L’era dell’homo cyber

La maggior parte delle norme relative ai crimini informatici è il frutto di abbozzi veloci e per nulla innovativi. Si è legiferato con riferimento a un qualcosa di troppo instabile e sfuggente utilizzando “la vecchia maniera”.

Da diversi anni mi occupo di cyber crime e diritto delle nuove tecnologie in qualità di avvocato e come presidente dell’associazione WorldWideCrime. Mi stupisco ancora quando, alla domanda “cos’è un computer?”, ottengo solo risposte che implicano ulteriori chiarimenti. Se ci provate, senza troppo indagare su quali parole possano essere utilizzate per sviscerare un simile misterioso oggetto, vi rendete conto di non riuscire a spiegare la parola computer senza utilizzare espressioni con tutt’altro significato. È un apparecchio, una macchina, un elaboratore, un calcolatore… Queste sono, in genere, le parole utilizzate. Lasciamoci soccorrere. Con il termine computer, mutuato dalla lingua inglese, si fa riferimento al calcolatore elettronico o a particolari categorie di calcolatori che, per le dimensioni ridotte, la discreta seppur limitata capacità elaborativa e il prezzo contenuto, sono adatti all’uso tecnico-scientifico o aziendale di studiosi, professionisti, uffici, piccole imprese (come il personal computer), o sono destinati alle famiglie (home computer) per la contabilità domestica e per servizi vari o a scopo ricreativo. La definizione appena riportata è dell’edizione del Vocabolario della Lingua Italiana Treccani del 1986. Appare chiaro come in quegli anni difficilmente si sarebbe potuto pensare al computer negli stessi termini dei tempi che stiamo vivendo. In quegli anni, il computer appariva come un’enorme calcolatrice, che ben poco avrebbe potuto fornire alle attività quotidiane di ogni singolo cittadino. Nessuno, o quasi, avrebbe mai immaginato che, dal 1986 a pochi anni, questo straordinario apparecchio avrebbe modificato radicalmente la vita di ciascuno di noi. Dalla stesura di questo articolo ai siti web, dalla cartella clinica digitale alla telemedicina, il computer è ormai radicato in maniera imprescindibile in tutte le attività lavorative e ricreative dell’essere umano. Persino il rivenditore di pneumatici al quale mi rivolgo non è più in grado di indicarmi quale modello si adatti meglio alla mia auto senza consultare il PC.

Le edizioni aggiornate dello stesso Vocabolario della Lingua Italiana Treccani riportano il significato di computer in questi termini: complesso di dispositivi in grado di effettuare operazioni matematiche e logiche su un insieme di informazioni, in modo da produrre altre informazioni, secondo le istruzioni di un programma che determina le regole di derivazione dei risultati a partire dai dati iniziali. La definizione aggiornata dello stesso Istituto è cambiata radicalmente, con nostro elevato stupore. Com’è possibile che il significato di una parola si modifichi quasi del tutto a distanza di pochi anni? Termini quali telefono, citofono, televisore, stampante, pur essendo riferiti a strumenti assoggettati all’evoluzione tecnologica – poiché di essa sono figli –, hanno conservato il significato attribuito all’epoca della loro creazione. Il computer si è invece evoluto parallelamente alla sua definizione. Una tale considerazione apre la mente a tutta una serie di conseguenze che, come cittadino e come professionista, non posso ignorare. La giurisprudenza si arricchisce di giorno in giorno di massime relative alla definizione di controversie e reati che coinvolgono le nuove tecnologie. Tuttavia, si assapora un certo imbarazzo quando, il più delle volte, ci si accorge che la soluzione del singolo caso viene ad essere ricercata nella sentenza di altro giudice oppure nell’articolo di qualche professionista. È una cosa naturale!, esclamerebbe ognuno di noi. Se solo pensiamo che in pochi anni la lingua italiana ha dovuto mutare la definizione relativa al computer, figuriamoci quali effetti si possono produrre sulle norme e sulla giurisprudenza. Ma non siamo in un Paese di Common Law!

Proviamo ad immaginare un soggetto il quale, dopo aver commesso un crimine informatico, venga poi assoggettato ad uno dei tipici processi penali all’italiana. Decine di rinvii, testimonianze assunte a distanza di anni e, per completare, perizie, contestazioni e dissertazioni di natura tecnica completamente oscure al giudicante di turno. La tecnologia si evolve, si sa, e l’Italiano deve starle dietro come di consueto… Ma la norma? In effetti, la maggior parte delle norme relative ai crimini informatici è il frutto di abbozzi veloci e per nulla innovativi. Si è legiferato con riferimento a un qualcosa di troppo instabile e sfuggente utilizzando “la vecchia maniera”. Basti pensare al reato di accesso abusivo a sistema informatico (art. 615 ter c.p.), il quale testualmente punisce chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico e al suo antenato di violazione di domicilio (art. 614 c.p.) che, invece, punisce chiunque si introduce nell’abitazione altrui… Riesco a immaginare i commenti che suscita una tale valutazione, ma è la realtà! Nel mondo digitale, non esiste una vera e propria intrusione, ma un’interrogazione dei sistemi. Quindi, in teoria, l’accesso abusivo non esiste, poiché un criminale informatico che preleva informazioni da un sistema non si introduce in alcun luogo. La discussione, tuttavia, non verte sulle parole (benché in diritto siano tutto), ma sul processo produttivo della norma in esame! Come ben sapete, per condurre un mezzo quale un motociclo, un motoscafo oppure un’autovettura, occorre, in Italia come nel resto del mondo, un brevetto, una patente o una speciale abilitazione.

