numero di persone che collaborano con associazioni di Volontariato è mediamente pari al 37% e presenta valori simili sia nelle classi di età più giovani, sia in quelle più mature, con l’eccezione appena indicata.

2 Per informazioni dettagliate si rimanda al sito ufficiale di EVS: http://www.europeanvaluesstudy.eu

3 Per la quarta indagine italiana si rinvia a G. Rovati (a cura di), Uscire dalle crisi. I valori degli italiani alla prova, Vita e Pensiero, Milano 2011. Per indicazioni sulle precedenti indagini italiane si rinvia a R. Gubert (a cura di), La via italiana alla postmodernità. Verso una nuova architettura dei valori, Franco Angeli, Milano 2000; R. Gubert e G. Pollini (a cura di), Il senso civico degli italiani. La realtà oltre il pregiudizio, Franco Angeli, Milano, 2008.

4 Cfr. P. Donati, I. Colozzi (a cura di), Il terzo settore in italia. Culture e pratiche, Franco Angeli, Milano 2004; G. Rossi, L. Boccacin, Le identità del Volontariato italiano. Orientamenti valoriali e stili di intervento a confronto, Vita e Pensiero, Milano 2006.

5 G. Rossi, L. Boccacin, Le identità del Volontariato italiano, cit. p. 119.

6 P. Donati, I. Colozzi (a cura di), cit. p. 10 e ss.
Giancarlo Rovati
Professore Ordinario di Sociologia Generale nella Facoltà di Scienze
Politiche dell’Università Cattolica del Sacro Cuore,
Direttore del Dipartimento di Sociologia,

Coordinatore scientifico dell’Osservatorio Regionale sull’Esclusione Sociale (ORES) – Regione Lombardia

Massimiliano Fanni Canelles

Massimiliano Fanni Canelles

Viceprimario al reparto di Accettazione ed Emergenza dell'Ospedale ¨Franz Tappeiner¨di Merano nella Südtiroler Sanitätsbetrieb – Azienda sanitaria dell'Alto Adige – da giugno 2019. Attualmente in prima linea nella gestione clinica e nell'organizzazione per l'emergenza Coronavirus. In particolare responsabile del reparto di infettivi e semi – intensiva del Pronto Soccorso dell'ospedale di Merano. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *