Una città rinnovabile

Occuparsi dello spazio, dell’abitare, del piacere di guardare un bell’edificio o di utilizzare una piazza, un giardino, una strada, diventa un impegno. È una responsabilità così importante che deve spingere in questa direzione anche chi continua a vedere nell’edilizia soltanto un “personal business”. Da questa assunzione di responsabilità, da questo impegno, nasce un ruolo nuovo ed utile nello sviluppo del tema della sostenibilità.

L’idea di “sostenibilità” va approfondita per coglierne meglio sia le ingenuità e le contraddizioni, sia i progressi che sta generando. La crescita dell’attenzione verso temi quali ambiente, energia, risorse, agricoltura biologica, alimentazione, risparmio energetico, costituisce un fenomeno recente, generato, forse, dall’inizio di un grande cambiamento. Questi temi, però, fanno comunque parte della nostra storia e non devono essere considerati una novità. Lo diventano solo perché vengono inseriti in un quadro, quello attuale, in cui la nostra visione della vita ha perso ogni legame con il recente passato. È anche vero che non ci siamo mai confrontati con questioni quali l’incremento demografico, l’approvvigionamento alimentare, i danni provocati all’ambiente, l’inquinamento e la rapida espansione delle città. Si tratta di fenomeni che, per dimensione ed impatto sulla società, non hanno precedenti nella storia. Premesso che parlare di sostenibilità ed ambiente genera contraddizioni e paradossi, per descrivere fenomeni complessi possiamo cominciare dalle cose più semplici. Non v’è dubbio che costruire costituisca un’azione anti-ecologica per se stessa.

Questa è solo la prima di una serie di contraddizioni. Resta il fatto che costruire sia una delle attività prioritarie. La domanda che dobbiamo quindi porci è la seguente: quanto meglio possiamo costruire? E poi, con quali criteri possiamo affrontare il tema energetico-ambientale senza provocare altri danni all’ambiente? Il singolo edificio deve essere concepito all’interno di una nuova visione urbanistica, perché la somma di tanti edifici sostenibili non equivale ad un’operazione aritmetica. Non si può progettare senza aver prima pianificato il complesso sistema di reti, trasporti, verde, ecc. e senza aver compreso la vocazione e la cultura specifiche di un luogo. Dovremmo interpretare (finalmente!) l’urbanistica come uno strumento strategico, che attribuisca risalto alle peculiarità di una città e sia capace di coglierne i valori. Le ambizioni del progetto devono costituire il punto di partenza per disegnare uno scenario di ampio respiro, basato su pochi punti fondamentali ed idoneo a delegare alla dinamica del tessuto urbano ed economico le scelte minori. Come cambierà l’urbanistica se diventeranno prioritari gli obiettivi energetici ed ambientali al posto della mera speculazione fondiaria? In realtà, il tema sviluppa declinazioni e problematiche drasticamente diverse a seconda del luogo. Per questo risulta difficile, oltre che sbagliato ed inutile, adottare una visione univoca o interpretare gli obiettivi come semplice esercizio accademico. Vanno acquisite sensibilità e conoscenze prima di elaborare delle soluzioni. I problemi che deve affrontare l’Italia, in particolare, Paese densamente popolato e con un territorio già pesantemente edificato, impongono grande attenzione.

L’attività operata sul singolo edificio assume maggiore significato se rientra in una politica integrata di recupero, miglioramento e riqualificazione urbana. Dobbiamo valutare le nicchie, gli sfridi urbani, dobbiamo prenderci cura di ciò che già possediamo. Per questo motivo non va abbandonata, con la consueta superficialità, la necessità reale di intervenire sui singoli edifici. Su questo punto sono convinto ci sia ancora molto da fare. Il progetto di un edificio sostenibile non va ricondotto esclusivamente ad una questione di prestazioni espresse in kw/h/mq, ma l’obiettivo deve diventare quello di trasformare i kw (pochi) in bellezza, espandere l’impronta dell’edificio al suo contesto, superare il suo contorno ed analizzare come anch’esso possa esprimere un’impronta ecologica ulteriore rispetto al suo confine fisico. L’energia, e l’uso che se ne fa, costituisce una grande opportunità creativa legata da sempre alla storia dell’architettura. Alla luce dell’evoluzione tecnologica, oggi va re-interpretata per formare un nuovo legame con la nostra tradizione, abbandonando le suggestioni nostalgiche. Dobbiamo riuscire ad identificare la sostenibilità con un atteggiamento etico, che travalichi i confini del progetto e del singolo edificio per entrare nella dimensione sociale. Dobbiamo riuscire ad agire a beneficio di tutti o, quantomeno, non danneggiando gli altri. Questo modo di ripensare l’architettura impone un nuovo approccio etico che attribuisce al nostro lavoro un ruolo nuovo, essenziale per le trasformazioni sociali del futuro. Occuparsi dello spazio, dell’abitare, del piacere di guardare un bell’edificio o di servirsi di una piazza, un giardino, una strada, diventa un impegno. Una responsabilità così importante che deve spingere in questa direzione anche coloro i quali continuano a vedere nell’edilizia soltanto un “personal business”.

