La genetica della malattia psichiatrica

Nei disturbi dell’umore, così come per le psicosi e per le sindromi schizofreniche, non è stata individuata una trasmissione di tipo mendeliano o legata a pochi geni circoscritti che svolgano un ruolo primario.

E’ emozionante ed incoraggiante leggere, sulla rivista Nature, della recente individuazione, da parte di ricercatori italiani e statunitensi, del gene chiamato MLO1, responsabile dell’insorgenza del tumore neuroblastoma, un tumore che colpisce i bambini in età prescolare. Scoperte simili sono però decisamente rare nello studio della malattia mentale. Come puntualizza David Pauls, uno dei maggiori esperti al mondo di genetica dei disturbi psichiatrici, esiste un problema fondamentale in ambito neuropsichiatrico: il fenotipo. In altre parole, la definizione delle caratteristiche influenzate dai geni è estremamente difficile quando si studia il comportamento umano. La concezione di normalità ed anormalità è determinata in parte dalla ricerca e dalle conoscenze scientifiche, ma in parte anche da comportamenti e tendenze sociali e da valori culturali. Per comprendere le malattia mentali, risulta necessario partire dal concetto di relatività: un mafioso che uccide il proprio capo per prenderne il posto verrà difficilmente considerato pazzo; una persona che ne uccide un’altra pensando di compiere un rito propiziatorio per una divinità sarà certamente ritenuta tale nella nostra società, ma non nelle vecchie tribù azteche, nelle quali i sacrifici umani erano del tutto normali.

La devianza è pertanto qualcosa di relativo ed è spesso la società stessa a definirne i confini. Dal momento che i disturbi psichiatrici vengono descritti e definiti non su base organica, ma su base clinica, a partire dalla registrazione di esperienze soggettive e dall’osservazione di manifestazioni comportamentali, non esistono misure diagnostiche obiettive, né marker biologici identificativi. E’ pertanto ancora più difficile rispetto, per esempio, alle malattie tumorali indagare l’influenza dei geni sulle manifestazioni anormali e determinare il substrato genetico nella malattia psichiatrica. I disturbi mentali più comuni coinvolgono inoltre reti nervose ampiamente distribuite nell’ambito del sistema nervoso centrale e mancano di un’evidente localizzazione neuropatologia, rendendo molto difficile individuare variazioni specifiche della malattia. Viste le difficoltà di affrontare le basi morfofunzionali delle malattie psichiatriche, a partire dalla localizzazione di un difetto neurofunzionale apparente, la ricerca si è così rivolta alle basi genetiche della malattia mentale, con lo scopo di individuare varianti genetiche connesse con un aumentato rischio di patologia e, conseguentemente, con lo scopo di individuarne anche le basi neurologiche. Vi sono numerosi studi di famiglie, figli gemelli ed adottivi che dimostrano come la genetica giochi un ruolo significativo nelle malattie psichiatriche maggiori, incluse schizofrenia, disturbi bipolari e depressivi.

La frequenza della schizofrenia nella popolazione generale è di circa l’1%; tuttavia, quando uno dei due gemelli ha ricevuto una diagnosi di schizofrenia, la probabilità che l’altro gemello sviluppi la malattia risulta pari al 50%. In uno studio scandinavo, inoltre, i figli di una madre schizofrenica adottati dalla nascita hanno sviluppato la malattia nel 25% dei casi. I geni, comunque, non costituiscono per se stessi una causa sufficiente di innesco della malattia. E’ necessario un secondo cofattore eziopatogenetico ambientale. Candidati plausibili a tale ruolo sono la denutrizione materna durante la gestazione, l’età paterna elevata, l’esposizione inter-uterina a malattie virali, il luogo di nascita urbano. La malattia mentale risulta, pertanto, causata da una complessa interazione tra ambiente e geni, come se le esperienze della vita fossero in grado di aggiungere una specie di patina chimica al DNA che controlla le funzioni cerebrali, senza, peraltro, alterarne la sequenza. La storia individuale del malato non deve mai passare in second’ordine, la biologia deve incontrarsi con la biografia. In altre parole, il meccanismo deve incontrare la vita. A rendere ancora più complessa l’indagine genetica in psichiatria, va aggiunto il fatto che, per i disturbi dell’umore e dell’ansia, così come per le psicosi e per le sindromi schizofreniche, non è stata individuata una trasmissione di tipo mendeliano o legata a pochi geni circoscritti che svolgano un ruolo primario.

La trasmissione sembra, invece, poligenica, per cui tantissimi geni diversi fornirebbero un contributo molto piccolo alla predisposizione per uno o più disturbi. L’ultima decade del secondo millennio è stata celebrata come quella del cervello, in onore ed in segno di riconoscimento degli enormi progressi compiuti nel campo delle neuroscienze ed il terzo millennio si apre con l’auspicio di ulteriori ed importanti conquiste verso la comprensione delle malattie mentali. In quest’ottica, la psichiatria accoglie finalmente una visione integrata del comportamento umano normale e patologico, che coglie allo stesso tempo il ruolo dei geni, dell’esperienza e delle influenze ambientali sullo sviluppo e sul funzionamento della mente umana. La speranza è quella di individuare varianti genetiche connesse con un aumentato rischio di patologia e che l’identificazione dei geni legati ai disturbi comportamentali aiuti a comprendere la catena causale ed i meccanismi biologici coinvolti. Serva, di conseguenza, ad identificare nuovi target molecolari per la terapia farmacologica.

Cristina Sirch
Psicologa e Medico Chirurgo, specialista in nefrologia, dirigente nella S.C. di Nefrologia e Dialisi,
Azienda Ospedaliero – Universitaria Ospedali Riuniti Trieste

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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