La fine dell’eccezionalismo arabo

Era ormai quasi un decennio che si evidenziava una maggiore disposizione della popolazione araba verso la Democrazia, fino al punto da ritenerla preferibile e migliore delle altre forme di governo. Il mondo accademico è stato però incapace di prevedere l’intensità di tale disposizione, divampata in protesta, e montata fino al punto da sfidare gli apparati repressivi del potere.

Con la fuga di Ben Ali da Tunisi, avvenuta il 14 gennaio del 2011, si può affermare come abbia avuto inizio la fine dell’“eccezionalismo arabo”. Questo status non era sostenuto solo dalla convinzione, ben radicata nelle diplomazie e nel mondo accademico occidentali, dell’inamovibilità del potere nel mondo arabo e dell’impossibilità di un cambiamento, ma anche, ed in modo maggiormente significativo, da una sostanziale depoliticizzazione ed un’indifferenza verso i propri regimi da parte delle società mediorientali. Quando queste manifestavano la loro opposizione al regime, ciò avveniva su posizioni estreme, fortemente influenzate dal radicalismo religioso. Non vi era, dunque, solo un arroccamento dei regimi. Non esisteva nemmeno una domanda sufficientemente ampia, da parte della società stessa, in ordine ad una maggiore responsività dei sistemi politici arabi nei confronti dei bisogni della popolazione, non ultimo, tra questi, anche quello di maggiori spazi di espressione e partecipazione. Eppure, era ormai quasi un decennio che il “barometro”, quando sondava l’opinione nel mondo arabo, indicava una maggiore disposizione del pubblico verso la Democrazia, fino al punto da ritenerla preferibile e migliore delle altre forme di governo. Né il “barometro”, né il mondo accademico erano stati però capaci di prevedere l’intensità di tale disposizione, da parte di ampi settori della società araba, divampata in protesta fino al punto da sfidare gli apparati repressivi del potere. Questa miopia occidentale verso il mondo arabo, che include chi scrive, è dovuta al riflesso incondizionato di guardare all’opposizione attraverso una chiave essenzialmente partitica.

Le “opposizioni” partitiche nel mondo arabo erano di due tipi: quelle non-democratiche a base religiosa e popolare, come la Fratellanza Islamica in Egitto, o una molteplice galassia di partiti laici, per lo più elitari, a debole base popolare ed in buona parte cooptati o tollerati dal regime in virtù di un tacito scambio con le classi medio-alte, prevalentemente laiche. Il regime avrebbe preservato un minimo di laicità dello Stato in cambio di un sostanziale silenzio nei confronti della sua attività di repressione (anche verso i soggetti più vocali dell’opposizione laica). Dunque, l’eccezionalismo è probabilmente finito. Perché? Va premesso, innanzitutto, che la sua fine non condurrà necessariamente ad una replica di quanto avvenuto in Tunisia ed in Egitto, cioè un cambiamento della leadership e che la fine di un regime non inaugurerà necessariamente una transizione destinata a concludersi in un governo nuovo di tipo democratico. È però innegabile come la fine dell’eccezionalismo arabo sia sostenuta da tre fattori. Primo, oggi siamo di fronte all’esistenza di un’opinione pubblica “araba”, in larga parte formata su network internazionali arabi – al-Jazeera, al-Arabiya, ecc. – i quali, nell’ultimo decennio, non hanno cessato di mettere in evidenza le incongruenze tra la retorica dell’esportazione della Democrazia ed il sostegno a regimi repressivi poiché funzionali alla guerra al terrorismo. Anche quando silenti nei confronti di alcuni di questi, in genere quelli che li finanziano, questi network hanno di fatto formato un’opinione diffusa che mal tollera la natura repressiva dei sistemi politici arabi. Quest’opinione pubblica è araba, dunque transnazionale, poiché, inevitabilmente, rafforza un legame ed un sentimento comune veicolato dalla lingua araba. Secondo, il salto di qualità è stato quello di prendere coscienza del proprio ritardo nello sviluppo politico, l’eccezionalismo, appunto. Nel momento in cui, a partire dagli anni ‘80, l’intera America Latina, buona parte dell’Asia meridionale ed un certo numero di Paesi poveri dell’Africa Sub-Sahariana transitavano alla Democrazia, l’unica eccezione importante rimaneva il mondo arabo.

