Un appunto, dopo dieci anni di lavoro

“Arte e Salute” collabora in modo molto profondo con il più importante teatro di Bologna, l’Arena del Sole. Insieme – attori, tecnici, organizzatori di teatro – siamo usciti e siamo andati a cercare nuovi racconti e nuove storie.

Dieci anni fa pensavo: vorrei creare, a modo mio, le condizioni per restituire loro ciò che è stato loro tolto; realizzare un lavoro d’arte in contesti e situazioni apparentemente compromessi, di marginalità e disagio. Vai, rigeneri, e sostanzialmente crei delle trasformazioni profonde nelle persone coinvolte e nei loro contesti familiari e sociali. Le ragioni per cui si operano scelte di questo tipo sono molte, naturalmente. Se dovessi scegliere quale sia stata per me la più importante, risponderei: il desiderio di uscire dagli steccati e dalle misure protettive esistenti attorno alla nostra produzione culturale e la ricerca di nuovi territori, nuove drammaturgie, nuovi racconti e nuovi soggetti. Avvicinare un pubblico mai stato a teatro e che lo ha sempre sentito estraneo ai propri interessi. Lavorare nel mondo che vive nella sterminata periferia delle nostre città. Ecco, questo ho immaginato quando ho iniziato a lavorare con i pazienti psichiatrici nel percorso di formazione di una compagnia teatrale. Questa mia esigenza si è incontrata con quella del Dipartimento di Salute Mentale di Bologna, con il quale ho collaborato in tutti questi anni. Abbiamo strutturato un’esperienza di lavoro per alcuni pazienti psichiatrici i quali, pur impegnati in una qualche attività, non avevano mai trovato qualcosa che li soddisfacesse appieno. Mi riferisco, in particolare, ai soggetti con diagnosi psichiatriche gravi. La scelta di campo operata fin dall’inizio è stata quella di creare un’opportunità per persone normalmente escluse, non soltanto dalla produzione culturale, ma anche da percorsi di crescita e sviluppo personale, con l’intento di inserirli nel mondo del lavoro. E’ nata così l’associazione “Arte e Salute”, un aggancio tra la sofferenza psichica ed il cosiddetto disagio della normalità. Il disagio assume un carattere trasversale nella società e nella quotidianità, ed investe in pieno contesti di cosiddetta normalità. Nella nostra società, multietnica e globale, corriamo il rischio di chiuderci, di guardare alla produzione di arte e di cultura dall’interno di istituzioni protette.

Questo, ovviamente, impedisce un confronto con soggetti nuovi. Basta pensare a tutti gli immigrati oggi residenti in Europa, a quanto siano povere le loro istituzioni culturali e a quanto scarsa sia per loro la possibilità di esprimersi. Il significato di un lavoro creativo sull’esclusione sociale risiede nell’occuparsi del disagio, non soltanto in quanto malattia, povertà, detenzione, ma quale esclusione da qualunque tipo di integrazione sociale e culturale. Si tratta di un’esclusione oggi pesante. Grava su coloro i quali vengono esclusi, ma anche su chi esclude. Lo stigma ed il pregiudizio presentano sempre una doppia valenza, una doppia direzione: sembrano funzionare come modello protettivo di una società, ma sono anche dannosi perché chi esclude lamenta, alla fine, gli stessi svantaggi di chi viene escluso. Tralasciando il valore estetico di ciò che realizziamo, l’aspetto che più mi colpisce sono i dati, i numeri – recite, spettatori, giornate di lavoro – della nostra attività. Numeri, per me, molto significativi. Abbiamo conseguito l’integrazione di queste persone sofferenti non tanto attraverso il teatro, ma tramite il lavoro. Insisto sul lavoro in quanto tale, e non sulla specificità del teatro, perché è vero che il teatro facilita alcuni aspetti – è una attività di gruppo e favorisce la capacità di relazione – ma ciò che conta, alla fine, è la responsabilità nei confronti della propria vita che si sviluppa attraverso il lavoro. E’ questo il passaggio che incide sulle scelte di vita personali. Molti giovani che hanno lavorato con noi hanno ricominciato a studiare, hanno cambiato lavoro, si sono fidanzati e sposati, hanno realizzato degli sviluppi importanti nella loro vita. Trasformazioni, benessere, qualcosa che torna ad integrarsi. Noi ci occupiamo di immaginario e abbiamo sviluppato, tra le altre, una tecnica derivata dai processi di visione allucinatoria. E’ una tecnica tutta nostra per prenderci cura di una realtà sempre più difficile da leggere. Con una sintesi, potrei affermare che, nel nostro tempo, l’immaginario è più consapevole della realtà. Intendo dire che il nostro vissuto quotidiano presenta delle connotazioni talmente assurde e complesse da determinare un ricorso all’immaginario ed alla dimensione artistica per consentirci di leggerlo meglio. Ci sono epoche che disorientano, caratterizzate da complessità e mutamenti profondi, periodi in cui sorgono delle supplenze simboliche necessarie: tra tutte, quella di riempire i vuoti. La nostra è una civiltà che si sente assediata, è come se vivessimo in una città protetta da alte mura. Fuori, ci sono gli esclusi. Ma non possiamo non tenerne conto. All’interno delle mura ci sono le vacuità, i buchi creati dall’implosione sociale e culturale che diventano altamente simbolici.

