Senza futuro

Per valorizzare e promuovere le arti performative e le produzioni musicali italiane, è necessario prevedere delle quote di programmazione obbligatorie per i network televisivi e radiofonici. Naturalmente, per promuovere i giovani talenti, l’innovazione, la contemporaneità e la sperimentazione di nuovi linguaggi, il settore pubblico deve investire in forme di sostegno trasparenti e non clientelari. E questo riguarda sia lo Stato, sia gli enti territoriali.

Da qualche anno, ormai, la musica vive una fase di delicatissima riconversione industriale, che ne sta mutando radicalmente forme di organizzazione e diffusione, esponendo spesso gli operatori del settore, prima di tutto gli artisti, al rischio di una ancor maggiore precarietà. La crisi economica mondiale ha prodotto, nel nostro Paese, tagli drastici negli investimenti alla cultura, non accompagnati da alcuna politica di sostegno o di riforma del settore: una scelta miope di cui il governo in carica porta la piena responsabilità. Nell’immaginare una via d’uscita da questo grave stato di sofferenza, occorre ripartire da alcuni principi che dovrebbero essere scontati, ma che nell’Italia della destra, purtroppo, non lo sono: nell’affermare il diritto dei cittadini all’istruzione, all’accesso ed alla fruizione della cultura e dell’arte, la Costituzione italiana sancisce chiaramente il dovere della Repubblica di fornire il necessario supporto a queste fondamentali funzioni della vita e del progresso civile. Deve dunque tornare preliminarmente chiaro e condiviso il principio secondo cui ogni riflessione sui temi e sulle problematiche – e, di conseguenza, sulle ipotesi di riforma – della produzione artistica e culturale non può prescindere dal fatto che tali manifestazioni alte della creatività umana, la loro fruizione ed il loro godimento, costituiscano, per il cittadino, una componente ed un diritto essenziali della vita civile. Presupposto da ribadire in tempi nei quali i continui cambi dello scenario tecnologico, economico, persino antropologico, rendono particolarmente fragile il nesso cultura-libertà-democrazia. Arte, cultura, creatività, spettacolo interagiscono oggi con tutte le sfere sociali, permeano ogni esperienza della vita umana e ne invadono ogni bisogno – dal cibo alla moda, dal trasporto al tempo libero -.

Le nostre scelte di consumo si rivelano riferite in misura sempre minore al valore d’uso ed in misura sempre maggiore a quello simbolico degli oggetti acquisiti. D’altro canto, una legge del mercato che si affermi come dominante, non solo nell’economia, ma anche nell’arte, non trasforma solo il cittadino in spettatore e lo spettatore in consumatore, ma agisce anche sulla figura dell’organizzatore culturale. Quest’ultimo, formatosi per operare con fini superiormente “educativi”, si ritrova invece manager di un’industria culturale il cui scopo primario è vendere i propri prodotti al più alto numero possibile di consumatori. Poco importa che questi ultimi siano innanzitutto cittadini: tale condizione, da prevalente e motivante, sembra degradata oggi ad accidente di secondo piano. Occorre dunque riportare la categoria della cittadinanza, con i suoi diritti ed i suoi doveri, a costituire la premessa essenziale di qualsiasi discorso politico sulla cultura e la conoscenza. Una premessa quanto mai indispensabile per chi è convinto che il diritto alla conoscenza, alla cultura, all’arte, costituisca un aspetto centrale del diritto alla libertà ed alla qualità della vita. Dunque, uno dei parametri primari secondo cui valutare la salute e l’efficacia della Democrazia. Perché ciò sia possibile, è indispensabile che l’Italia continui ad essere luogo di produzione culturale e musicale e non si riduca a semplice spazio di distribuzione e circuitazione. Occorre quindi preservare ed incentivare la creatività diffusa, la rete delle tante iniziative, i festival che contribuiscono a creare un habitat culturale idoneo all’emersione dei talenti. Ed è essenziale guardare alla musica come ad un sistema complesso, in cui non ci siano figli di un dio minore, ma parti diverse di un sistema unitario che deve crescere nella sua entità di servizio e di ricchezza identitaria, ma anche d’industria culturale. Purtroppo, in questi anni, il governo ha seguito una strada opposta, un obiettivo non dichiarato: salvare (a trattativa privata) le eccellenze più carismatiche e smantellare il resto. La legge Bondi sulle fondazioni lirico-sinfoniche costituisce l’esempio più evidente. Il taglio dei fondi statali per lo spettacolo è parte di questa strategia, esattamente come l’incredibile rifiuto del governo di finanziare la legge quadro sullo spettacolo dal vivo, nonostante il consenso bipartisan che essa aveva ottenuto in Parlamento. Permane dunque l’esigenza di una riforma della vita musicale che miri al rilancio degli investimenti, alla ridefinizione dell’iter formativo, alla rivoluzione dello status sociale degli artisti, al ripensamento del ruolo dell’organizzatore culturale, alla diffusione capillare e alla diversificazione dell’offerta, con lo spostamento del suo baricentro verso il cittadino.

