La rappresentazione mediatica

Per quanto riguarda la situazione italiana, i risultati dell’ultima edizione del GMMP (2010) rilevano che le donne nell’informazione italiana sono ancora marginali e facilmente marginalizzate: non viene rappresentato il loro crescente impegno nei diversi settori della società; non “fanno notizia” grazie alle loro competenze e capacità, ma perché sono vittime o protagoniste di eventi di cronaca, spesso violenti.

Di recente, si è levata alta in Italia, ancora una volta, la voce di molte donne e di molte associazioni contro l’immagine femminile veicolata dalla TV italiana, in particolare contro la mercificazione dei corpi esibita sugli schermi. Le immagini del documentario “Il corpo delle donne”, di Lorella Zanardo, hanno fatto il giro del Paese. Hanno sollevato lo sdegno di molte donne e di molti uomini i quali, improvvisamente, hanno iniziato a guardare la televisione con un’attenzione nuova e più consapevole. Le iniziative promosse dai comitati ‘Se Non Ora Quando?’ (SNOQ) hanno inoltre contribuito a garantire visibilità pubblica a quel sentimento di sdegno. La denuncia e la partecipazione civile alla causa per la dignità delle donne sono fondamentali, ma non aiutano sempre a comprendere e sviscerare i meccanismi mediatici (e culturali in senso ampio) che limitano, invece di agevolare, il percorso delle donne italiane verso le pari opportunità. È ormai riconosciuto che i mezzi d’informazione costituiscano la principale, anche se non sempre autorevole, fonte d’informazione e di costruzione delle opinioni per la maggioranza della popolazione mondiale. Essi sono componenti chiave dello spazio pubblico e privato nel quale le persone vivono. Le persone e gli argomenti trattati dai media e le modalità con cui vengono rappresentati sono dunque estremamente importanti. È anche attraverso questa esposizione mediatica che, nella società, si rafforzano le basi (sub)culturali della disuguaglianza di genere e della discriminazione contro le donne, spesso attraverso la proposta reiterata di immagini e modelli sociali che finiscono per rendere ‘naturale’ una rappresentazione mercificata e degradante del mondo. Ed è a partire da questa condizione globalmente condivisa che l’Italia ha partecipato, sin dall’esordio, avvenuto nel 1995, al Global Media Monitoring Project (GMMP)¹, la più longeva ed estesa ricerca internazionale sul genere, maschile e femminile, nei mezzi d’informazione. L’indagine si concentra sul mondo dell’informazione, ma fornisce elementi oggettivi, e comparabili a livello mondiale, sui quali sviluppare un ragionamento più ampio sulla rappresentazione mediatica di donne e uomini e sui valori e la concezione del rapporto fra i generi veicolato attraverso essa. L’esperienza del GMMP è iniziata nel 1995, quando volontari di 71 diversi Paesi hanno condotto un’indagine sulla presenza delle donne nelle notizie diffuse da radio, televisioni e quotidiani nazionali.

Si è scoperto che la parità di genere era una meta ancora lontana in molte aree del pianeta. La ricerca ha rivelato, infatti, che solo il 17% dei soggetti delle notizie – le persone che venivano intervistate o di cui le notizie trattavano – erano donne. Le notizie potevano essere presentate da professioniste di sesso femminile, ma raramente riguardavano le donne. La seconda edizione del GMMP, tenutasi nel 2000, e da allora coordinata dalla World Association for Christian Communication (WACC)², ha rappresentato una situazione statica: solo il 18% dei soggetti delle notizie erano donne, una variazione statisticamente insignificante in un periodo di 5 anni 3. La terza edizione del GMMP, datata 2005, ha registrato qualche progresso nella presenza delle donne: il valore è salito al 21%, un incremento del 3% in cinque anni. Significativo, ma ancora insoddisfacente. L’indagine ha anche dimostrato come le donne siano raramente protagoniste (solo nel 10% dei casi) nelle notizie che compongono l’agenda dell’informazione. Il primo ed unico risultato positivo registrato nel 2005 è stato quello di aver riscontrato che il sesso del/la giornalista rileva ai fini della possibilità, per le donne, di fare notizia: è risultato, infatti, un maggior numero di donne nelle notizie riportate da giornaliste di sesso femminile (25%) rispetto a quelle riportate da giornalisti di sesso maschile (20%). I risultati della quarta ed ultima edizione del GMMP, realizzata a cavallo fra il 2009 ed il 2010, con la partecipazione di 108 Paesi, rivelano che il mondo riportato nell’informazione rimane ancora prevalentemente maschile: il 76% delle persone di cui si parla nelle notizie del mondo, nel giorno del monitoraggio (il 10 novembre 2009) è di sesso maschile; il 46% delle notizie alimenta gli stereotipi di genere; solo il 13% delle notizie riguarda il mondo femminile; nel mondo del lavoro, le donne non sono rappresentate in proporzione alla loro reale presenza; l’opinione degli esperti è prevalentemente maschile (solo una donna ogni cinque uomini).

