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La faccenda dei files pubblicati è gravissima non tanto sotto il profilo del contenuto, ma del fatto stesso che cada il segreto diplomatico, fissato dal Congresso di Vienna (1815). Senza riservatezza diplomatica, non ci sono negoziati. Solo alleanze o guerre. Si provi ad immaginare.

Non appartengo a quanti si sono emozionati per i documenti pubblicati da WikiLeaks. Prima ancora che fossero pubblicati, sostenni che non ci si sarebbe trovato nulla che già non sapessimo. Con il senno di poi, almeno fin qui, non posso che confermare quell’opinione. Ciò non significa, però, che la fuoriuscita di materiale diplomatico sia insignificante. La reale natura della falla deve però essere cercata nelle guerre interne al mondo politico e all’amministrazione statunitense. Se ne è messa in piazza la vulnerabilità, mentre un Presidente non più in attesa di collaudo fatica a dominare lo scenario internazionale ed a trovare un ruolo credibile per gli Stati Uniti. Il Paese che ha svolto un ruolo di guida e di garante occidentale, quello che ha vinto la guerra fredda ed ha annientato l’impero sovietico, non ha mostrato solo la vulnerabilità dei propri archivi, ma, subito dopo, ha dovuto subire due smacchi impressionanti: il presidente cinese, Hu Jntao, prima di salire sulla scaletta dell’aereo che lo portava a colloquio con il collega americano, ha annunciato che avrebbe rifiutato ogni accordo valutario, mentre la crisi dell’intera fascia mediterranea dell’Africa, culminata nelle proteste contro il presidente egiziano Hosni Mubarak, ha messo in crisi equilibri di cui gli Stati Uniti erano garanti.

A cominciare dalla sicurezza d’Israele, che costituisce, non lo si dimentichi mai, un avamposto democratico ed occidentale che sarebbe pericolosissimo abbandonare. Queste sono le partite che contano, il resto è contorno. Ciò che abbiamo letto, e molte polemiche di casa nostra, fanno, invece, tenerezza. Mi riferisco a quelli che hanno passato una vita a sfilare urlanti contro l’imperialismo americano, maledicendo la satanica macchina diplomatica che pretendeva di guidare le politiche altrui, screditando quanti non si piegavano agli ordini a stelle e strisce, e ora si ritrovano a biascicare moralismi da beghine affrante, lamentando che “gli Americani” ci giudicano male. Spulciano la documentazione di WikiLeaks e, non attendendo neanche che arrivi la parte succosa, posto che ci sia, s’accasciano sul pettegolume. S’accontentano della formula da barzelletta: ci sono un Francese, un Tedesco e un Italiano, il primo ha pretese napoleoniche, il secondo è ottuso, ma disciplinato, il terzo crapulone. Fin qui, la faccenda dei files pubblicati è gravissima non tanto sotto il profilo del contenuto, ma del fatto stesso che cada il segreto diplomatico, fissato dal Congresso di Vienna (1815). Senza riservatezza diplomatica, non ci sono negoziati. Solo alleanze o guerre. Si provi ad immaginare. Non ho idea se fra quei documenti si troverà qualcosa di meno superficiale, relativo al dossier energetico, ma è questa la partita più significativa. E ci vogliono miopia ed ignoranza fuori dal comune per affrontarla solo sotto la luce dei rapporti fra Berlusconi e Putin, quasi si trattasse di questioni personali. È una partita che attraversa tutta l’intera storia repubblicana, a cominciare dall’Eni di Enrico Mattei, di cui non solo i petrolieri statunitensi dicevano peste e corna, ma in relazione al quale si giunse pure a questioni di “donnine”.

Anche in quel caso, naturalmente, non era una vicenda personale, tant’è vero che coinvolse per intero la politica estera italiana. La gestione dossettiana e filo araba non piaceva per nulla agli Americani, ma piaceva tantissimo a quelli che oggi gongolano per i giudizi di un loro diplomatico. Era l’Italia in cui la Fiat apriva lo stabilimento di Togliattigrad, quella in cui si trovavano ambasciatori statunitensi che inviavano rapporti durissimi contro il centro sinistra e contro Aldo Moro. Ma allora, gli odierni adoranti erano impegnati a chiedere: fuori la Nato dall’Italia e l’Italia dalla Nato. Fortunatamente, hanno perso. E dico “fortunatamente” da antico estimatore degli Stati Uniti, poco propenso, pertanto, a confondere per “americane” le cose scritte da un Americano. Perché, alla fine, conta la politica estera ufficiale, non lo smanacciamento cui è stata sottoposta nelle cucine. E, per dirne due, conta che a Pratica di Mare sia iniziato l’avvicinamento della Russia alla Nato, come conta che il gas italiano arrivi prevalentemente dall’Algeria, mentre i nuovi gasdotti non si prestano a rapporti compromissori con gli Iraniani. Ma che possono capirne quelli che si sono sempre prestati alla non autonomia energetica dell’Italia e che volevano riconoscere ad Ahmadinejad l’aspirazione ad assurgere a potenza regionale? E oggi pubblicano i dispacci in cui lo si definisce Hitler, accanto alle battute insulse sul lettone di Putin, senza neanche afferrarne il nesso. C’è una forza della geopolitica, un peso degli interessi indisponibili di un Paese, che attraversa il tempo e non cambia colore con i governi. Per capirlo, si deve studiare la storia, avendo in mente una cartina geografica, e saper far di conto. Se si corre dietro ai documenti in cui i diplomatici fanno il riassunto della rassegna stampa, se si perde di vista la sostanza e ci si butta sulla paccottiglia, va a finire che l’intero Paese è ai materassi. Uno sopra e gli altri sotto. Il mondo ha atteso di sapere se dagli archivi della Segreteria di Stato statunitense fossero uscite solo riproduzioni di chiacchiericci o notizie precise su come si sono articolati affari altrimenti a tutti noti. Il netto prevalere dei primi non deve indurre a sottovalutare la portata di quel che è accaduto.

Davide Giacalone
Politico, giornalista e scrittore italiano

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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