Ambaradan: la memoria corta dell’Occidente

I conflitti interetnici ed interreligiosi sono un altro dei lasciti indesiderati del colonialismo. Nazionalismo e colonialismo hanno provocato la perdita di quella mentalità pluralista sinonimo di stabilità politica durante larghi tratti della storia dell’umanità.

Sul dizionario Zingarelli si ritrova la parola Ambaradàn. É un sostantivo maschile invariabile, senza plurale, che ha assunto il significato di “grande confusione”, “gran pasticcio”. A Roma, a Genova, a Mestre e a Padova ci sono strade che portano quel nome e in Piemonte persino una casa editrice ha scelto di chiamarsi in quel modo. Anche un’antica filastrocca di origine latina, ambarabà ciccì coccò, diventa, talvolta, nella bocca dei bambini, ambaraban o ambaradan ciccì coccò. Insomma, si tratta di un termine giocoso, un pò infantile, un pò esotico e un pò formula magica. Quasi nessuno sa, però, che quella divertente parola si riferisce ad uno degli episodi più sanguinosi e spietati della guerra coloniale italiana. Uno di quelli per cui non dovremmo mai smettere di ricordare. Uno di quelli per cui non dovremmo mai smettere di vergognarci. Dovremmo ricordare, infatti, che, all’inizio degli anni ’30, l’espansione coloniale era uno dei temi fissi nell’agenda del governo italiano. Dopo la Libia e la Somalia, non restava molto da conquistare. Le Nazioni occidentali avevano già portato a compimento un programma coloniale arrivato a toccare l’85% delle terre emerse. In pratica, il mondo intero. All’inizio del XX secolo, in tutta l’Africa, erano indipendenti solo Etiopia e Liberia. Tra le due, l’Etiopia sembrava essere quella meno difesa e quella più alla portata dei nostri appetiti e apparati militari. Permetteva, inoltre, di unire Eritrea e Somalia, già in mano italiana.

In Africa venne schierato un imponente esercito, composto forse addirittura da 500.000 uomini. In meno di sette mesi venne completata l’occupazione del Paese. Il 9 maggio 1936 venne finalmente proclamato l’Impero italiano. Come è recentemente avvenuto in Iraq, la guerra in Etiopia continuò ancora per anni. L’episodio dell’Amba Aradam risale all’aprile del 1939 ed è venuto alla luce solo di recente. I fatti sono questi. Un gruppo di ribelli, o “partigiani”, a seconda dei punti di vista, venne intercettato dall’aviazione italiana. Non era un vero e proprio contingente militare, ma un convoglio di vettovaglie, vecchi, donne e bambini. Si trattava dei familiari dei combattenti. Alla vista degli aerei, costoro si rifugiarono nelle grotte. Il luogo era impervio, difficile da conquistare. Gli Italiani decisero allora di usare l’irpite, un agente chimico messo al bando dalla Convenzione di Ginevra del 1925, dopo che erano emersi gli effetti devastanti verificatisi nel corso della I^ Guerra Mondiale. Va detto che non solo l’Italia, ma anche molti altri Paesi occidentali continuarono ad utilizzarla. Chimicamente, si tratta di tioetere del cloroetano, un liquido di colore bruno-giallognolo dal caratteristico odore di aglio o senape, il quale, vaporizzato nell’aria, penetra sotto la cute anche attraverso tessuti impermeabili all’acqua. Concentrazioni di 0,15 mg per litro d’aria risultano letali in circa dieci minuti. Concentrazioni minori producono lesioni gravi, dolorose e di difficile guarigione, con azione lenta (da quattro ad otto ore) ed insidiosa, poiché non presenta dolorabilità al contatto. Gli Etiopi vennero irrorati di iprite. Coloro i quali sopravvissero, si arresero e vennero fucilati sul posto. Chi fuggì all’interno delle grotte venne inseguito con i lanciafiamme. Visto che qualcuno poteva essere sfuggito al rastrellamento, le grotte vennero sigillate con l’esplosivo. L’Amba Aradam divenne un’enorme bara. Episodi analoghi avvennero in tutti i Paesi colonizzati.

