L’emergenza umanitaria a Lampedusa

Com’è possibile che un Paese membro del G8 si sia trovato impreparato a gestire il flusso migratorio, previsto e dalle dimensioni non nuove? Com’è possibile che tutto il peso dell’accoglienza sia stato lasciato sulle spalle di una piccola comunità di 5.000 persone in mezzo al Mediterraneo?

La negligenza delle autorità italiane ha trasformato Lampedusa nell’epicentro di una crisi umanitaria. È questo, in estrema sintesi, il giudizio della delegazione di Amnesty International che ha visitato l’isola dal 20 marzo al 1° aprile. Negli ultimi mesi, migliaia di persone, prevalentemente di nazionalità tunisina, soprattutto ragazzi, si sono ritrovate abbandonate su questa piccola isola dopo aver lasciato un Paese abbattuto dalla povertà ed in piena rivolta politica. A Lampedusa hanno trovato il caos più completo. Niente docce, bagni, ricoveri. Abbiamo parlato con persone che non si lavavano da una settimana e che erano costrette ad espletare i propri bisogni di fronte a migliaia di persone. Alla fine di marzo, ancora 4.000 persone dormivano come capitava, per terra, sulla spiaggia, senza neanche una coperta che potesse riscaldarle. I più fortunati si erano organizzati con tende fatte di sacchi per l’immondizia recuperati in giro. Nonostante questo quadro agghiacciante, salvo sporadici episodi di insofferenza, la situazione è rimasta assolutamente pacifica e tranquilla. I cittadini stranieri si sono adattati, rivendicando il rispetto della loro dignità di fronte ad un trattamento indegno: gli abitanti di Lampedusa hanno reagito, a loro volta, con incredibile solidarietà e generosità.

Un’anziana donna, sull’uscio di casa, commentava “Sto dalla parte di questi ragazzi e penso alle loro madri, che in questo momento devono essere preoccupate per loro”. Mentre scriviamo, buona parte delle persone protagoniste, loro malgrado, della cosiddetta e presunta “emergenza Lampedusa”, sono state trasferite in strutture allestite in fretta e furia, dallo status giuridico incerto, in altre parti d’Italia. Persone definite apoditticamente “clandestini”, senza tener conto della necessità di accertare, caso per caso, le singole posizioni ed i possibili bisogni di protezione. Senza prendersi particolare cura della presenza, tra questi cittadini stranieri, di persone in condizione di particolare vulnerabilità, come i minori non accompagnati. Nel frattempo, a Lampedusa, com’è inevitabile, altre persone (quelle che sopravvivono ai naufragi, che hanno ormai reso il Mediterraneo un mare di morte) stanno arrivando: in fuga dalla guerra della Libia, in fuga dalla fame della Tunisia e di altri Paesi dell’area. Ancora molte sono quelle che a Lampedusa non arrivano, perché muoiono, spesso già intravedendo all’orizzonte le sue coste, per un’avaria o una falla dell’imbarcazione su cui sono partite. Inevitabile, evitabile… È inevitabile che una crisi umanitaria produca flussi anche imponenti di persone che da quella crisi fuggono. Ma che a quella crisi le autorità italiane rispondessero provocando un’ulteriore crisi umanitaria era del tutto evitabile e doveva essere evitato. L’Italia avrebbe dovuto promuovere una risposta solidale e corale dell’Europa, basata sul rispetto dei diritti e della dignità delle persone, ad una crisi umanitaria derivante dalla repressione e dalla corruzione, tratto caratteristico per decenni di governi sostenuti dagli Stati membri dell’Unione Europea, in un contesto dominato da accordi di cooperazione privi di garanzie sul rispetto dei diritti umani.

Com’è possibile che un Paese membro del G8 si sia trovato impreparato a gestire una situazione del genere, prevista e dalle dimensioni non nuove, mentre, nello stesso momento, Tunisia ed Egitto erano impegnati nell’accoglienza di quasi 400.000 persone in fuga dalla Libia? Com’è possibile che tutto il peso dell’accoglienza sia stato lasciato sulle spalle di una piccola comunità di 5.000 persone in mezzo al Mediterraneo? La conclusione più evidente è che un Paese che si è abituato a respingere (come da applicazione dell’accordo del 2008 con la Libia di Gheddafi) ha disimparato ad accogliere. Ciò ha significato costringere alcune persone a condizioni al di sotto di qualsiasi standard internazionale per molti giorni. Ma il caos di Lampedusa ha anche messo in crisi il funzionamento del sistema di esame individuale per accertare potenziali bisogni di protezione. Il tutto preceduto da decisioni la cui logica sfugge tuttora, come quella di trasferire in un unico nuovo centro (il “villaggio della solidarietà” di Mineo) persone che erano giunte ad un passo dal riconoscimento dello status di asilo politico presso le commissioni territoriali, e con un tema di sottofondo: la paura. Vista l’importante destinazione di questo testo, vorrei chiudere ricordando e sottolineando il ruolo che i media potrebbero assumere nello stemperare i toni e smontare il clima d’emergenza, evitando l’uso (o criticandolo dove ciò avvenga) di espressioni quali “tsunami”, “ondata”, “esodo biblico”, “clandestini”. Queste espressioni sono diventate, purtroppo, di uso comune, spesso funzionali ad una politica della paura che ha creato in ampi strati della popolazione italiana reazioni ansiose di rifiuto e violenza. Se oggi ci troviamo di fronte a numerosi esempi (che peraltro oscurano anche i gesti positivi) di indisponibilità da parte di enti locali ad ospitare migranti e richiedenti asilo, quasi si trattasse di rifiuti tossici, la causa va ricercata anche in quelle espressioni ed in quella politica, nell’uso di un linguaggio irresponsabile, incendiario e xenofobo da parte di rappresentanti delle istituzioni locali e nazionali. In altre e semplici parole, nell’assenza, nel nostro Paese, di una profonda e radicata cultura dei diritti umani.

Riccardo Noury
Portavoce della Sezione Italiana di Amnesty International

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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