Entro il 2050 il 100% di energia pulita

A causa di un’errata politica energetica, l’energia da fonte rinnovabile è stata aggiuntiva e non sostitutiva di quella fossile. Rappresenta certamente l’alternativa possibile, già oggi praticata, in parte, ma non viene trattata in quanto tale. Viene anzi utilizzata dai grandi produttori più come immagine che non come scelta strategica aziendale.

Numerose e prestigiose sono ormai le analisi che attestano la possibilità, entro il 2050, che il mondo venga alimentato solo da energie rinnovabili. L’ultima, in ordine cronologico, è quella del WWF Internazionale che, nel febbraio del 2011, ha pubblicato il report (“The Energy Report”). Alcuni scienziati affermano addirittura che questo obiettivo sia raggiungibile già entro il 2030: Mark Delucchi, dell’Università della California e Davis Jacobson, della Stanford University, hanno infatti documentato come questo non sia più un problema di soluzioni tecnologiche, ma solo d’investimenti e volontà politica. La loro analisi, pubblicata dalla rivista “Energy Policy” (gennaio 2011), arriva addirittura a quantificare gli impianti necessari per il raggiungimento di tale obiettivo: 3,8 milioni di pale eoliche da 5 megawatt, 89.000 centrali solari da 300 MW (sia fotovoltaiche, sia a concentrazione), 1,7 miliardi di pannelli solari fotovoltaici da 3 KW. Il 4% dell’energia dovrebbe essere garantito dal settore idroelettrico ed il 6% da quello geotermico e dalle maree.

Il tutto, ovviamente, in un contesto di alta efficienza energetica. Lo studio di Delucchi e Jacobson prende poi in considerazione anche altri aspetti fondamentali, quali la necessità di realizzare una “rete elettrica intelligente” capace di garantire la connessione ed il bilanciamento energetico necessario a causa della variabilità di apporto dei vari impianti. Vista l’enorme difficoltà nelle trattative internazionali e la difficoltà intrinseca degli organismi internazionali a governare i processi globali, la possibilità di un mondo che abbandoni energie fossili e nucleare dipende da molti fattori. Dipende, soprattutto, dall’affermazione di una nuova visione dell’economia che stenta ad affermarsi a livello governativo, mentre appare in rapida espansione in comparti importanti della realtà industriale e sociale. Di questa situazione, un esempio clamoroso è fornito proprio dalla situazione italiana. Stando ai dati ufficiali (Terna 2009 “Dati statistici sull’energia elettrica in Italia”), gli impianti di produzione elettrica a combustibile fossile presenti nel nostro Paese hanno una capacità potenziale di circa 105.000 MW (erano 101.447 MW a fine 2009). A fronte di ciò, il picco massimo dei consumi ha sfiorato, nel 2007, i 57.000 MW (nel 2009 è stato invece di 51.873 MW). In poche parole, la potenza elettrica installata oggi in Italia è pari al doppio del consumo massimo di cui abbiamo bisogno. Va inoltre considerato che sono in fase di costruzione alcune centrali per ulteriori 5.000 MW e sono sottoposte ad iter autorizzativo delle altre, per complessivi 15.000 MW. Di conseguenza, il problema non è quello di disporre di nuova energia, ma di un’energia diversa, capace di diminuire la nostra dipendenza dalle risorse fossili ed idonea ad inquinare in misura minore. Il dibattito sull’energia verte dunque sugli scenari, sulle prospettive e sui modelli di sviluppo. La produzione elettrica derivante da centrali termoelettriche in Italia è ormai garantita per circa la metà dal gas naturale (era il 22% nel 1994).