Questo perché il cattivo utilizzo dei mezzi appena citati potrebbe provocare un reato, una condotta civilmente illecita oppure, al contrario, potrebbe causare danni al soggetto che li utilizza. Sono sicuro che nessuno degli utenti che acquista un PC si sia mai chiesto come mai, all’interno della confezione appena aperta, non siano stati allegati manuali di istruzione. Ma come, mi direte, i manuali ci sono, e spiegano anche bene come utilizzare il pacco batteria, come usufruire della garanzia, ecc. Io mi riferisco però ad altro genere di manuale. Un manuale che ponga l’utente al corrente delle conseguenze penali e civili che derivano dall’uso del computer, dei rischi che i bambini corrono ad essere lasciati dinanzi al PC collegato in rete a tutte le ore del giorno e della notte, del fatto che i dati personali sono sacri e che prima di fidarsi del primo sconosciuto incontrato in rete occorre accertarsi della sua identità! Insomma, un riassunto dei consigli che intere generazioni di genitori hanno fornito ai propri figli, solo riadattati ai tempi moderni. Si dice – e ritengo fermamente sia così – che l’anello debole della catena informatica e telematica sia l’uomo. Le macchine non sbagliano, eseguono alla lettera ciò che viene loro ordinato… dall’uomo! A tutto questo va ad aggiungersi il fatto che, nel ricambio generazionale, è andato perduto qualcosa di importante. Coloro i quali ci hanno preceduto, avendo vissuto i periodi peggiori della storia dell’uomo, hanno cercato di non farci rivivere quei momenti. Purtroppo, è accaduto che i giovani hanno sì ricevuto quanto ai loro genitori era stato negato, ma non hanno ricevuto quanto i loro genitori avevano invece avuto. Parlo di valori e consigli utili a convivere, non sopravvivere, nella società.

Con la smaterializzazione e deterritorializzazione dei documenti, dei beni e anche delle persone, l’informatica ha inesorabilmente dileguato anche la cognizione del mondo circostante, aggravando quanto appena detto. Dai numerosi studi effettuati con l’associazione World Wide Crime (www.worldwidecrime.it), è emerso un dato realmente allarmante: l’85% dei giovani utenti della rete, di età compresa tra i 15 e i 19 anni, ritiene internet una zona franca attraverso la quale poter far transitare ogni genere di file. Dai files tutelati dal diritto d’autore ai capi d’abbigliamento acquistati nei Paesi orientali e poi rivenduti in Italia, dalle minacce postate sulla bacheca del blog più in voga all’esibizione del proprio corpo in cambio di una ricarica telefonica. Il pensiero è: cosa faccio di male e tanto chi mi vede? I miei sono a letto e nella mia stanza faccio ciò che voglio, ci sono solo io e il mio PC. La nascita della nostra associazione si è ispirata proprio a questo. World Wide Web e World Wide Crime, non a caso. I criminali e le vittime si stanno uniformando a livello mondiale. Mentre anni addietro la notizia di un reato o la tecnica utilizzata venivano “importate” dopo alcuni mesi, se non addirittura anni, oggi le notizie ci appaiono in tempo reale ed attirano la curiosità degli utenti più giovani e dei malintenzionati. La conseguenza si legge nelle statistiche dei crimini informatici, che di anno in anno stanno lievitando. Il motivo è questo: i malviventi old style investono nell’innovazione, gli utenti comuni, non ritenendo illecita la condotta posta in essere in digitale, sono sempre più spinti a prelevare, diffondere, acquistare e vendere, ignorando gli effetti delle proprie azioni. I governi tentano affannosamente di adeguarsi e lo fanno male e a macchia di leopardo.

Nonostante i numerosi tentativi di uniformare le norme, di instaurare una maggior collaborazione tra le forze di polizia e di consentire indagini sempre più snelle, non riescono ad accordarsi. Forse perché impegnati in problemi di ben altra natura o forse perché neanche conoscono le potenzialità devastanti della rete. L’esempio più eclatante lo ha dato, come di consueto, l’Italia, quando ha ratificato la Convenzione sulla Criminalità informatica di Budapest del 2001 con legge del 2008! Per chiudere, vorrei riferire quanto accadutomi la scorsa settimana. Dinanzi ad un ATM per prelevare denaro, leggo: prelievo non disponibile. La medesima frase era riportata anche da altre postazioni. Decido di recarmi ugualmente in un ipermercato onde poter pagare direttamente con carta. Tuttavia, la commessa di turno mi conferma l’assenza di linea nell’apparato e, quindi, la conseguente impossibilità di effettuare acquisti. Di sera, dopo aver ormai rinunciato a preparare qualcosa in casa, mi reco con amici in pizzeria e, sorpresa, anche qui non è possibile pagare con carta. Sono sicuro che a ciascuno di voi sarà balzata la pressione a mille almeno una volta nella vita, quando il cassiere di turno vi avrà detto che la vostra carta non è funzionante! Forse dovremmo cominciare a ripensare le nostre vite, abitudini, azioni e… i nostri politici, anche alla luce di quanto appena detto e di quanto si verifica quotidianamente in Italia e nel mondo, sotto lo sguardo indifferente di tutti. Indifferente perché occupato a capire come mai quella dannata carta non funziona…
Forse, all’interno del portafogli, si sarà smagnetizzata?

Walter Paolicelli
Avvocato, Presidente World Wide Crime

 

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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