Rapporti tra Cina e Tibet

Nel corso di una recente visita in Italia, Sua Santità ha pronunciato parole di grande valore storico: “Io, Tibetano, orientale, devo pensare al benessere di tutti i sei miliardi di esseri umani. Non solo il popolo del Tibet, ma anche molti altri popoli stanno lottando per i loro diritti. La loro pace e prosperità sono anche le mie.

Era una mattina gelida, quella del 10 Dicembre 2007. Per una fortunata circostanza, insieme ad un ristretto gruppo di persone straordinarie, mi trovavo a Ronchi dei Legionari sulla pista di atterraggio in attesa dell’arrivo di Sua Santità Tenzin Gyasto, il XIV Dalai Lama, leader tibetano dal 1959, che vive in esilio in India. Il sole sorto da poco annunciava intense emozioni che correvano e crescevano durante la lunga attesa alimentata da immaginazione e curiosità. Quando l’aereo atterrò, emerse immediatamente un’energia magnifica. La sintonia con il Grande Pensiero animò tutti di gioia e serenità. Oltre all’onore dell’accoglienza, immenso é stato il piacere di recargli il messaggio di condivisione per la pace e la tolleranza. La consapevolezza del “non sé“ ci apre la mente e ci avvicina ad ogni persona e realtà diversa da noi. In seguito, abbiamo seguito tutto il programma dei Suoi incontri ed insegnamenti compiuti nella Regione Friuli Venezia Giulia. Ripercorrendo le varie tappe della storia, leggiamo che molti anni prima dell’era cristiana, un’antica popolazione cominciò ad organizzarsi stabilmente sull’Altopiano del Qinghai-Tibet, nella Cina sud-occidentale.

Con il passare degli anni, le varie tribù sparse sul territorio gradualmente si unirono, e si diedero delle regole di vita formando una Nazione oggi conosciuta come Tibet. Dopo un susseguirsi di guerre, all’epoca della dinastia Yuan (1300 circa) il regno della Cina, già allora multietnico, si unificò ed il Tibet vi entrò a far parte organicamente, come unità amministrativa sotto il controllo del governo centrale. Da allora, i Tibetani, assieme agli altri gruppi etnici soggetti alla stessa autorità, assistettero all’ascesa ed alla caduta delle varie dinastie che si susseguirono ed ai cambiamenti che contrassegnarono la storia della Cina. Varie furono le dinastie che, dall’inizio del VII secolo fino all’avvento della Repubblica successiva alla rivoluzione del 1911, regnarono ed amministrarono anche quella parte del territorio. Dopo il regno Tubo, ci fu la dinastia Yuan, poi quella Ming, quella Qing, l’avvento della Repubblica, la riforma democratica del 1959 ed infine l’istituzione della regione autonoma del Tibet nel 1965. Nel 1950, la Repubblica Popolare Cinese invase il Tibet.

L’invasione e l’occupazione del Tibet costituirono un inequivocabile atto di aggressione e violazione della legge internazionale. Il 17 novembre 1950, appena sedicenne, Sua Santità Tenzin Gyatso assunse i poteri spirituali e temporali di Capo dello Stato quale XIV Dalai Lama. Governò per poco, dato che il Paese era sotto occupazione cinese dall’ottobre dello stesso anno. Il 23 maggio 1951 firmò l’Accordo dei 17 Punti “Trattato di liberazione pacifica”. Molti furono i tentativi di negoziato con Pechino per una pacifica convivenza con i Cinesi, ma le mire colonialiste della Cina diventarono sempre più evidenti. La sistematica politica di sinizzazione e sottomissione del popolo tibetano segnò l’inizio della repressione cinese, cui si contrappose l’insorgere della resistenza popolare. Il 10 marzo 1959, il risentimento dei Tibetani sfociò in un’aperta rivolta nazionale. L’Esercito di Liberazione Popolare stroncò l’insurrezione con estrema brutalità, uccidendo centinaia di migliaia di civili.

Il Dalai Lama, con un seguito di120.000 Tibetani, fuggì ed andò in confino in India, dove costituì un governo tibetano in esilio fondato su principi democratici. La sede definitiva, decisa nel maggio del 1960, é Dharamsala. Attualmente, il numero dei rifugiati supera le 135.000 unità e l’afflusso dei profughi che lasciano la Cina per sfuggire alle persecuzioni non conosce sosta. Nel 1987 il Dalai Lama aveva elaborato un Piano di Pace in Cinque Punti in cui chiedeva la trasformazione del Tibet in una zona demilitarizzata, la fine della politica di trasferimento della popolazione cinese, il rispetto dei diritti umani, la protezione dell’ecosistema tibetano e l’avvio di serie trattative tra Pechino e Dharamsala. Nessuno di questi Punti é stato preso in considerazione dalle autorità cinesi, che continuano ad inviare coloni nel Tibet con l’intento di insediare una popolazione cinese più numerosa di quella tibetana. La Cina impedisce l’insegnamento del Tibetano nelle scuole, non rispetta i diritti umani, pratica la sterilizzazione e gli aborti forzati alle donne tibetane. La politica di discriminazione attuata dalle autorità cinesi ha emarginato la popolazione tibetana in tutti i settori, da quello scolastico a quello religioso e professionale. Il 14 e 15 marzo 2008, quarantanovesimo anniversario della fallita rivolta tibetana contro il dominio cinese, la folla, a Lhasa, si è ribellata. Dopo le violenze attuate su alcuni monaci buddisti da parte della forze di polizia, i rivoltosi hanno distrutto le attività commerciali appartenenti a Cinesi. Le forze di sicurezza cinesi, timorose di un disastro nel campo delle relazioni internazionali proprio alla vigilia dei giochi olimpici, si sono mosse con cautela nel porre fine ai disordini, isolando il quartiere tibetano dal resto della città. Questi sono stati i disordini più gravi verificatisi in Tibet in cinquant’anni.

