“Momenti di luce” oltre la malattia mentale

Varcando il portone della Comunità, mi chiedevo ogni volta: “Ma sto entrando o sto uscendo?”, nell’interrogarmi se era il mondo fuori ad essere veramente normale, o se nutrivo forse troppe speranze ed attese nei confronti dei miei nuovi allievi speciali.

Il laboratorio di fotografia in corso di realizzazione è un’iniziativa intrapresa dall’equipe terapeutica della Comunità di “S. Gervasio”, struttura intermedia del Dipartimento di Salute Mentale dell’ULSS n° 1 di Belluno, e si affianca ai trattamenti ordinari che costituiscono il percorso di cura e di sostegno a favore degli ospiti affetti da problemi psichiatrici. L’attività, recentemente concretizzatasi in una mostra aperta al pubblico, è iniziata nel corso del 2010, in collaborazione con un’esperta esterna al Servizio, la fotografa Michela Mazzorana. A noi veniva richiesto un apporto professionale non fine a se stesso, ma che si coniugasse ed acquisisse valore nel corso dell’esperienza condivisa. Il nostro compito non è quello di insegnare una tecnica, ma di offrire alla Persona, con il rispetto dovuto, elementi di condivisione e riflessione che le permettano di ritrovare un equilibrio nella relazione con se stessa e con gli altri. In questo senso, ogni attività costituisce, principalmente, uno strumento attraverso il quale risulta possibile comunicare. E’ necessario che gli operatori sappiano cogliere e rielaborare gli elementi di criticità che emergono all’interno della comunicazione, restituirli alla persona in cura ed aiutarla a riconoscerli come tali. Molti aspetti rendono difficile questo percorso: innanzitutto, la profondità, riscontrabile ad un’attenta osservazione, del peso della malattia sopportato, in certi casi convertito in una sofferenza continua. Così, ogni attività promossa diviene occasione per acquisire fiducia in se stessi, mettersi alla prova nei rapporti, proprio quelli spesso oggetto di fuga e diffidenza, per provare il sostegno delle persone ed accertarsi della pericolosità percepita nel mondo esterno. Spesso, per il paziente non si tratta di imparare qualcosa, è possibile lo sappia già fare. Si tratta, invece, di interpretarlo introducendo elementi della realtà, e riuscire a trasmetterlo agli altri.

Da ultima, rimane una traccia, leggera, ma non trascurabile, nel piacere di scoprire di aver realizzato qualcosa di pregevole, bello, magari confermato da qualche semplice apprezzamento proveniente da persone che non conosci, ma che ti stringono la mano o ti dicono: “bravo!” A volte, può servire anche questo, pur non sottovalutando mai la severità del quadro patologico in essere. Ma il percorso effettuato assieme agli ospiti può essere meglio descritto con le parole della fotografa. Immediate, in quanto scevre dei tecnicismi che, inevitabilmente, gli operatori adottano. “Nella primavera del 2010 ho iniziato a frequentare la Comunità Residenziale Protetta S. Gervasio di Belluno, valicando quel percepibile confine fra il mondo normale e quello protetto. Purtroppo, in una società ancora pervasa da antichi stereotipi, qualcuno mi chiedeva se non fosse pericoloso ed inutile insegnare a delle persone con problemi psichiatrici. Io sorridevo, perché, varcando il portone della Comunità, mi chiedevo ogni volta: “Ma sto entrando o sto uscendo?”, nell’interrogarmi se era il mondo fuori ad essere veramente normale, o cercava di esserlo, o se, magari, nutrivo forse troppe speranze ed attese nei confronti dei miei nuovi allievi speciali. Negli appuntamenti con la fotografia ho potuto conoscere gli utenti della Comunità apprezzandone il loro entusiasmo, l’educazione, il rispetto ed il sorriso, che potevano essere mescolati, soprattutto nelle fasi di acutizzazione, al dolore ed al delirio, senza però esserne cancellati. Ho decine di ricordi di quella che ritengo una tra le mie più emozionanti esperienze di insegnamento. Uno, in particolare, risale all’aprile del 2010. Quel giorno, Silvia pensava di non riuscire a sedersi per terra. Invece, incoraggiata, per la prima volta, ha scattato una foto ed ha vinto la paura. Per poi scrivere questa poesia: “E’ la prima volta che scatto la fotografia.

E’ stata un’esperienza bellissima. Con entusiasmo ho prodotto tante foto. Con gioia attendo i risultati. Con contentezza mi autostimo, che non è da me. Con la mano che tremava”. E poi ci sono Alberto, Luciano, Sara, Germana, Annamaria, Luigi, Elena, Ciro, Mariateresa, Roberta, Flavio, Maria Giovanna. Ognuno con i propri pareri ed i propri commenti intelligenti, che i vissuti di malattia non hanno cancellato. Inizialmente, l’idea di realizzare una mostra presentando i risultati del nostro laboratorio sembrava troppo ambiziosa. Invece, incontro dopo incontro, le foto, scattate con delle semplici compatte digitali, divenivano sempre più accettabili, dal punto di vista tecnico e compositivo. Visto l’interesse e le capacità degli ospiti, sostenuti dagli operatori nel mantenere un non facile equilibrio tra entusiasmo ed ansia di esporsi alle critiche, mi sono convinta che potevamo farcela. I risultati dell’esposizione, tra cui la pubblicazione sul sito de “La Repubblica”, hanno dato gratificazione e soddisfazione alla Comunità S. Gervasio ed hanno aiutato la comunità esterna a conoscere ed apprezzare delle persone prima erroneamente giudicate solo a livello pregiudiziale. I visitatori sono rimasti colpiti dalla bellezza delle foto, dalla sensibilità e dall’acutezza delle riflessioni scritte. Ne è emersa, in molti, la nuova consapevolezza che le distanze fra malattia e salute mentale non siano poi così lunghe da impedire di dialogare insieme. E’ stata una gioia enorme vedere i pazienti radiosi, davanti alle loro immagini stampate, a commentare fra loro: “Ma crederanno che le abbiamo fatte noi? Sono così belle!” I loro occhi, davanti alla locandina con i loro nomi, per qualche minuto si sono illuminati. E qui, anche se solo per poco, la malattia si era arresa a qualcosa di più forte: l’autostima. Dopo questa esperienza, in me, personalmente, è maturata ancor più la convinzione che, oltre ai farmaci ed alle terapie, per il benessere dei malati psichici siano fondamentali gli stimoli, il confronto con gli altri e la possibilità di manifestare le loro idee ed i loro sentimenti. La possibilità e la libertà d’espressione che le forme d’arte come la fotografia offrono sono di grande aiuto a tutti, specialmente a coloro i quali, se anche non saranno più come prima, o non saranno mai così produttivi da essere definiti “guariti”, possono far emergere qualità e capacità che, rimaste latenti, aspettano solo di riuscire ad emergere.”

La mostra “MOMENTI DI LUCE” sarà trasferita e visitabile dal 20 dicembre al 6 gennaio 2012 presso i corridoi dell’Ospedale civico San Martino di Belluno.

Giovanni Marrella, Elisa Marcer,
Fotgrafi, educatori professionali dipendenti dell’Ulss n.1, seguono i pazienti della Comunità Terapeutica
Residenziale S. Gervasio di Belluno.
Michela Mazzorana
Fotografa professionista ed insegnante; www.visual-idea.com

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

Massimiliano Fanni Canelles

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