Corpi in vendita

Le donne sono esposte al martellamento mediatico denigrante e mercificante, che le destabilizza attraverso modelli perfetti. La TV ed i cartelloni pubblicitari mostrano spesso il corpo femminile seminudo come oggetto di seduzione, allo scopo di pubblicizzare qualsiasi prodotto. L’effetto è quello di promuovere l’idea del corpo perfetto, creando nelle donne comuni complessi d’inferiorità.

La mercificazione del corpo della donna è un fenomeno da sempre presente nella nostra società, non ha confini e, purtroppo, non ha limiti. In Occidente come in Oriente, sia pure in modi diversi, le donne vengono trattate come merce. Nel 2005 l’Onu (il Comitato per l’eliminazione della discriminazione contro le donne) e nel 2007 il Financial Times, denunciarono la tendenza, in Italia, a mercificare il corpo femminile nei media ed a relegare la donna in ruoli tradizionali e stereotipati. Il comitato dell’Onu osservò che “questi atteggiamenti sono la causa della posizione svantaggiata delle donne sul lavoro e nella politica” e consigliava di “promuovere un’immagine delle donne alla pari in tutte le sfere della vita”. Mentre la cultura islamica nasconde la donna, o la isola socialmente, la cultura occidentale tende a denigrarla ed a farla apparire come oggetto sessuale. Le donne sono esposte al martellamento mediatico denigrante e mercificante, che le destabilizza attraverso modelli perfetti, dotati di magrezza non naturale. La TV ed i cartelloni pubblicitari mostrano spesso il corpo femminile seminudo come oggetto di seduzione, allo scopo di pubblicizzare qualsiasi prodotto.

L’effetto è quello di promuovere l’idea del corpo perfetto, creando nelle donne comuni complessi d’inferiorità dovuti dall’inconscia convinzione di valere solo per un corpo. In Italia, 3 milioni di persone soffrono di anoressia o bulimia. Nel 95% dei casi si tratta di donne. Queste patologie emergono soprattutto nella fascia d’età compresa fra i 12 ed i 25 anni. La bambina, fin da piccola, apprende che l’avvenenza sessuale è la cosa più importante richiesta alla donna, e che i modelli estetici proposti dai media sono praticamente irraggiungibili. Il problema è che in Italia, negli ultimi decenni, la qualità dei programmi televisivi si è talmente abbassata da ridursi quasi esclusivamente a spettacoli scadenti, volgari, sgradevoli. Da anni ci siamo abituati all’esistenza di trasmissioni in cui sono presenti una o più figure femminili che si offrono alla vista, ma non possiedono alcun ruolo, né competenze professionali. Sebbene sia compito dei genitori evitare che i propri figli cadano vittime di questa mentalità perversa, sembra che ciò non venga svolto correttamente. Sono, infatti, sempre più numerose le ragazzine che pensano allo spettacolo ed all’utilizzo del proprio corpo come unica soluzione per sopravvivere in una società che non premia la meritocrazia, ma l’ignoranza e la corruzione. Sin dai lontani prodromi della civiltà umana, la profonda linea di demarcazione che separa gli uomini dalle donne all’interno della comunità è sempre rimasta ben delineata e stabile fino all’avvento dei movimenti femministi. Un cambiamento radicale si è certamente prodotto, ma è avvenuto secondo il modello della “rivoluzione passiva”. I possenti movimenti di emancipazione e liberazione femminili che avevano espresso, nel corso degli anni ‘60 e ’70, cultura e forza politica, hanno condotto le donne italiane alla conquista di ampi diritti di cittadinanza, ma si sono bloccati nel passaggio all’esercizio pieno della decisione politica, lasciandone ancora una volta la responsabilità nelle sole mani degli uomini.

Così, le donne sono soggetti di un’ampia gamma di diritti, ma drammaticamente incapaci di esercitare individualmente e collettivamente l’azione politica, tanto che gli stessi diritti riconosciuti stentano spesso a tradursi in realtà e restano una cornice astratta. Nel campo del lavoro, del welfare, della maternità, del sistema mediatico e nelle rappresentanze istituzionali, si verificano scarti talmente forti tra principi e realtà che la libertà rischia di continuo di scivolare nella subalternità. Le donne lavorano con salari più bassi e minori possibilità di carriera, negli ordini professionali o nei posti di comando sono pochissime, così come nel settore della politica e della burocrazia. Il confronto con gli altri grandi Paesi europei quantifica e fissa questo scarto in cifre e ci restituisce l’immagine di una Nazione fragile anche perché tiene le donne ai margini dello sviluppo civile e politico. Ci induce a notarlo Adrian Michaels, corrispondente da Milano del “Financial Times”, attribuendo soltanto a Cipro, Egitto e Corea del Sud una presenza di donne in politica, nella pubblica amministrazione ed ai vertici del business, più bassa della nostra. Inoltre, «…nelle maggiori aziende italiane, le donne rappresentano solo il 2% dei consigli d’amministrazione (rispetto al 23% dei Paesi scandinavi ed al 15% degli Stati Uniti)». Altrove, dai Paesi scandinavi alla Francia ed alla Germania, sono state introdotte ed attuate norme antidiscriminatorie, quote, politiche di welfare a favore delle donne. Tutto ciò ha consentito un più equilibrato rapporto tra la forza femminile ed il suo peso sociale e politico. Analizzando la società di oggi, dunque, malgrado si parli di “pari opportunità” e di “uguaglianza tra i sessi” con un’insolita enfasi che sembra esprimere una chiara sicurezza, ci si accorge con estrema facilità di come un compromesso definitivo non sia ancora stato raggiunto. Il processo verificatosi in Italia, dunque, può essere definito come una vera e propria mercificazione del corpo femminile, una trasformazione della sua bellezza da qualità umana a mero oggetto apprezzabile e, in alcuni casi, persino acquistabile prima ancora che conquistabile.