Importante (e preoccupante per le emissioni in relazione ai cambiamenti climatici) la quota del carbone, attestata all’11,9% (per un quadro di sintesi della situazione italiana, vedere le relazioni TERNA). L’aumento esponenziale dei consumi di gas naturale ha reso necessaria la realizzazione di un’apposita rete di metanodotti capaci di garantire l’importazione costante dai principali Paesi di approvvigionamento, Algeria, Russia, Olanda, Norvegia. A fronte di circa 80 miliardi di metri cubi di gas annualmente utilizzati in Italia (76.7 miliardi nel 2009, 83,4 nel 2008), solo un decimo di questi viene prodotto nel nostro Paese. Oltre la metà viene importata da Russia (23 miliardi di metri cubi) ed Algeria (22 miliardi di metri cubi). Non v’è dubbio alcuno, dunque, che nel campo elettrico l’Italia abbia sostituito la propria dipendenza dal petrolio con una nuova dipendenza dal gas. Di ciò, tutti sono consapevoli. Per uscirne, alcuni propongono il nucleare, altri (come noi) sostengono l’efficacia della scelta delle rinnovabili. Eppure, una scelta decisiva a favore delle rinnovabili dovrebbe costituire un obbligo per l’Italia. Nel marzo del 2007, il Consiglio d’Europa aveva infatti indicato la necessita di un vero e proprio piano d’azione per una politica energetica comunitaria. Nel gennaio del 2008, la Commissione ha presentato la comunicazione “Due volte 20 per il 2020 – L’opportunità del cambiamento climatico per l’Europa” per indicare gli interventi da operare nel settore energetico per contrastare i cambiamenti climatici in essere. Obiettivo dichiarato è quello di contribuire alle azioni internazionali che, secondo quanto indicato dalla comunità scientifica, devono evitare che il riscaldamento del Pianeta entro il 2020 cresca oltre i 2 gradi Celsius. La proposta della Commissione è stata approvata nel dicembre del 2008 e, entro il 2020, tende a ridurre del 20% le emissioni di gas ad effetto serra, a ridurre del 20% i consumi energetici ed a raggiungere il 20% di energia prodotta con fonti rinnovabili. A differenza di altri Paesi (Germania, Danimarca, Spagna) l’Italia si è mossa lentamente in questa direzione. Solo nell’ultimo anno si è vista una decisa accelerazione. Il Governo l’ha però subito raffreddata, mettendo a rischio gli incentivi a sostegno delle rinnovabili, poi recuperati con una serie di limitazioni. Gli impianti di energia eolica sono passati dai 1.127 MW di potenza istallata nel 2004 ai 4.897 MW del 2009. Al di là della crescita dell’eolico (prevista, ma problematica, in Italia), importantissima e sorprendente è stata quella dell’energia solare. Se si considera che, nel 2009, in Italia sono stati istallati impianti per 730 MW (contro i 183 MW della Francia ed i circa 3.000 MW della Germania) ci si rende conto della forza con cui questo settore cresce. Ma il boom del fotovoltaico è avvenuto nel 2010: al 31 dicembre 2010, in Italia erano istallate 155.977 unità, per complessivi 3.470 MW, con una crescita, rispetto al 2009, rispettivamente del 119% e del 203%.

La produzione elettrica da energia solare ha così raggiunto i 1.906 GWh. Dei 2.326 MW installati nel corso del 2010, circa il 36% è costituito da impianti di potenza compresa tra 200 kW ed 1 MW, mentre un ulteriore 26% è composto dagli impianti che superano 1 MW. Ciò ha creato impresa, ha fornito prospettive reali al settore energetico dominato da logiche vecchie ed oligopoliste, ha mostrato come esista una strada praticabile che non si vuole percorrere. Come altrimenti commentare la scelta del Governo di mettere un tetto agli incentivi per l’energia fotovoltaica, mentre, allo stesso tempo, non si pone argine alla costruzione di nuove centrali a ciclo combinato che ancora utilizzano il gas? Ma al di là dei risultati, anche eccezionali, ciò che occorre domandarsi ai fini di una corretta valutazione dell’energia rinnovabile, nel contesto energetico complessivo, è se queste fonti siano state realmente alternative. Purtroppo, dobbiamo affermare che, a causa di un’errata politica energetica (se si preferisce, a causa della mancanza di una politica energetica pubblica) l’energia da fonte rinnovabile è stata aggiuntiva e non sostitutiva di quella fossile. Rappresenta certamente l’alternativa possibile, in parte già oggi praticata, ma non viene trattata in quanto tale. Viene anzi utilizzata dai grandi produttori più come immagine che non come scelta strategica aziendale. Il dibattito italiano viene così condotto anche attraverso molti luoghi comuni, primo fra tutti quello relativo al costo delle produzioni elettriche che vedrebbero svantaggiate le fonti rinnovabili rispetto a quelle fossili, in particolare rispetto al nucleare. Come hanno dimostrato tutti gli studi internazionali, gli investimenti nel campo delle fonti rinnovabili hanno ricavi a medio e lungo termine addirittura maggiori rispetto alle fonti fossili. Una corretta analisi del nucleare, inoltre, evidenzia poi come questo sia addirittura meno conveniente dei combustibili fossili. A tale proposito, uno studio della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, comparando sette studi internazionali, ha documentato come il costo medio di produzione delle nuove centrali a gas sia di 61 euro/MWh, pari al 16% in meno del costo medio del KWh prodotto dalle nuove centrali nucleari. Il rafforzamento delle energie rinnovabili non consiste dunque solo nel garantire la loro crescita in termini di impianti ed utilizzo, ma anche nel creare le condizioni affinché queste si sostituiscano progressivamente ai consumi di energia fossile. In Italia, ciò significa ristabilire i termini di un confronto pubblico basato sulla verità e sulla correttezza dei dati forniti e sull’affermazione di interessi collettivi che spesso non coincidono con quelli dei grandi gruppi industriali di produzione energetica.

Gaetano Benedetto
Direttore Politiche Ambientali del WWF Italia

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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