Patrie canzoni

“Mameli incontra Novaro e scrivono un pezzo tuttora in voga…” (Rino Gaetano)

Q uesto Paese dell’arte, del Rinascimento, col suo popolo di santi, eroi, poeti e navigatori – pessima retorica di pessimo gusto – s’incanta di fronte alla miseria di un reality, esplora le forze psichiche nei talk show, freme dinanzi all’ennesima atrocità familiare mentre, inevitabilmente, muore per sfinimento, per anoressia dell’intelletto.

Fra le molteplici possibilità di una riflessione, affatto commemorativa, della nostra “storia insieme”, andrebbe contemplata quella del ruolo della canzone d’autore. Fioriscono classifiche, canoni, gli “indispensabili”, gli “immortali” e via dicendo, nel tentativo di tenere insieme quel senso dell’identità italiana che, nonostante tutto, esiste e resiste. Ma, nel novero, sembra che la canzone d’autore, nel suo complesso, non possa trovare un posto. Posto che, invece, si è ampiamente ricavata e meritata. Ma il genere non è così “serio” da meritare tale attenzione. Il dubbio è che non sia affatto così e che, anzi, proprio le cose evitate dalle celebrazioni siano perlomeno altrettanto importanti per comprendere il significato e l’interpretazione di queste vicende. Penso, per esempio, ad uno dei lavori più profondi e “inattuali” di Giorgio Gaber, “Io non mi sento italiano”, morceau di congedo di un grande artista da un Paese più piccolo delle sue parole. In tempi più antichi, egli sarebbe stato un Tirteo, un esortatore della Patria intorpidita, allucinata dalle proprie meschinità, cieca di fronte allo sbando, affinché trovasse in se stessa la forza di rinascere e combattere la fine dovuta alle proprie mani irresponsabili. Com’è difficile insegnare la speranza quando a nessuno sembra importare di cambiare, di voler essere migliori! Per questo, la professione: “Io non mi sento italiano, / ma per fortuna o purtroppo lo sono” confina col non sapere, o col non essere quello che la tradizione insegna. È un confine labile, ma la canzone ci ha insegnato anche a pensare che l’Italia è molte cose, e gli esempi si sprecano: da Tenco ad Endrigo, da De André a Guccini, da De Gregori a Dalla, da Gaetano a Conte, da Daniele a Capossela, da Silvestri a Samuele Bersani, ognuno di loro ci ha raccontato un frammento di una storia collettiva. Senza dimenticare tutto il patrimonio, negletto, della musica popolare e del suo amorevole recupero, da Giovanna Marini a Ivan Della Mea, da Cantacronache al Canzoniere Italiano. Rammentare i grandi concerti come Parco Lambro, l’Arena Vigorelli, il concerto in memoria di Stratos, luoghi dove si è confrontata, e scontrata, una generazione inquieta e in movimento. Ma quelli erano gli “anni di piombo”, perciò tutto è da scartare, dimenticare all’ombra dei “cattivi maestri” – come se ci fosse stato solo quello. Abbiamo vissuto nella nostra storia tutte le epoche della storia occidentale. Questa dovrebbe perciò essere esemplare. Per tutti, eccetto che per noi. E, per venire al passato più recente, basterebbe confrontare la nostra immagine sospesa fra canzone d’autore e canzone d’intrattenimento, grondante di cuori infranti, amori irrimediabili, barche che vanno solo lasciandole andare, albe e tramonti inconsolabili, tanta voglia di lei, piccoli grandi amori, montagne verdi. Basterebbe ripensare alle avvelenate, alle solite strade bianche come il sale, alle guerre di Piero, alla notte in agguato dietro alla collina, a come è profondo il mare, a Berta che filava, alla torre di Babele e alla musica ribelle, per convincersi che non esiste punto d’incontro, e che più dello stare insieme siamo figli di una storia divisa, impreparata ad una parola definitiva su qualunque cosa, come ricorda Pasolini ne La Guinea. Che l’intelligenza è destinata a non avere peso, mai. La canzone è però anche esercizio d’intelligenza, lucidità, di parole sopra o sotto le righe, musiche dissonanti, sperimentazione (gli Area non fanno parte della nostra storia sociale e musicale?), di mostri addormentati dentro di noi che ogni tanto vengono suscitati dai rumori di piazza, dalle teorie del complotto, delle miserande querimonie sulla persecuzione, “il genio egoista / che senza complimenti / domina e conquista” (Gaber). Le idee che hanno fondato la Repubblica sono il seme che ha nutrito tanta letteratura, ma anche tanta musica degli ultimi sessant’anni. Né possiamo dimenticare il richiamo esercitato da canzoni come “Dio è morto”, caso quasi unico di acclimatamento della passione civile della poesia di Ginsberg in Italia, un’Italia senza Berkeley, senza movimenti per i diritti civili (contratto nazionale dei lavoratori, aborto, divorzio) o dove parlare di diritti civili è sempre scomodo, troppo rivoluzionario, mentre quello che ci serve per vivere lo possiamo “vedere col telecomando” (Gaber). E va ricordato, anche se non in linea col tema, uno straordinario musicista e pensatore come Luigi Nono (il cui messaggio è ancora conservato da Abbado e Pollini). Questo Paese dell’arte, del Rinascimento, col suo popolo di santi, eroi, poeti e navigatori – pessima retorica di pessimo gusto – s’incanta di fronte alla miseria di un reality, esplora le forze psichiche nei talk show, freme dinanzi all’ennesima atrocità familiare (eppure questo è il Paese dove la famiglia è il fondamento di qualsiasi cosa) mentre, inevitabilmente, muore per sfinimento, per anoressia dell’intelletto. Perché gli mancano sempre più le parole. Abbiamo imparato una lingua addomesticata, dalle Alpi a Lampedusa, la lingua della tecnologia che tanto disgustava Pasolini, abbiamo coltivato con sarcasmo e disincanto la rinascita dei campanili per tornare ad adombrare scissioni e secessioni, fregandocene allegramente pensando al pittoresco, al localismo, come ad un presunto e simpatico aspetto della nostra storia. Ma la nostra storia, da Dante ad oggi, converge verso l’unità, prima linguistica e poi politico-geografica, senza mai derogare da questo compito. Ed anche i nostri artisti della canzone non hanno fatto altro che ribadire con coraggio e controcorrente, come voci fuori dal coro, che per cantare questa canzone bisogna giungere quasi alla disperazione di dover tacere. Se è stata rivoluzionaria, questa musica lo è per rabbia contro il conformismo, lo è perché insegna a pensare, insegna una lingua molto più articolata e varia di quella commendata dalle regole della convivenza stolida ed indifferente a quasi tutto. Dovremmo pensare alla canzone d’autore come ad una bellissima lezione di libertà, di avventura e scoperta. Che poi si ripeta sempre, non capendone nemmeno il senso, che “sono solo canzonette”, è la prova in più che ancora c’è molto da fare, molto da ascoltare, perché quello che resta ce lo insegnano soprattutto, ed anche, le canzoni:

È tutta musica leggera,
ma come vedi la dobbiamo cantare,
è tutta musica leggera
ma la dobbiamo imparare…

Anche questo dovrebbe diventare “un motivo tuttora in voga”, almeno quanto quello di Mameli e Novaro.

Francesco Giardinazzo
Docente di Antropologia dei processi comunicativi
presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti
e Traduttori (Università di Bologna – sede di Forlì)
e di Forme e Stili della Poesia Moderna
nella Canzone Italiana Contemporanea (Università di Bologna)

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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