La fine della censura

Paolo Gentiloni

Il direttore del New York Times, Bill Keller, ha riconosciuto, sia pur con qualche ritrosia, che l’attività di WikiLeaks può sostanzialmente definirsi “giornalismo” ed ha affermato che ”i giornalisti dovrebbero provare un senso di forte allarme di fronte a qualsiasi azione che punti a perseguire Assange per un’attività che è propria di ogni giornalista”.

Solo tre mesi fa, il nome di Julian Assange non era certo noto a tutti. Il personaggio, tuttora misterioso e controverso, ha spesso polarizzato il dibattito in modo estremo: con Assange o contro? Trovo però più utile riflettere sulla portata complessiva del fenomeno WikiLeaks, il quale ha modificato gli equilibri delle diplomazie ed il ruolo della rete. Le riflessioni non riguardano un solo campo. Prima di tutto, dobbiamo interrogarci sul nuovo rapporto fra internet e trasparenza. Il web 2.0, con particolare riferimento all’affermazione dei social network, ha evidenziato come il concetto di privacy sia stato completamente scardinato e posto in discussione. Eppure, fino alla pubblicazione dei cablo, sembrava che il problema riguardasse solo i privati cittadini. WikiLeaks ha invece rivoluzionato anche la riservatezza dei governi e del potere. Il confine tra trasparenza e segreto di Stato non potrà più essere quello di una volta. L’amministrazione Obama ha investito, più di qualunque altra nella storia americana, sulla trasparenza e sulla condivisione delle informazioni attraverso il web ed i social media. Eppure, la reazione alla pubblicazione dei documenti ha dimostrato il suo timore nei confronti della libertà della rete, in precedenza tanto celebrata. L’approccio liberale proposto nel bellissimo discorso su Internet tenuto da Hillary Clinton al Newseum di Washington è stato ridimensionato. Al di fuori dell’aspetto politico, l’azione di WikiLeaks risulterà ancora più rilevante se riuscirà ad accendere i riflettori sul mondo finanziario, evidenziando i meccanismi economici che hanno scatenato la crisi mondiale. Un riferimento può essere considerato Rospil, un sito russo strutturato sul modello WikiLeaks: è guidato da Alexei Navalny, un avvocato che si è posto l’obiettivo di smascherare la rete di corruzione finanziaria attiva nei settori pubblico e privato in Russia. Un’altra riflessione riguarda il rapporto di WikiLeaks col giornalismo tradizionale e l’impatto provocato su di esso. I cabli sono stati pubblicati soprattutto da cinque grandi testate internazionali, The New York Times, Le Monde, El Pais, The Guardian e Der Spiegel. È grazie ad essi se WikiLeaks è riuscita anche a superare il blocco censorio esistente nella rete. Inoltre, i social media, la rete, quindi, hanno permesso una divulgazione immediata e simultanea. Ma il fenomeno ha sicuramente messo in crisi il sistema editoriale tradizionale. Alcuni giorni fa, il direttore del New York Times, Bill Keller, ha riconosciuto, sia pure con qualche ritrosia, che l’attività di WikiLeaks può sostanzialmente definirsi “giornalismo” ed ha affermato che ”I giornalisti dovrebbero provare un senso di forte allarme di fronte a qualsiasi azione che punti a perseguire Assange per un’attività che è propria di ogni giornalista”. Una dichiarazione del genere identifica WikiLeaks non solo quale fonte, ma addirittura come entità giornalistica e stimolo per il giornalismo d’inchiesta. L’impatto di WikiLeaks si riscontra anche nella nascita di siti cloni (Openleaks, Localeaks, ecc.), i quali, a differenza dell’originale, non controllano e centralizzano le informazioni ricevute. L’impatto è evidente anche nei nuovi progetti nati all’interno delle redazioni di alcuni grandi giornali ed alcune televisioni: al New York Times e ad Al Jazeera, per esempio, stanno nascendo uffici e servizi che consentono anche ad informatori anonimi l’invio di documenti. Da una parte, dunque, assistiamo ad un ridimensionamento della sfera della riservatezza, dall’altra, osserviamo un flusso di informazioni sempre meno filtrate. Una risposta censoria al fenomeno sarebbe inutile: Iran, Tunisia ed Egitto ci hanno mostrato come, nei Paesi privi di libertà e Democrazia, Internet rappresenti un’eccezionale spinta al cambiamento. Ma anche in Nazioni come l’Italia, dopo WikiLeaks, sarà molto difficile tollerare nelle istituzioni la mancanza di trasparenza e la carenza di risposte verso le esigenze di informazione dei cittadini. Nuovi equilibri nelle diplomazie, dunque, regole del giornalismo che cambiano, interrogativi sul rapporto fra riservatezza e rete. Al di là di ogni giudizio su Julian Assange e sui suoi metodi, è indubbio che WikiLeaks rappresenti un punto di non ritorno.

Paolo Gentiloni
Deputato, già Ministro delle Telecomunicazioni, Responsabile FORUM ICT PD

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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