Francia e Inghilterra non sono state migliori dell’Italia. Ciò su cui vorremmo proporre una riflessione è l’ondata di profondo risentimento maturato nelle Nazioni sottoposte a colonialismo, destinato a durare nel tempo. L’opposizione all’Occidente, su cui fanno agevolmente leva i più moderni movimenti fondamentalisti, ha un antefatto che non può essere trascurato, né dimenticato. Nei Paesi dell’Africa settentrionale, l’azione coloniale assunse una forte connotazione anti-islamica. D’altra parte, la guerra all’Islam era stata teorizzata già nel corso del XIX secolo da Ernest Renan (1823-92), l’ideologo dell’orientalismo militante. Le sue caratteristiche erano state tracciate nel discorso pronunciato il 21 febbraio 1862, in occasione dell’apertura dei corsi di lingua ebraica, caldaica e siriaca nel Collége de France. A tutt’oggi, la condizione essenziale perché la civilizzazione europea si diffonda è la distruzione della realtà semitica per eccellenza, la distruzione del potere teocratico dell’Islamismo. Conseguentemente, la distruzione dell’Islamismo. Questa è la guerra eterna, quella che non cesserà mai se non quando l’ultimo figlio di Ismaele sarà morto di miseria o sarà stato relegato dal terrore in fondo al deserto. L’Islam è la più completa negazione dell’Europa. È il disprezzo della scienza, la soppressione della società civile. La spaventosa semplicità dello spirito semitico restringe il cervello umano, lo chiude ad ogni idea delicata, ad ogni sentimento gentile, ad ogni ricerca razionale per metterlo di fronte all’eterna tautologia: Dio è Dio. L’occupazione dei Paesi islamici venne condotta con ferocia. In Somalia, il 26 ottobre 1926, Ali Muhammad Nur, un capo religioso ostile agli Italiani, era sfuggito all’arresto e si era barricato in una moschea a Merca, un porto distante circa 70 chilometri da Mogadiscio. Un gruppo di ex squadristi attaccò la moschea con armi automatiche, sterminandone tutti gli occupanti, almeno un centinaio di Somali. Non molto diversa fu l’occupazione della Libia, che richiese circa 17 anni di guerra, fino al 1932, e la deportazione di circa metà della popolazione della Cirenaica. Ancora nel 1931, nei campi di concentramento italiani, erano detenuti quasi 100.000 Libici, con una mortalità che sfiorava il 40%. In totale, tra vittime di bombardamenti, fucilazioni di massa e decessi nei campi di detenzione, secondo lo storico italiano Angelo Del Boca, la Cirenaica perse più del 30% della popolazione.

Nel Nord Africa, la dominazione francese è stata la più lunga. Il 5 luglio 1830, venne posta una croce sulla grande moschea Ketchaoua di Algeri, trasformata così in cattedrale. La croce rimarrà per 132 anni, simbolo di un colonialismo brutale, che avrebbe causato un numero imprecisato di vittime, forse molte centinaia di migliaia. Durante questo periodo fu tentata anche la conversione di massa, attraverso la creazione di ordini religiosi che avrebbero dovuto dedicarsi all’evangelizzazione dei Musulmani, come i Missionari d’Africa o Padri Bianchi. A differenza di alcuni Paesi asiatici, però, il Nord Africa si è dimostrato del tutto refrattario al Cristianesimo, anche perché i Musulmani credevano già in Gesù e lo aspettavano come Messia alla fine dei tempi. Ciononostante, ancora oggi, in Paesi quali il Marocco, si registra la presenza di centinaia di missionari, cattolici e protestanti, pur se la popolazione indigena cristiana non raggiunge i mille fedeli. Una ricercatrice italiana, Lucia Ceci, ha raccolto un’interessante documentazione sull’attività dei missionari nelle colonie italiane. I conflitti interetnici ed interreligiosi sono un altro dei lasciti indesiderati del colonialismo. Le Nazioni coloniali, infatti, per realizzare il controllo di vastissime regioni, mettevano spesso in pratica il principio del divide et impera. Gli inglesi, soprattutto, lo utilizzavano su vasta scala e con esiti spesso drammatici. Risale al 1905 il primo tentativo di dividere l’immenso continente indiano su base confessionale, separando il Bengala orientale da quello occidentale. Fino a quel momento, Indù e Musulmani avevano convissuto in piena armonia, unendosi anche contro gli Inglesi per cercare di alleviare la durezza del giogo coloniale.

Nel 1946, gli Europei proposero un nuovo scenario, il cosiddetto piano Mountbatten, che prevedeva la divisione dell’India in due regioni, a seconda della componente musulmana o indù. Il 15 agosto 1947, l’India raggiunse l’indipendenza e quello stesso giorno si smembrò in due parti, che entrarono immediatamente in guerra tra loro. Fu un esodo di proporzioni immani, che coinvolse più di 17 milioni di persone e che determinò almeno 500.000 vittime. Gandhi si ritirò a Calcutta a piangere in solitudine lo scempio del suo Paese. In un volume di imminente uscita, “L’altro Islam” (Rubettino editore), scritto assieme a Karim Mezran, analizziamo come nazionalismo e colonialismo abbiamo provocato la perdita di quella mentalità pluralista sinonimo di stabilità politica durante larghi tratti della storia dell’umanità. Il recente massacro di Alessandria d’Egitto ha profondamente turbato le coscienze di tutti. Tuttavia, sarebbe un errore pensare che il conflitto rappresenti un elemento caratteristico delle religioni. Islam significa “pacificare”, così come lo stesso significato fa pienamente parte del Cristianesimo e dell’Ebraismo. Sono i governi ed i movimenti politico-religiosi che dovrebbero abbandonare del tutto l’antica politica nazionalista e colonialista, evitando di strumentalizzare popoli e religioni al solo scopo di creare consenso o seminare terrore. Perché consenso “bulgaro” e terrore sono entrambi facce della stessa medaglia.

Ahmad Gianpiero Vincenzo
Professore di Discipline Sociologiche presso l’Accademia
delle Belle Arti di Catania
;
Presidente degli Intellettuali Musulmani Italiani

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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