Questi luoghi, in qualche modo, vengono riempiti da supplenze. Politica ed istituzioni sono a volte fallimentari, non si occupano di colmare quei vuoti, e se anche l’educazione e la scienza risultano insufficienti, è talvolta l’arte a riuscirci. “Arte e Salute” collabora in modo molto profondo con il più importante teatro di Bologna, l’Arena del Sole. Insieme – attori, tecnici, organizzatori di teatro – siamo usciti e siamo andati a cercare nuovi racconti e nuove storie. Poi, però, i racconti li dobbiamo riportare, non possiamo tenerli fuori. E non possono rientrare dalla finestra o da una porta di servizio: devono rientrare dalla porta principale, all’interno delle istituzioni culturali. Questo è il senso, anche simbolico, della nostra attività. Il nostro gruppo di “matti”, una ventina di persone, lavora nel teatro più importante della città. Nel corso dell’ultimo anno, in questa sede ha realizzato 52 recite, portando a teatro più di 6.000 spettatori, impegnandosi in 1.200 giornate lavorative. Nel raggiungere questi obiettivi, è risultato determinante il nostro atteggiamento testardo ed indisciplinato, non impostato su metodologie preconfezionate. Abbiamo navigato a vista, sia pure con degli spunti di partenza. Abbiamo tentato di tenere la bussola ferma, ma ci siamo anche adattati a metodologie nuove, a ciò che emergeva durante il lavoro. Abbiamo modificato le nostre tecniche adeguandole alla realtà. Provo ad essere concreto: la prima cosa che abbiamo restituito ai nostri attori – e fa un po’ impressione parlarne nel 2011 – è una sorta di alfabetizzazione: molti di loro, quando abbiamo iniziato il lavoro, erano analfabeti di ritorno. Per recitare è necessario saper leggere testi poetici, usare la memoria, e questo richiede capacità serie di lettura. Siamo stati costretti a farli dapprima leggere e scrivere. Le patologie gravi insorgono a volte nell’età dello sviluppo, impediscono i percorsi cognitivi e spingono ad una sorta di analfabetismo. Soltanto in seguito abbiamo iniziato a leggere dei testi, ad occuparci di letteratura. L’aspetto che ancora mi sbalordisce è la rapidità con la quale difficoltà enormi, in apparenza insormontabili, sono state superate. Una volta concessi ai “nostri matti” una possibilità ed un obiettivo entusiasmante – sia pure faticoso da raggiungere – sono arrivati risultati eccezionali in tempi relativamente brevi.

“Nanni, ho rifatto la carta d’identità e mi hanno domandato: “professione?” “Attore!” ho risposto”. “E hai fatto bene” – ho commentato io.

Nanni Garella
Attore, regista teatrale, direttore della Compagnia di prosa “Arte e Salute”

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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