L’unica tendenza positiva registrata è che, oggi, le reporter di sesso femminile producono il 37% delle notizie riportate, rispetto al 28% del 2005. Le notizie da loro riferite sfidano gli stereotipi due volte più spesso rispetto a quelle dei reporter di sesso maschile. Per quanto riguarda la situazione italiana, i risultati dell’ultima edizione del GMMP (2010) rilevano che le donne nell’informazione italiana sono ancora marginali e facilmente marginalizzate: non viene rappresentato il loro crescente impegno nei diversi settori della società; non “fanno notizia” grazie alle loro competenze e capacità, ma perché sono vittime o protagoniste di eventi di cronaca, spesso violenti. Ci preme sottolineare che, laddove i dati del GMMP a livello mondiale mostrano una presenza di soggetti femminili in crescita (24%), le donne italiane rimangono 5 punti percentuali sotto la media globale (19%). Allo stesso modo, tutti gli indici relativi ai ruoli ed alle funzioni dei soggetti presenti nelle notizie mostrano qualche punto di discrepanza in negativo fra i risultati italiani e quelli globali. L’Italia è in ritardo anche rispetto a realtà non ‘occidentali’. Qualche risultato positivo emerge solo sul fronte della presenza e della visibilità delle giornaliste, a conferma dell’evidente femminilizzazione di questa professione, in atto già da qualche anno anche in Italia: il 55% delle notizie sottoposte ad analisi nel 2010 è riferita da donne (14 punti percentuali in più rispetto al 2005, quando le donne reporter erano il 41%). Inoltre, per la prima volta viene registrata una correlazione positiva fra un più alto numero di giornaliste e l’attenzione verso argomenti che riguardano specificatamente le donne: le donne giornaliste prestano maggiore attenzione verso l’universo femminile di quanto non facciano i loro colleghi maschi e sembrano più inclini a sfidare gli stereotipi di genere. La raccolta dei dati è fondamentale per elaborare riflessioni e proposte di intervento fondate. Tuttavia, il GMMP deve essere anche considerato per le dinamiche di mobilitazione e collaborazione che contribuisce ad attivare: la partecipazione a questo progetto ha offerto a diverse donne ed a diverse associazioni italiane la possibilità di entrare a far parte di una rete internazionale di gruppi attivi per promuovere l’uguaglianza di genere all’interno ed attraverso i media. Una rete che parte dal progetto di monitoraggio e si estende a diverse organizzazioni regionali ed internazionali, da GenderLinks in Sud Africa a Women Watch nei Carabi, fino alle Nazioni Unite. Al tempo stesso, prendere parte al GMMP e pubblicizzare i risultati delle attività di monitoraggio ha contribuito, in questi 15 anni, a promuovere collaborazioni reticolari anche a livello nazionale, fornendo sostegno ad attiviste, ricercatrici e professioniste dei media nello scambio di idee e nell’elaborazione di proposte alternative.