Per questo è necessaria una legge di principi che regoli la produzione e la fruizione della musica d’arte in Italia, ne stabilisca gli obiettivi e le forme di finanziamento pubblico, normi lo status degli operatori, il rapporto con e tra le istituzioni, promuova le relazioni comunitarie ed internazionali. É dunque necessario che lo Stato torni a svolgere pienamente il proprio ruolo, riformando la struttura degli interventi pubblici ed investendo maggiormente e con migliore qualità. Maggiormente perché le cifre attuali sono offensive nella loro inconsistenza. Con migliore qualità perché è fuori discussione che le attuali forme del sostegno pubblico alla musica non siano sufficienti a garantirne l’efficacia. Anche la musica necessita di politiche fiscali adeguate: dall’estensione della riduzione dell’IVA dal 20 al 10% per gli spettacoli musicali fino a forme di tax shelter e tax credit proporzionate ai diversi profili imprenditoriali. Al fine di valorizzare e promuovere le arti performative e le produzioni musicali italiane, è inoltre necessario prevedere delle quote di programmazione obbligatorie per i network televisivi e radiofonici. Naturalmente, per promuovere i giovani talenti, l’innovazione, la contemporaneità e la sperimentazione di nuovi linguaggi, il settore pubblico deve investire in forme di sostegno trasparenti e non clientelari. Ciò riguarda sia lo Stato, sia gli enti territoriali. Più che il sostegno agli “amici”, deve essere centrale per la parte pubblica l’obiettivo di diffondere le produzioni e l’allargamento del bacino dei fruitori e della domanda, in particolare in un Paese come il nostro, in cui i consumi culturali tendono ad impaludarsi nella standardizzazione. L’allargamento e la crescita della domanda sono un presupposto imprescindibile per la creazione di un’industria culturale indipendente ed autonoma. Abbiamo quindi bisogno di investire sulla formazione di nuovi pubblici e di fruitori consapevoli, a partire dall’impegno e dal ruolo del nostro sistema educativo. Non solo: servono anche misure che sostengano i consumi, per favorire, in particolare, l’accesso di tutti ai contenuti (per fare solo un esempio, la ben nota vicenda dell’abbattimento dell’IVA dal 20 al 4% per i supporti musicali ed audiovisivi). C’è, infine, la questione più importante di tutte: affermare e riconoscere che gli operatori del settore musicale sono, prima di tutto, dei lavoratori. La dimensione industriale del settore musicale non può prescindere dal riconoscimento delle professionalità che vi operano e dalla constatazione drammatica che, oggi, le tutele minime di welfare previste per la generalità dei lavoratori non sono ancora presenti nella nostra legislazione sul lavoro dello spettacolo, perpetrando così un’evidente disparità di trattamento sul piano del diritto e dell’equità dei rapporti sociali.

Chi lavora nello spettacolo è calato in un mondo afflitto dalla precarietà: precarietà che si aggiunge all’intermittenza strutturale dei rapporti di lavoro degli artisti e dei tecnici dello spettacolo dal vivo, del cinema, dell’audiovisivo e dell’intrattenimento. Il lavoro dello spettacolo non è ancora garantito da tutele minime, quali la disoccupazione ordinaria, l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, l’indennità di maternità, il sostegno del reddito per i periodi di non lavoro. A tutto questo, bisogna assolutamente provvedere con una legge sul welfare dello spettacolo che, peraltro, avrebbe potuto vedere la luce già in questa legislatura, se non vi fosse stata, ancora una volta, l’opposizione del governo al lavoro concluso dalla Commissione Lavoro della Camera per un testo unificato di norme di tutela per i lavoratori del settore. Una situazione di sofferenza insopportabile, in cui molti lavoratori sono stati abbandonati, che offende la dignità del lavoro creativo ed artistico e che tradisce, ancora una volta, i più elementari principi di giustizia e parità dei diritti e delle opportunità che ogni democrazia matura dovrebbe saper garantire ai cittadini.

Matteo Orfini
Responsabile delle relazioni istituzionali della Fondazione Italiani ed Europei

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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