Deng Xiaoping, dal momento della sua ascesa al potere, ha con abilità riunito l’orgoglio cinese e la rabbia per la sua umiliazione durante i secoli passati, ricercando il miglioramento delle condizioni materiali della popolazione. La dirigenza comunista di Pechino è andata oltre gli slogan e ha elaborato un programma di politica estera molto preciso. La Cina, che nel XIX secolo e inizio del XX era il giocattolo fragile e diviso delle potenze occidentali, deve ora essere unificata sotto la vigorosa forza centralizzatrice del partito comunista di Pechino. In particolare, le sue province periferiche, come Tibet, Xinjiang, Macao, Hong Kong e, da ultima, Taiwan, devono essere poste in sicurezza. Questa è la grande, divorante, missione della politica cinese. Qualunque iniziativa “separatista“, diretta all’indebolimento del controllo centrale, deve essere affrontata con durezza, se si vuole evitare la terribile lezione appresa nel XIX secolo. La rivolta tibetana, dal punto di vista cinese, è giunta proprio quando la Cina, con i giochi olimpici, stava per esordire come grande potenza, quando il mondo è tornato a prendere finalmente sul serio questo grande Paese! In un momento così importante, la rivolta tibetana, che va a colpire nel profondo la stessa logica su cui si basa la gestione del potere da parte del partito di governo, è stata considerata dalla dirigenza cinese un pugnale puntato direttamente al cuore. Nel 1959, nel 1961 e nel 1965, l’ONU emanò 3 risoluzioni in cui dichiarava il Tibet “uno Stato unito, libero ed indipendente“. Tuttavia, non ci fu nessuna risposta da Pechino ed il Tibet continua ad essere una Nazione libera sotto dominazione straniera. Sebbene nessun Paese al mondo abbia finora riconosciuto il governo tibetano in esilio del quattordicesimo Dalai Lama, questi gode di una statura di leader a livello mondiale. Il Dalai Lama è diventato l’incarnazione della lotta del suo popolo, e la sua sola presenza mantiene vivo agli occhi del mondo il problema del Tibet. Limitandosi saggiamente a chiedere per il suo Paese solo l’autonomia e non l’indipendenza vera e propria, rimarcando la natura assolutamente non violenta della sua azione, ha saputo conservare l’opinione mondiale saldamente dalla sua parte.

Certamente, non si tratta di un leader comune, ma di una figura profondamente rappresentativa di idee, principi, valori di libertà e di indipendenza. I Cinesi sono perfettamente coscienti di doversi confrontare con una Grande Persona e si possono spiegare solo in questo modo le loro recenti, feroci, denunce sul suo operato a livello mondiale. Con il trascorrere del tempo, la dirigenza cinese ha elaborato una strategia dura che sembra efficace nei confronti del Dalai Lama e del Tibet. I Cinesi stanno logorando l’avversario con il tempo! È evidente che il Partito sta lavorando per preparare il successore di Sua Santità, eleggendo un candidato a loro favorevole e più arrendevole. Se ciò dovesse avvenire, è certo che il prossimo Dalai Lama sarà sprovvisto dell’autorità morale di cui gode il leader attuale. Con una seconda misura in corso di realizzazione, il governo sta già attuando iniziative a lungo termine per cambiare la composizione etnica del territorio. I Cinesi di etnia Han costituiscono oltre il 90% della popolazione cinese e sono il pilastro dell’attuale regime. Gli Han si stanno trasferendo in Tibet in numero sempre maggiore, da quando è stato completata, nel 2006, la ferrovia più alta del mondo (sale 5.072 metri s.l.m.) che unisce Lhasa al resto della Cina. Questa strategia ha comunque già suscitato una dura reazione del Dalai Lama, il quale è giunto a parlare di “genocidio culturale“ in atto nel suo Paese. C’è, infine, il vertiginoso progresso economico del Drago, la cui recente ricchezza non è stata redistribuita nel Tibet in modo equo. Ne hanno infatti beneficiato maggiormente gli Han rispetto ai Tibetani. Ciò potrebbe causare futuri disordini ed è alla base delle attuali tensioni.

Nel corso degli anni, il problema tibetano è stato oggetto di una crescente attenzione da parte della comunità internazionale. Il 10 dicembre 1989 venne conferito a Tenzin Gyatso, il XIV Dalai Lama, un prestigioso riconoscimento: il Premio Nobel per la Pace. Nel corso di una recente visita in Italia, Sua Santità ha pronunciato parole di grande valore storico: “Io, Tibetano, orientale, devo pensare al benessere di tutti i sei miliardi di esseri umani. Non solo il popolo del Tibet, ma anche molti altri popoli stanno lottando per i loro diritti. La loro pace e prosperità sono anche le mie. C’è una profonda interconnessione di tutto con tutto. Ciò che manca oggi è il senso della responsabilità globale“.

Federica Albini
Product Specialist in Medical Diagnostics for Human Reproduction at Origio Italia S.p.A.

Le religioni

 

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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