Forse è proprio questo il motivo per cui alcuni arrivano addirittura all’estremo di giustificare gli atti di violenza perpetrati nei riguardi delle donne. Probabilmente, in tutto ciò risiede anche la ragione per la quale ragazze sempre più giovani scelgono la via della prostituzione: non è la strada più facile, ma sono talmente abituate ad essere trattate come oggetti da aver assimilato la convinzione di esserlo realmente. Secondo l’Istat, la condizione femminile in Italia non è rosea, poiché si rileva un livello altissimo di violenza contro le donne. Una donna viene uccisa da un uomo addirittura ogni tre giorni. Ci ritroviamo spettatori di tragedie che vedono protagoniste le donne: violenze, abusi, ma anche episodi in cui sono le donne stesse a voler usare il proprio corpo come “macchina da soldi”. “Bisogna dire basta all’immagine della donna oggetto”. È questo il monito espresso dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, l’8 marzo, nel corso delle celebrazioni della Giornata internazionale della donna, sottolineando la necessità di un cambiamento culturale nella nostra società. Siamo consapevoli che non è ancora possibile, per il nostro Paese, raggiungere i livelli delle Nazioni scandinave, nelle quali la parità tra i sessi è talmente spiccata che, all’interno delle grandi aziende, il numero di uomini “in maternità” gareggia con quello delle donne. Sarà anche per questo, forse, che la Svezia, nella classifica che misura il divario di genere, nel 2010 si è classificata al quarto posto. L’Italia al 74°. La riduzione dell’immagine femminile alle sue caratteristiche ed attrattive sessuali influisce sia sull’auto-percezione delle donne stesse, sia su quella che delle donne maturano gli uomini, in particolar modo i minori.

Considerando anche questo aspetto, va sottolineato che, in genere, l’immagine delle donne che i media propongono non può certo essere considerata positiva per un equilibrato sviluppo dei giovani. Sicuramente la televisione è uno dei luoghi di produzione dei valori sociali, ma è anche vero che non è essa ad inventarli, né è essa la detentrice di un potere trasformatore illimitato. I dati relativi all’informazione televisiva sono, al riguardo, assai significativi: i principali temi dei notiziari vedono le donne presenti nei servizi di cronaca nera al 31%, mentre l’indice scende al 3% nei servizi di politica ed a 0 in quelli di economia. Le donne sono presenti al 50% per raccontare le loro esperienze, ma solo al 7% nel ruolo di esperte. In Italia stanno nascendo moltissimi gruppi di donne che hanno identificato in questo aspetto uno dei temi centrali della situazione di grande anomalia presente nel Paese. Lavorano proprio sulla rappresentazione femminile nei media. Indro Montanelli sosteneva che “per instaurare un regime, non c’è più bisogno di una marcia su Roma, né di un incendio del Reichstag. Bastano i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa: e fra di essi, sovrana e irresistibile, la televisione”. Facciamo sì che si possa delineare un nuovo corso, e che i media e la pubblicità non abbiano la possibilità di instaurare un regime che annienti la dignità di ogni essere umano. Per farlo, occorre anche rovesciare la rappresentazione delle donne maturata dagli Italiani. Donne invisibili, quale conseguenza di un’azione di assopimento delle coscienze svolta dai media, come ha scritto Piero Cammerinesi qualche tempo fa: “L’unico modo per difendersi dall’azione di intorpidimento delle coscienze attuata da buona parte dei mezzi di informazione è oggi costituito dalla capacità del singolo di ricercare autonomamente le proprie informazioni… Solo da singoli cercatori indipendenti – e dal conseguente scambio di informazioni e di opinioni – potrà emergere una nuova cultura dell’informazione che metta al centro l’essere umano e non la sua riduzione a merce”. La memoria corre al libro-documentario di Lorella Zanardo Il corpo delle donne, con uno stralcio del racconto particolarmente incisivo: «Essere autentici probabilmente costituisce uno dei diritti fondamentali dell’uomo. Ma essere autentici richiede di saper conoscere i nostri desideri ed i nostri bisogni più profondi. Sembra che il vero problema delle donne sia non essere più in grado di riconoscere i propri bisogni. Di conseguenza, com’è possibile essere autentici? Abbiamo introiettato il modello maschile così a lungo e così profondamente da non sapere più riconoscere cosa vogliamo veramente e cosa ci rende felici».

Tiziano Agostini
Professore Ordinario di Storia e Metodi della Psicologia e Psicologia dello Sport presso la Facoltà di Psicologia dell’Università di Trieste
Donatella Di Corrado
Ricercatrice presso la Facoltà di Scienze Motorie, Università Kore di Enna

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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