Io, Julian Assange

Da quattro giorni rincorro Julian Assange, che mi risponde puntualmente ad ogni mail confermandomi un’intervista, ma glissa ogni volta su tempi e modi. Non so dove chiamarlo, mi ha chiesto i miei numeri e contatti: sto per andare a cena quando ricevo da Skype questo messaggio:

hi luca
this is iceland
can you respond?
“Iceland?”. È uno dei soliti spammers su Skype? E come fa a sapere come mi chiamo? E poi realizzo e mi ricordo i titoli “Iceland aims to become an offshore haven for journalists”: l’Islanda mira a diventare un rifugio sicuro per i giornalisti. Faccio due più due: è Assange. Rispondo, e mi appare in video la faccia da attore e la chioma platino inconfondibile.
Ciao, come va?

Bene, grazie. Dove sei?
Sono in Islanda.

Per quel progetto?
Sì. Su quattro tappe, siamo alla due.

Ovvero?
Ovvero c’è una proposta di legge firmata da 19 parlamentari perché l’Islanda accolga tutta una serie di misure protettive della libertà di stampa e informazione che le consentano di diventare un equivalente dei paradisi fiscali per il giornalismo investigativo. In Islanda il parlamento ospita 63 deputati, quindi parliamo di un terzo di loro. E ora una commissione sta esaminando la proposta.

Cosa succede se la proposta diventa legge?
Che l’Islanda creerà un precedente e un modello per gli altri Stati, soprattutto quelli che hanno regole più severe contro il giornalismo d’inchiesta e la libertà di informazione. In Inghilterra guardano con molta preoccupazione a questo progetto: la rigidità delle sue corti ha creato un fenomeno noto come il “turismo della querela”: da tutto il mondo si presentano cause contro i giornali in Inghilterra dove è più probabile vincerle. L’Inghilterra, ma anche la Francia, dove i conflitti sociali sono più aspri e i poteri economici più forti, hanno più interesse a limitare la libertà di stampa. In Islanda, soprattutto dopo il crack economico, c’è invece una grande attenzione verso una maggiore trasparenza.

WikiLeaks come è coinvolta?
Stiamo collaborando con i promotori della legge, condividendo la nostra esperienza di perseguitati da cause e tribunali. Alla fine dell’anno scorso WikiLeaks ha sospeso le operazioni ed è entrata in sciopero… No, non siamo mai stati in sciopero… Sono parole tue, le ho lette in un’intervista. Ok, abbiamo cercato di promuovere uno sciopero interno, diciamo. I costi per far funzionare WikiLeaks sono diventati insostenibili e abbiamo spinto i volontari che ci lavorano a concentrarsi solo sulla raccolta di fondi.

E a che punto siete? Il sito mi pare a mezzo servizio.
Siamo a metà strada nella raccolta dei contributi che avevamo stabilito (600.000 dollari, ndr), oltre metà strada: stiamo lavorando per rimettere tutto in piedi.

Adesso cosa funziona?
Abbiamo ripreso a pubblicare dei documenti e lavoriamo costantemente sulla protezione dei nostri server, dei nostri archivi e della sicurezza delle fonti. Abbiamo molti documenti che costituiranno le cose più importanti che abbiamo mai pubblicato. Video, database, elenchi.

Puoi dire che tornerete a pieno regime in qualche mese?
Stiamo già ripristinando diverse cose, torneremo gradualmente a pieno regime: questione di settimane.

Sei soddisfatto di come ha funzionato WikiLeaks in questi anni?
Il suo successo me lo aspettavo. Ma sul rapporto con i media tradizionali sono ancora insoddisfatto. Non riescono a pubblicare tutto quello che forniamo: solo i media tradizionali hanno il tempo e i soldi per coprire i costi di tutte le verifiche e la competenza per comprendere i documenti e le storie. Non è una cosa che possa fare “internet” o le persone normali. Ma i grandi media hanno sempre paura di non essere abbastanza presenti sull’attualità: ci dedicano spazio solo nel momento in cui facciamo notizia. Possiamo diventare notizia grazie al pubblico, ai cittadini. Che però, spesso, non hanno le capacità né le motivazioni per capire la notizia e possono “ammazzarla”.

