L’abolizione della vendetta

L’applicazione della pena di morte, oltre che togliere la vita a tanti esseri umani, altro non fa che sminuire l’umanità intera ed alimentare odio e sofferenza, come un circolo vizioso che non si riesce a fermare. A meno che non si plachi l’ira.

La pena di morte sembra, ai più, qualcosa di molto lontano, qualcosa che non ci riguarda. Se domandi a qualcuno “Ma tu sei favorevole o contrario alla pena capitale?”, spesso non sa come rispondere, o si limita a dire: “Che importanza ha, visto che da noi la pena di morte non c’è?”. Eppure, a me pare incontestabile che la pena capitale, ovunque e comunque applicata, debba riguardare noi tutti, semplicemente in quanto membri della famiglia umana. Dopo tutto, si tratta della più grave violazione dei diritti umani, la violazione del diritto alla vita, un diritto inalienabile che ogni essere umano possiede per il semplice fatto di essere nato. Come possiamo restare indifferenti di fronte a migliaia e migliaia di uccisioni perpetrate dallo Stato in nome di una giustizia che tale non è? Certo, dal punto di vista quantitativo, alcune migliaia di persone giustiziate ogni anno potrebbero non rappresentare un grave problema, se paragonate, ad esempio, agli 800 milioni di persone che nel mondo soffrono di fame, sete o malnutrizione.

Come non dare atto di questo a chi ci accusa di trattare un “falso” problema? Infatti, il vero problema, o meglio, l’orrore, sta nella barbarie in sé stessa, l’omicidio di Stato, il diritto che alcuni governi del mondo si arrogano: uccidere, dopo processi più o meno equi, alcuni dei propri cittadini accusati di crimini cosiddetti capitali. Nonostante la cultura abolizionista si stia facendo strada, sono purtroppo ancora 43 gli Stati nel mondo che mantengono la pena di morte (con oltre 5.500 esecuzioni all’anno!), fra cui 7 Democrazie liberali, come Stati Uniti d’America e Giappone. Troppi. La pena capitale altro non è che un atto di ira che porta alla vendetta. Lo Stato (irato per l’atto che è stato commesso da un suo cittadino) dà legalmente la morte a chi ha dato la morte per dimostrare che uccidere è sbagliato. Esiste paradosso più grande? Vale la pena, peraltro, sottolineare che la pena di morte è una pena estremamente discriminante sul piano razziale, sessuale, religioso, di classe. Colpisce principalmente i poveri e gli emarginati, i quali vengono giustiziati anche se minorenni all’epoca del reato. Colpisce persone affette da problemi mentali, e non è infrequente l’uccisione di persone in seguito risultate innocenti, soprattutto grazie al test del DNA. Ancora, viene usata anche come forma di repressione nei confronti di persone non gradite, come oppositori politici o difensori dei diritti civili (per info: www.worldcoalition.org).

Essa, inoltre, non svolge alcuna funzione positiva: oltre ad essere più costosa dell’applicazione dell’ergastolo come massima pena (almeno nei Paesi democratici), non ha alcun effetto deterrente nei confronti di chi delinque. Infatti, anche se può sembrare strano, essendo la deterrenza nient’altro che comunicazione, intesa come percezione del messaggio, il messaggio che chi delinque riceve dalla società (dove i delitti impuniti sono numerosi) è “Se ti scopriamo a delinquere ti puniamo a norma di legge” e non “Se delinqui subisci certamente una pena”. Ed ogni criminale, si sa, pensa di farla franca. Quindi, il rischio di una condanna a morte come minaccia non funziona. E l’applicazione della pena di morte, oltre che togliere la vita a tanti esseri umani, altro non fa che sminuire l’umanità intera ed alimentare odio e sofferenza, come un circolo vizioso che non si riesce a fermare. A meno che non si plachi l’ira. Essere favorevoli all’abolizione della pena capitale non significa difendere il crimine, cosa di cui spesso veniamo ingiustamente accusati. Noi della Coalizione Italiana contro la Pena di Morte Onlus (www.coalit.it) riteniamo che la giustizia non debba mai essere perseguita con spirito di vendetta, bensì con un’equilibrata gestione delle forze che operano all’interno della società, e che ogni comunità debba essere in grado di assicurare processi equi, certezza della pena, opportunità di riabilitazione, bilanciando così l’esigenza dei familiari delle vittime ed il rispetto di quegli stessi valori che reclamano un atto di giustizia. Le attività della Coalizione Italiana contro la Pena di Morte Onlus sono molteplici e tutte legate dall’elemento comune della difesa dei diritti umani.