Da questa assunzione di responsabilità, da questo impegno, nasce un ruolo nuovo ed utile nello sviluppo del tema della sostenibilità. Esistono due approcci paralleli, o meglio, due modi di procedere che si intrecciano fra di loro: uno tecnico, che riguarda la tecnologia, le prestazioni, le certificazioni, ed uno poetico, emotivo, legato alla sensibilità. Per molto tempo si è preferito il primo, quello “ingegneristico”. Qui conta solo il raggiungimento degli obiettivi prestazionali, a scapito del risultato estetico. Alla fine, però, ciò che resta di un edificio è la sua presenza, la sua capacità di comunicare e contribuire alla bellezza dell’ambiente. Una visione più emotiva, sensoriale e materica, ha quindi cominciato ora ad esprimersi e ciò determina che gli architetti tornino ad essere i protagonisti del cambiamento. Per molto tempo la tecnica è stata interpretata come un’opzione, soprattutto da parte di quella cultura accademica unicamente compositiva, la quale ha dimostrato tutta la sua fragilità ed i suoi fallimenti. Di fatto, è una grande fonte di creatività. Questo perché gli edifici costituiscono anche un’esperienza tecnica a cui l’architetto non può sottrarsi. Ma non è questo il punto. Lasciamo che se ne occupi chi ancora pensa ad un’architettura inutile, e ne discute in maniera accademica. Il vero obiettivo, oggi, è un altro: esprimere la tecnica come un’esperienza poetica, visionaria, emotiva. Assegnare all’edilizia un nuovo valore estetico. Allo sforzo tecnico deve dunque corrispondere quello poetico. Il modo in cui le due strade s’incrociano non possiede una spiegazione razionale. È però necessario ricercare una nuova visione, nella quale va trovato il giusto equilibrio anche a costo di rinunciare a qualche punto prestazionale. Nell’equilibrio si cela infatti l’evoluzione nel modo di organizzare il proprio lavoro. Diventa indispensabile trarre l’ispirazione dai dati climatici, dagli obiettivi energetici, dalla gestione nel tempo dell’edificio, dalla lettura di un habitat. L’equilibrio tra tecnologia e poesia ripristina il rapporto tra bellezza e pragmatismo, perdutosi nel filone fashion-estetico. Restituisce inoltre concretezza al nostro lavoro.

La nascita degli “eco-quartieri” non deve così trasformarsi nella realizzazione di una forma di “beautiful life” avulsa dal contesto, ma deve costituire l’opportunità perché anche il resto del patrimonio edilizio si rigeneri secondo le nuove modalità. La sostenibilità è anti-globale. È per definizione qualcosa di non generico, di non astratto, ma qualcosa che appartiene ad un luogo, ad una cultura e che, nonostante possa sembrare uno sforzo immenso, dobbiamo difendere. La sostenibilità è una visione, non una definizione. È la risposta al singolo problema, al singolo luogo, non una mercificazione dell’architettura ovunque e comunque. Non è nemmeno l’orrendo “stile sostenibile”. La sostenibilità è contraria alla colonizzazione dei luoghi con criteri d’inutile efficienza mascherati da un falso linguaggio di contemporaneità. È il contrario dell’estraneità. Non è un modello da esportare, ma qualcosa da affrontare attraverso la comprensione dei luoghi. È contraria al principio dell’indifferenza, della ripetizione, della volgarizzazione del linguaggio universale. È vicina ai concetti di biodiversità e prossimità. Vicina all’identità di ogni luogo ed alla sua vocazione. È qualcosa che dobbiamo scoprire, studiare, capire. Il principio dell’esportazione di un modello economico – rappresentato da edifici sempre uguali a se stessi, dove si lavora in maniera uguale ovunque – se da una parte ha creato una speranza di modernità e sviluppo, dall’altra ha cancellato ogni identità ed ogni volontà di difesa della propria cultura e del proprio paesaggio. Come se la biodiversità non fosse più un valore, una ricchezza, ma qualcosa da appiattire. Da omologare.

Mario Cucinella
Architetto e designer
Coordinatore del Master in Sustainable Architecture allo IED di Torino

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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