Da qui la soluzione delle esclusive?
Il sistema dei media genera dei paradossi. Più materiale c’è, più è diffuso e più è difficile che trovi spazio sui giornali: meno una cosa circola e più è facile che i giornali la pubblichino. Quindi trattiamo con alcuni di loro delle esclusive.

Ma diffidi dei dilettanti perché non hanno le capacità giornalistiche necessarie o perché non sono in grado di promuovere le notizie abbastanza?
Dobbiamo stare attenti. Se scrivono delle tue cose i dilettanti, ci sono più rischi che non le capiscano, le divulghino male e chi è citato faccia causa o protesti. Su questo non ho dubbi: il giornalismo investigativo è roba da professionisti, solo loro possono venire a capo delle enormi quantità di documenti che mettiamo a disposizione.

Però, scusami: WikiLeaks vuole smontare i meccanismi perversi dei poteri politici ed economici, attaccandone la segretezza. E però con i meccanismi perversi dell’informazione sceglie invece di venire a patti. Non c’è una contraddizione?
Ok. Non mi faccio illusioni sui media: la maggior parte della stampa è spazzatura e andrebbe riformata. E l’unica via per riformarla forse sarebbe distruggerla. Però noi non le vendiamo l’anima, come sostieni tu. Le nostre esclusive sono a tempo, ed è una strada che vorremmo non scegliere. Ma la nostra lealtà prioritaria è nei confronti della verità e delle nostre fonti a cui dobbiamo ogni sforzo per divulgare ciò che ci hanno affidato.

Cambierà qual…
E comunque siamo contenti di collaborare con i bravi giornalisti.

Cambierà qualcosa nel funzionamento di WikiLeaks?
Avremo un sistema nuovo di pubblicazione.

Solo tecnologia, o anche nuovi criteri?
Soprattutto una cosa interna: prima l’accesso era uguale per tutti su ogni tipo di documento, dai verbali del liceo agli scoop giornalistici. Ora stiamo creando delle gerarchie di accesso.

Tornerà on-line anche la possibilità di commentare i documenti?
Stiamo lavorando ad un sistema di commenti nuovo, ma siamo ancora indietro. Abbiamo capito che un sistema alla Wikipedia – un wikisistema di commenti – è un’idea pessima: arriva sempre qualcuno che non capisce niente, o scrive cose che non c’entrano. Una bella tecnologia, accessibile, ma sbagliata per noi. La riformeremo.

WikiLeaks ti impegna al 100%?
Salvo scrivere degli articoli, sì.

Osservi cautele personali particolari?
Nei Paesi occidentali non ho preoccupazioni sulla mia vita. In Kenya c’è stato un raid nel mio ufficio, e gente che è stata uccisa in relazione alla storia sulla corruzione dell’ex presidente. In Occidente mi spiano di certo, ma non temo per la mia vita. Quando non fornisco il mio numero, è per cautele di segretezza e per proteggere le nostre fonti.

Sei soddisfatto di quello che avete fatto?
Sì. Ma avremo completato la nostra missione solo quando ogni tecnico informatico, ogni bambino dell’asilo, ogni burocrate di un ministero saprà di poter pubblicare quello che vuole senza correre rischi.

Ma la vostra battaglia è contro la segretezza in sé o contro le sue corruzioni?
Il nostro obiettivo è combattere le ingiustizie. Io non sono contro la segretezza in sé, ma succede sempre, prima o poi, che la segretezza corrompa. Che ci siano persone con molto potere non è di per sé pericoloso: il pericolo è che ci sia segretezza nelle cose che fanno con quel potere e che questa segretezza incentivi a fare cose sbagliate. C’è un limite nel grado di civiltà che una società può avere, ma l’antidoto è una maggiore trasparenza sui documenti storici che raccontano come funziona questa società.

Ci vediamo a Perugia?
Senz’altro. E seguite l’Islanda. Seguite l’Islanda. E ******* Berlusconi!

Per gentile concessione della rivista WIRED

Luca Sofri
Giornalista, conduttore radiofonico italiano

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Massimiliano Fanni Canelles

Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles 

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