Il terzo fattore è l’arresto della crescita economica e, più precisamente, l’arresto di un’efficace redistribuzione dei redditi. Anche laddove le economie non-petrolifere crescevano, ciò avveniva a costo di un deterioramento dei servizi sociali (Egitto) o dell’appropriazione di settori importanti dell’economia da parte del potere (Egitto e Tunisia). La crisi economico-finanziaria ha aggravato questo effetto, sommandolo alla crescita dell’inflazione ed al calo del potere d’acquisto. Dopo aver accarezzato un discreto benessere, specie in Tunisia, lo standard rischiava di evaporare di fronte all’allargarsi della crisi economica. È noto che la legittimità dei regimi autoritari poggia su un unico fattore: la prestazione economica. Le classi medie e popolari sono disposte a tollerare l’arricchimento delle elite di potere e la loro corruzione a patto di un miglioramento delle proprie condizioni di vita. I regimi autoritari dimostrano così, ancora una volta, la loro debolezza e bassa istituzionalizzazione, non sopravvivendo a crisi economiche le quali, inevitabilmente, si traducono in crisi di regime. C’è da chiedersi se la protesta, oggi larga e diffusa – fanno eccezione solo le monarchie del Golfo, salvo Bahrain ed Oman – condurrà effettivamente al crollo dei regimi o, in subordine, ad una transizione democratica. E, infine, posto che ciò avvenga, c’è da chiedersi quale possa essere lo spazio, in un regime democratico, acquisibile da quelle forze fino ad oggi dichiaratamente anti-democratiche (leggi i partiti islamici). A mio avviso, la chiave di lettura determinante sta nell’ampiezza della classe media. In Tunisia, e così in Egitto, sono stati prima i giovani della classe media a scendere in piazza, seguiti poi da sezioni rilevanti del settore pubblico – Giustizia, Sanità, Educazione – sostenute sia dai sindacati autonomi, in Egitto, sia da quelli collusi con il regime (Tunisia), i quali, assumendo questa posizione, ne volevano così prendere le distanze. Quanto più la classe media è aperta verso l’esterno (la Tunisia è un caso esemplare di laicità diffusa anche nella società) e l’Occidente, tanto più le possibilità di un cambiamento di regime e, successivamente, di una transizione democratica, sono ampie. Facebook è un buon indicatore di questa apertura. Non è stato solo un veicolo di mobilitazione, ma rimane, com’è evidente nell’ampio dibattito in Tunisia, uno strumento di costruzione democratica dell’opinione pubblica.

Un buon indicatore, ma non sufficiente, visto l’alto numero di utenti residenti anche in Paesi poco orientati al cambiamento politico, come quelli che si affacciano sul Golfo. Qui contano altri fattori: a) la predisposizione del regime a cambiare (bassa, nel Golfo, e totalmente assente in Siria, mentre in Marocco dovrebbe trovare maggiore disponibilità tra i giovani dell’entourage del re) ed il grado di repressione preventiva (massimo in Siria); b) la forza di lobby tendenzialmente ostili alla Democrazia, come quelle militari. È il caso, ancora, della Siria e, in parte, anche di Algeria ed Egitto. Per il momento, in Egitto, si è assistito ad una convergenza nella volontà di sbarazzarsi di Mubarak tra la lobby militare e l’opposizione democratica, ma è inevitabile attendersi una transizione controllata e condizionata dall’alto molto più che nel caso tunisino; c) il grado di controllo dell’economia da parte dello Stato, massimo nei Paesi esportatori di energia (dunque, ancora il Golfo, più Algeria e Libia). In questi casi, specie nei Paesi del Golfo, caratterizzati da un più esteso benessere, i cittadini sono inevitabilmente meno incentivati alla protesta perché è salvo il principio per cui i regimi sono in grado di comprare il silenzio in cambio di servizi sociali sufficientemente estesi e garantiti. Inoltre, queste Nazioni sono caratterizzate da una struttura demografica che assegna le posizioni meno privilegiate a copiose componenti immigrate escluse da ogni forma di diritto, anche la più elementare, mantenendo, invece, ampie garanzie a favore della popolazione autoctona. Fa eccezione il Bahrain, poiché qui vi è una discriminazione di tipo religioso, la quale colpisce la maggioranza sciita, esclusa dal potere politico. Arrivo così all’ultimo punto: d) il grado di settarismo e/o regionalismo nella società. Questo è molto forte nel Bahrain stesso, nello Yemen, in Siria, Libia e tocca anche l’Arabia Saudita. Quando il settarismo religioso o tribale assume una dimensione territoriale (non è il caso del Bahrain) è più probabile che un’eventuale crisi di regime possa condurre ad un collasso o ad un frazionamento territoriale dello Stato. Resta da determinare, infine, quanto i regimi che transiteranno alla Democrazia possano rischiare di ritrovarsi nella situazione dell’Algeria agli inizi degli anni ‘90.

Il rischio, cioè, della conquista del potere per via democratica da parte di forze politiche islamiche contrarie ai principi elementari di Libertà e Democrazia. Premesso che, come ha efficacemente chiarito l’islamologo Olivier Roy, la protesta, proprio per il suo carattere giovanile e secolare, ha manifestato per la prima volta una dissociazione tra politica e religione e premesso anche che i giovani si sentono poco rappresentati dalle forze politiche esistenti, incluse quelle islamiche, per il loro carattere essenzialmente patriarcale, è indubbio che una democratizzazione dei sistemi politici arabi apre uno spazio elettorale e politico anche alle forze islamiche. Molto dipenderà anche da un’eventuale riforma dei sistemi elettorali, i quali, ad esempio nel caso tunisino, favoriscono enormemente le formazioni politiche più forti e radicate sul territorio (ma oggi, il sistema potrebbe essere rivisto). È però il grado di apertura verso l’Occidente ed i suoi modelli (politici e sociali) che, probabilmente, farà la differenza. Un ruolo non secondario nel crollo del regime, nel caso tunisino, l’ha giocato anche la consistente componente residente in Francia, composta, ormai, non più solo da immigrati, ma anche da cittadini di nazionalità francese originaria. C’è da aspettarsi, allora, fatta eccezione per la Libia, una maggiore probabilità di transizione democratica nel Maghreb (occidente) arabo, piuttosto che nel Machrek (oriente).

Federico Battera
Ricercatore Dipartimento Scienze Politiche e Sociali,
Sistemi Politici Afro-Asiatici Università di Trieste

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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