Paure, dubbi e mezze verità

Se in seno alla comunità internazionale vi fosse una leadership forte, ed i dirigenti fossero meno deboli, inesperti, ed intimoriti, forse, a Washington, Londra, Parigi, o in alcuni Paesi arabi, dovrebbero essere stilate le linee guida successive all’offensiva contro l’esercito regolare.

Una coalizione improvvisata, senza una chiara leadership. La Francia ha assunto l’iniziativa in modo autoritario nell’ottemperare alla risoluzione Onu 1973, la quale istituisce una no-fly zone sulla Libia e sottolinea la necessità di proteggere la popolazione civile dagli attacchi delle forze fedeli al dittatore Muammar Al-Gheddafi. Era ora, potremmo dire, incoraggiati dal successo (la cui portata è, però, ancora tutta da definire) dei movimenti rivoluzionari in Tunisia ed in Egitto, e sollevati, finalmente, dalla decisione dell’Occidente di intervenire, con il sostegno attivo di alcuni Paesi arabi, tra cui il Qatar. Si è deliberato di sostenere il popolo libico nel suo tentativo di rovesciare Gheddafi, leader da 42 anni, la cui legittimità popolare si è rivelata inconsistente. Tuttavia, la coalizione ha già iniziato a colpire dal cielo e dal mare obiettivi militari. Il rais ha cominciato a vacillare dopo sole 24 ore dall’inizio della missione, chiamata dai lirici strateghi “Odissea all’alba”. Ma ora impera l’esitazione, la reticenza: non si sa quanto durerà la punizione inferta alle forze governative e non si conoscono gli obiettivi appena successivi alla protezione dei civili. Il che, in termini più comprensibili, significa tutelare i resti delle forze ribelli, in modo tale che si possano riorganizzare, consolidare le posizioni ed abbozzare un contrattacco finalizzato a riconquistare il terreno perso nelle ultime due settimane. Periodo in cui Gheddafi ha giustiziato a sangue freddo centinaia di civili, mentre i ribelli subivano i suoi attacchi incapaci di opporre resistenza. Gli Stati Uniti non intendono assumere il controllo dell’operazione per evitare sinistre analogie con l’Iraq. Ritengono, comunque, non senza ragione, sia irrilevante la consistenza residua delle forze lealiste in ordine al mantenimento del potere da parte di Gheddafi. Dopo tutto, la risoluzione Onu nulla decreta oltre a no fly zone e protezione dei civili. Non prevede che il dittatore venga rimosso, né autorizza l’intervento delle forze armate occidentali. I contenuti della risoluzione sono chiari, ancorché espressi con l’affettata retorica diplomatica. Ipotizzare una fase 2, dopo la conclusione dei bombardamenti, in cui la comunità internazionale (meglio, la piccola parte di essa presente nella coalizione) esautori ed esili Gheddafi, non è sostenibile. Eppure, sarebbe quanto mai necessario un pronunciamento forte da parte della comunità internazionale.

Una posizione chiara e categorica per esprimere come sia inevitabile schierarsi a favore dei ribelli per abbattere un regime nefasto ed impegnarsi in una dispendiosa cooperazione, diversa da un protettorato e non caratterizzata dall’occupazione del suolo da parte di forze straniere, tanto meno occidentali. La cura potrebbe rivelarsi peggiore della malattia: ci si augura ciò sia stato valutato dai Ministeri degli Esteri, occidentali e dei Paesi arabi coinvolti. Neutralizzate le forze principali di Gheddafi da parte della (eterogenea) coalizione, quali possono essere gli scenari futuri? 1) i ribelli, massicciamente sostenuti, riescono ad abbattere la dittatura ed istituiscono un nuovo regime, gradito all’Occidente e non malvisto dal mondo islamico; 2) il rais si riappropria del potere e fa largo uso delle forze residue, ignorando le risoluzioni internazionali. Stando ai suoi ultimi e lapidari proclami, se continueranno gli attacchi, trasformerà il Mediterraneo in un teatro di guerra e non tollererà che “i crociati cristiani” (si noti il termine, tipico di Al Qaeda e lontano dalle sue dichiarazioni moderate ante crisi) beneficino del petrolio libico. Se in seno alla comunità internazionale vi fosse una leadership forte, ed i dirigenti fossero meno deboli, inesperti, ed intimoriti, forse, a Washington, Londra, Parigi, o in alcuni Paesi arabi, dovrebbero essere stilate le linee guida successive all’offensiva contro l’esercito regolare. Il piano dovrebbe limitare rigorosamente l’intervento di terra al solo obiettivo di verificare che le forze del dittatore siano state neutralizzate, senza tradursi in alcun modo in un’azione a carattere invasivo coloniale, o neo-coloniale, con iniziative circostanziate e molto ben definite nel tempo e nella forma. L’intervento dovrebbe essere legittimato dall’Onu e sarebbe auspicabile che le forze armate fossero composte pariteticamente da Paesi occidentali ed arabi. Con il monito della sterile campagna in Iraq, una volta avviata, l’operazione deve essere assolutamente condotta a termine: o Gheddafi scompare, oppure qualsiasi azione calata dal cielo sopra le sue truppe, per quanto distruttiva, non avrà più le conseguenze di un semplice fuoco d’artificio. È quindi necessario che la leadership non mostri segni di debolezza e si definiscano i contenuti e le motivazioni dell’intervento. Solo così, forse, ci salveremo da mille difficoltà, numerosi pianti e tanto dolore nel medio periodo. In caso contrario, non vi sarà nessuna certezza su come possa evolvere una regione che ha iniziato ad esprimere il proprio desiderio di libertà in modo ineluttabile.

Fernando Prieto Arellano
Giornalista, Professore aggregato di Giornalismo Internazionale
Universidad Carlos III de Madrid

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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