Fondata nel 1997 da attivisti, tutti volontari, con un solido background nell’ambito della difesa dei diritti umani, l’associazione – ormai conosciuta come COALIT, il suo acronimo – è un’associazione senza scopo di lucro, apolitica ed apartitica, il cui scopo principale è quello di formare ed informare i cittadini italiani e stranieri sui temi della legalità, raccogliere e divulgare notizie sull’abuso dei diritti umani nel mondo e, soprattutto, promuovere azioni di protesta e campagne di informazione sulla pena di morte. Intratteniamo regolari contatti e rapporti di collaborazione con altre associazioni abolizioniste, associazioni dei familiari delle vittime, associazioni di legali volontari, nonché rapporti diretti con le donne e gli uomini detenuti nei bracci della morte. Pur non tralasciando quanto accade in altri Paesi del mondo, COALIT è particolarmente attenta alla situazione negli Stati Uniti d’America, in quanto unica Democrazia occidentale che ancora applica la pena capitale come strumento di giustizia. I risultati dell’operato di COALIT negli USA e della collaborazione con diverse importanti associazioni abolizioniste americane sono evidenti. Quando iniziammo il nostro lavoro, ancora non esisteva, ad esempio, una Coalizione Texana contro la Pena di Morte ed i pochi attivisti sparsi qua e là lavoravano a fatica ognuno per conto proprio. Sono stati il nostro impegno ed i nostri frequenti incontri con quegli abolizionisti che spinsero un giorno David Atwood a fondare una Coalizione Texana contro la Pena di Morte, ora attiva in tutto lo Stato (per questa ragione, nel gennaio del 2007, mi è stato conferito un riconoscimento speciale dalla TCADP – http://tcadp.org/wp-content/uploads/2010/05/spring.pdf).

Vale la pena menzionare anche i diversi viaggi organizzati negli USA, con la collaborazione della TCADP, fra cui quello del novembre 2000 e quello dell’ottobre di quest’anno, unitamente al Journey of Hope, i quali hanno permesso ai partecipanti di approfondire ulteriormente la propria conoscenza della realtà americana e di instaurare ulteriori e proficui rapporti di collaborazione con persone e gruppi fra i più disparati. Nonostante le tante sconfitte, non ci abbattiamo. È vero, ogni volta in cui una persona con la quale siamo entrati in contatto viene giustiziata, il dolore si rinnova e non sempre appare facile continuare. Vorrei qui segnalare, a questo proposito, il libro Texas Death Row Hotel, Storia di un americano condannato a morte (Phoebus Edizioni, prima edizione Napoli 2003 e seconda edizione Napoli 2005 asp?sezione=22&cat=10) da me scritto, insieme a Mirella Santamato e Pietro Santoro, in seguito all’esecuzione di quello che per me era diventato come un fratello, Richard Wayne Jones, giustiziato nell’agosto del 2000 in Texas, nonostante la sua probabile innocenza. Ma poi le battaglie vinte ci conferiscono nuova carica, come quella recentissima di Anthony Graves, un ragazzo di colore condannato a morte in Texas all’inizio degli anni ’90, nonostante non vi fossero prove contro di lui, e riconosciuto innocente dopo ben 18 anni. Certo, ad Anthony hanno rubato 18 anni di vita, ma è stato molto fortunato a non essere sottoposto ad iniezione letale nel corso della sua prigionia. Oppure il caso di Deryl Madison, altro ragazzo di colore, il quale, grazie al nostro supporto ed alla brillante difesa pro-bono dell’ufficio legale internazionale dell’avvocato Charles Kelly, ha ottenuto la commutazione della pena capitale in ergastolo dopo 22 anni trascorsi nel braccio della morte. La giustizia umana è fallace, come possiamo dimenticarlo?

