Il disarmo culturale

Non si può “fare” la pace, ma si deve “essere” in pace. Gandhi sosteneva che fosse necessario essere interiormente liberi per riconquistare la propria dignità e ottenere, come diretta conseguenza, anche la libertà politica. Poneva a fondamento della propria azione valori quali la verità e l’innocenza, che amò definire “antichi come le montagne”.

Sono profondamente convinto del fatto che il dialogo interculturale e interreligioso si possa svolgere nel modo migliore se si prescinde da una visione storica dei diversi fenomeni religiosi che esistono sul nostro pianeta e si imposta il discorso in modo “tematico”, orientandolo cioè all’analisi dei grandi valori annunciati in tutti i contesti culturali, seppure con dei “punti di vista” (un Indiano direbbe: darshana) diversi. In secondo luogo, occorre che l’enunciazione dei singoli punti di vista si basi scrupolosamente sulle fonti, esaminate con l’oggettività del metodo storico-critico da esperti delle diverse aree culturali: grazie all’opera di molti studiosi universitari, oggi esistono ottime traduzioni italiane delle fonti principali delle religioni dell’India, sulle quali è opportuno basarsi evitando ogni facile banalizzazione, spesso molto diffusa fra la gente. Il terzo punto, infatti, riguarda proprio la reciproca e seria conoscenza della cultura e delle ragioni dell’altro e richiede la capacità di porsi dal punto di vista dell’interlocutore. Il tema che mi sono proposto di affrontare in questo breve scritto, senza alcuna pretesa di esaurirlo, è quello della pace, perché si tratta di un valore fortemente sentito nel nostro mondo contemporaneo. Il primo passo consiste nel domandarci che cosa s’intenda con tale parola in una prospettiva interculturale.

Nel contesto della religione tradizionale dell’India – il cosiddetto ‘Induismo’ – l’attenzione a questo tema appare evidente al solo ascolto della recitazione o del canto dei testi sacri, che sempre si conclude con la triplice invocazione della parola “pace” (shanti) preceduta dalla mistica sillaba OM (paragonabile al nostro amen), evocatrice della totalità del reale (OM shantih shantih shantih). Le fonti della rivelazione vedica e della tradizione religiosa brahmanica non hanno solo conferito un grande risalto al valore della pace, ma l’hanno chiaramente intesa come pace dello spirito, un valore interiore da conseguire al termine di un lungo cammino spirituale. Dal canto loro, i monaci jaina, così chiamati perché seguaci di Vardhamâna Mahâvîra detto il Jina (vittorioso), fondatore del loro movimento riformista, hanno coltivato specialmente l’innocenza (ahimsâ), una virtù fondante del comportamento umano, fino a giungere al sacrificio totale di sé per non recar danno ad alcun essere vivente. I seguaci del monachesimo buddhista, di poco più recente del jainismo, hanno fatto della compassione (karunâ) e della benevolenza (maitrî), intesa come atteggiamento pregiudizialmente amichevole verso tutte le creature, un’autentica icona di riferimento (si pensi all’iconografia del bodhisattva Avalokiteshvara, “il Signore che guarda compassionevolmente verso il basso”). Molto semplicemente, quindi, le religioni dell’India sembrano volerci comunicare che la pace, di cui oggi il mondo ha tanto bisogno, non è una situazione internazionale di non belligeranza, ma è un valore che ciascuno deve coltivare nella propria coscienza per creare davvero un mondo di pace. Non si può “fare” la pace, ma si deve “essere” in pace. Gandhi sosteneva che fosse necessario essere interiormente liberi per riconquistare la propria dignità e ottenere, come diretta conseguenza, anche la libertà politica. Poneva a fondamento della propria azione valori quali la verità e l’innocenza, che amò definire “antichi come le montagne”.

Nella visione spirituale della Bhagavadgîtâ, paragonabile, per certi versi, ai Vangeli cristiani, il mistero del supremo incontro con la Persona divina si configura come un’esperienza di pace (si vedano i passi 5, 29; 6, 7-15; 18, 62) e, anche sulla base di altre fonti molto importanti, dalle Upanishad agli Yogasûtra e oltre, potremmo dire, in generale, che la cultura dell’India ha individuato proprio nella pace il punto d’arrivo di ogni percorso mistico. Se dal punto di vista dell’India passiamo a quello della cultura europea, la cui base è greco-romano-cristiana, possiamo notare che il saluto che più frequentemente ricorre nei Vangeli è proprio quello della pace: essa vi è quindi intesa come un dono che, come conferma la prima lettera di Giovanni (4, 18), è un dono d’amore e porta con sé l’assenza di paura. Non diversamente, sotto i cieli dell’India si usa definire l’innocenza (una traduzione di ahimsâ che preferisco di gran lunga a quella di “non-violenza”) come “dono dell’assenza di paura” (abhayadâna). Inoltre, nel Nuovo Testamento, Gesù di Nazaret non solo porta o dona la pace, ma, come la figura di Krishna, il supremo Signore della Bhagavadgîtâ, “è” la nostra pace (Ipse enim est pax nostra, Lettera di San Paolo agli Efesini 2, 14). Ho fatto solo pochi cenni ad un possibile confronto intorno ad una tematica che non può non coinvolgere tutti gli uomini. Essi mi consentono, tuttavia, di ribadire la necessità che tale confronto avvenga proprio sui valori, lasciando da parte le vicende storiche che hanno influenzato le diverse culture: in esse si possono infatti trovare – e si trovano di fatto – molte ragioni apparentemente giustificative di possibili azioni violente: volenti o nolenti, dobbiamo quindi cominciare col costruire un’umanità più consapevole, operando con pazienza su ogni singola persona affinché le comunità, composte finalmente di persone “nuove”, diventino portatrici di un messaggio diverso e in qualche modo rivoluzionario. Non a caso, Raimon Panikkar, nell’ultimo capitolo del suo libro Pace e Interculturalità.

Una riflessione filosofica (Milano 2002) sostiene la necessità di un “disarmo culturale” (pp. 130 ss). Mi trovo totalmente d’accordo con questo insigne pensatore del secolo scorso, icona egli stesso dell’interculturalità (in quanto prete cattolico, figlio di padre indiano e madre catalana), quand’egli afferma che, se è vero che è difficile per ogni uomo vivere senza pace esterna, è addirittura impossibile per ciascuno vivere senza pace interna. Risulta arduo negare che le società umane sentano un forte bisogno di rinnovamento anzitutto interiore, un bisogno di pace vera; e se educare alla pace è compito specifico delle religioni, occorre realizzare un recupero dei valori autentici e fondanti delle religioni. Occorre, in altre parole, una sorta di “conversione”, non nel senso comunemente inteso e banalizzante della parola (da una religione a un’altra), bensì nel senso più autentico di trasformazione del proprio modo di essere attraverso un percorso che conduca dall’esteriorità all’interiorità, dalla futilità e vacuità del mondo delle cose fruibili ad una consapevolezza più profonda della realtà. Va promosso un positivo rinnovamento di sé a favore di un numero sempre maggiore di persone affinché quella che Erasmo ebbe a definire “l’essenza della nostra religione”, la pax et humanitas, possa diventare anche l’essenza stessa della comunità umana.

Stefano Piano
Professore Ordinario fuori ruolo di Indologia all’Università di Torino

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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