Fra quanti hanno contribuito, o sostenuto il GMMP, ricordiamo, oltre all’Osservatorio di Pavia, i gruppi attivi presso le Università di Roma, Torino, Bologna, Pavia e Padova, la CPO della Federazione Nazionale della Stampa, la Casa Internazionale delle donne, Women in the city, Aspettare stanca, Ancorpari, DonneinQuota e Amiche di ABCD. Il periodo 2009/2010 è stato particolare per il nostro Paese: dopo una lunga fase di bassa attenzione pubblica nei confronti dell’invisibilità delle donne nei media, o della loro riduzione a meri corpi, specialmente in televisione, donne di diversa provenienza ed estrazione hanno finalmente iniziato a riconoscere che i media, non rappresentando adeguatamente, né in maniera dignitosa, l’universo femminile, ostacolano i cambiamenti culturali e costringono le donne a ruoli convenzionali e privi di potere. In questo contesto, il gruppo di monitoraggio del GMMP si è ampliato per includere individui ed associazioni, mentre la rete di amici e sostenitori è cresciuta nel tempo e si sono sperimentati un entusiasmo ed un interesse senza precedenti. Da quando abbiamo registrato i primi risultati del GMMP del 2010, abbiamo partecipato con soddisfazione a numerosi convegni e dibattiti, abbiamo avviato un importante dialogo con il mondo del giornalismo italiano, dalla Commissione Pari Opportunità della FNSI al Gruppo Pari Opportunità del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e, come prima azione concreta, nel gennaio scorso è nato, con sede presso l’Osservatorio di Pavia, Media Research, l’Osservatorio europeo sulle rappresentazioni di genere: un monitoraggio, su modello GMMP, dei notiziari televisivi trasmessi sulle principali reti della TV pubblica e privata italiana (le generaliste Rai 1, Rai 2, Rai 3, Rete 4, Canale 5, Italia 1, La 7) e quelle di quattro importanti Paesi europei, Francia (France 2 e TF1), Germania (Ard e RTL), Inghilterra (BBC1 e ITV1) e Spagna (TVE e Telecinco).

Al tempo stesso, si va formando una rete, per quanto informale, delle diverse realtà universitarie e di ricerca attente a queste problematiche. Si ricercano modalità appropriate per mantenere un dialogo fra coloro i quali studiano il rapporto fra genere e comunicazione, quelli che lo osservano in qualità di pubblico attento e chi contribuisce a costruirlo dall’interno dei mezzi di comunicazione. La sfida è proprio quella di far sentire queste voci, ormai molteplici e connesse, per arrivare a produrre un cambiamento significativo a diversi livelli: accrescere ulteriormente la consapevolezza pubblica sul problema della relazione fra donne e media, favorire la partecipazione delle donne alla governance delle strutture dei media e consentire ai temi “rosa” di godere di adeguato spazio nell’agenda politica, verso la promozione di pratiche mediatiche che implementino concretamente i principi di uguaglianza e rispetto per le competenze delle donne e per la loro visione del mondo. Nessuna delle iniziative descritte basterà ad assicurare, almeno nel breve periodo, una maggiore visibilità femminile nell’informazione televisiva. Ma una realtà come l’Osservatorio europeo sulle rappresentazioni di genere, in sinergia con le altre attività di ricerca e con le svariate iniziative nate all’interno del mondo dell’informazione e dei media, è indispensabile per consentirci di mantenere un’attenzione costante e di approfondire quali siano i meccanismi televisivi che favoriscono la visibilità femminile, fino a che punto i mezzi d’informazione (in particolare la TV) siano democratici e per riportare, infine, il discorso italiano sulle donne in TV dalla denuncia (molto in voga, di questi tempi) alla comprensione. Il GMMP ha sicuramente fornito ulteriore evidenza della necessità di mantenere un’attenzione costante sulla responsabilità dei media nella costruzione di società capaci di riconoscere e rispettare tutte le differenze, a partire da quelle di genere. È diventato un punto di riferimento al quale agganciare altre rivendicazioni mirate a maturare un’agenda sociale di trasformazione verso l’equità di genere. In qualità di coordinatrici del GMMP, riteniamo sia compito proprio di chi fa ricerca “per mestiere” cercare di capire, mentre chi opera all’interno delle istituzioni educative, a tutti i livelli, dovrebbe promuovere percorsi formativi finalizzati allo sviluppo di una capacità critica specifica rispetto alla dimensione di genere ed alla sua rappresentazione mediatica. La società civile, infine, deve mantenere vivo il proprio impegno, aperti gli occhi e lungimirante lo sguardo.

1 Per l’Italia coordinato nel 2000 da Claudia Padovani e dal 2005 da Monia Azzalini e Claudia Padovani.
2 www.waccglobal.org
3 Cfr M. Gallagher (a cura di), Who makes the news? Global Media Monitoring Project. 2000, WACC, London, 2000

Monia Azzalini
Responsabile Ricerche su Comunicazione e Genere presso l’Osservatorio di Pavia
Claudia Padovani
Ricercatrice presso la Facoltà di Scienze Politiche, Università degli Studi di Padova

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles 

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