E non si può giocare con la vita di altri esseri umani. Questo vale quando si parla di pena di morte, ma può valere anche da noi, dove la massima pena applicabile è l’ergastolo. In caso di innocenza, equivale comunque a togliere la vita, anche se non biologicamente, ad un essere umano. Il fatto che ci occupiamo soprattutto di pena capitale non dovrebbe trarre in inganno, considerando che fra le attività di COALIT in Italia c’è l’educazione alla legalità ed alla cittadinanza attiva. Proprio in occasione del 30 novembre, Giornata Internazionale di Città per la Vita (Cities for Life), promossa dalla Comunità di S. Egidio, nell’ambito delle attività finanziate dal CSV Napoli, è stato presentato a Pozzuoli il nostro nuovo progetto “Giovani ed Ill-Legalità”. Si tratta di un percorso biennale nato dalla volontà di attivare un percorso socio-culturale tra i giovani afferenti ai Comuni dell’Area Flegrea, area fortemente condizionata dalla presenza della microcriminalità, intraprendendo, contemporaneamente, un cammino di educazione alla legalità e di sensibilizzazione alla cittadinanza attiva che possa promuovere formazione e crescita sociale/civile dei giovani, scambio di esperienze ed idee attraverso la socializzazione e l’integrazione, sviluppo di una coscienza critica della propria realtà e di realtà differenti, superamento di preconcetti e stereotipi errati. Per concludere, potremmo in breve riassumere il tutto con una semplice frase: l’ira acceca. Quindi, per ricollegarmi a quanto detto prima, quando lo Stato è irato, non vede e non capisce. Qualunque malanno della società intera deriva sempre da un “non-capire”, vero o presunto che sia. Cosa non capisce la società quando incarcera un individuo? Non capisce come renderlo una persona migliore. E l’unica soluzione possibile, per la società che non capisce, è allontanare quell’individuo dalla società stessa, creando un muro sia fisico (le carceri), sia psichico (emarginazione ad oltranza). È evidente che si sta percorrendo una strada sbagliata.

La storia ci insegna che più aumentano i sistemi di coercizione, più aumentano i delitti commessi. Nessuno vuole vedere questa verità scomoda: più si aumentano le pene (ira che raggiunge i massimi livelli), più efferati e spaventosi diventano i crimini. Quindi, al di là delle questioni etiche e morali che – a nostro modo di vedere – rendono la pena capitale inaccettabile sempre e comunque, perché torturiamo, incarceriamo per anni degli esseri umani ed arriviamo persino a metterli al patibolo, ben sapendo che tutto ciò è assolutamente inutile dal punto di vista della sicurezza sociale? Il crimine aumenta anche in ordine all’aumento della povertà e delle ingiustizie. È innegabile. È il risultato delle condizioni economiche di chi vive all’interno di una società, delle ineguaglianze sociali, della corruzione e anche delle malefatte di chi ci governa. Se qualcuno perde denaro, qualcun altro lo intasca. Se qualcuno perde il lavoro da noi, qualcun altro farà lo stesso lavoro all’estero. Pensiamo, tanto per fare qualche esempio, al lavoro trasferito all’estero da aziende italiane perché in altri Paesi la manodopera costa meno, oppure a chi ha venduto certe azioni ben sapendo di vendere carta straccia, o, ancora, agli sciacalli all’indomani di una calamità naturale, a chi non vede l’ora che arrivi un terremoto per aggiudicarsi un appalto per la ricostruzione e, quindi, realizzare denaro strumentalizzando ed approfittando delle disgrazie altrui. Consulenze d’oro, scandali e quant’altro. Questo degrado etico e morale di chi detiene il potere è inaccettabile. Tutti questi sono comportamenti criminali, di certo peggiori dei crimini commessi da chi ruba perché ha fame, crimini che distruggono intere famiglie ed i destini di migliaia di persone. Il crimine può essere curato, in buona parte, eliminando le cause che lo scatenano, e questo compito spetterebbe al governo. Ma, viene da domandarsi, chi ci guadagna desidera davvero che queste cause scatenanti vengano eliminate? È incontestabile che sarebbe estremamente più utile, per la società intera, creare nuovi posti di lavoro, garantire casa ed istruzione a tutti, così come istituire veri programmi di riabilitazione per chi si è macchiato di un crimine ed è finito in carcere, per offrirgli la possibilità di diventare nuovamente un membro degno della società civile. Invece, in passato, ed ancora oggi, l’umanità, come soluzioni, ha trovato solo la guerra, la vendetta, la prevaricazione dell’uomo sull’uomo. Nessuna soluzione reale. Non sarebbe il caso di maturare qualche pensiero “nuovo”, così, tanto per provare? Se non cambiamo urgentemente il nostro modo di pensare, rischiamo di non poter neanche più trovare le nostre comode, e stupide, “illusioni”. Cerchiamo di arrabbiarci un pò meno e cerchiamo di riflettere di più.

Arianna Ballotta
Presidente Coalizione Italiana contro la Pena di Morte Onlus

Redazione SocialNews

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