La nuova frontiera

Erano gli anni ’70 quando French Anderson mandò al New England Journal of Medicine un articolo in cui anticipava la possibilità di guarire le malattie ereditarie inserendo nell’organismo i geni mancanti o sostituendo quelli difettosi. “Impubblicabile perchè di sola fantascienza” rispose la rivista. Nel 1990, Anderson e Michael Blease riuscirono nell’impossibile e conclusero con successo il primo intervento reale di terapia genica sulla bimba di 4 anni, Ashanti De Silva, destinata a morire di immunodeficienza perché priva del gene che produce l’enzima ADA. Oggi, nel mondo, sono centinaia gli interventi sperimentali che utilizzano la terapia genica.

Quali sono i problemi, le possibilità, le speranze nell’utilizzo di questa frontiera della medicina?

Quando parliamo di terapia genica, intendiamo il trasferimento di materiale genetico allo scopo di prevenire o curare una malattia. In pratica, si cerca di trasferire nelle cellule malate un codice genetico “funzionante”, idoneo a sostituirsi al gene mancante o difettoso. Candidate a questo tipo di terapia sono alcune malattie ereditarie, nelle quali esiste un solo ed unico difetto genetico (monogeniche), varie malattie infettive non guaribili con i normali trattamenti antivirali (HIV) ed alcuni tipi di tumore, quali melanoma, leucemie, sarcomi e neoplasie del tessuto nervoso, gastrointestinali, uro-genitali e ginecologiche.

Per ottenere un risultato terapeutico efficace vanno superati vari ostacoli. In primis, abbiamo la necessità di conoscere il gene responsabile della malattia, clonarlo e quindi riprodurre in laboratorio la versione corretta e funzionante. Poi dobbiamo disporre di un vettore che ci permetta di inserire il DNA da noi prodotto all’interno della cellula malata. Questo vettore deve essere efficiente, sicuro, selettivo, penetrante. Infine, a seconda della patologia, dobbiamo capire se risulta maggiormente conveniente intervenire direttamente nelle cellule e nei tessuti del paziente (In vivo) oppure se “trattare” cellule isolate dall’organismo, coltivate in laboratorio e poi reinserite (Ex vivo). La scelta del vettore dipende dalla lunghezza del codice genetico da inserire, dal tipo di tessuto bersaglio, dalla quantità, qualità e durata dell’espressione che si vuole ottenere per il gene in questione. Nella terapia genica ex-vivo si possono utilizzare vettori fisici quali l’elettroporazione e la microiniezione, ma anche i liposomi, vescicole lipidiche che possono fungere da “scatole” di trasporto. Maggiormente usati sono però i vettori virali. I virus sono capaci naturalmente di trasportare ed inserire acidi nucleici all’interno della cellula e questa qualità li rende perfetti per la terapia genica, soprattutto in vivo. Vengono progettati per essere inattivi, privati dei geni virali, al posto dei quali vengono inseriti i geni di interesse terapeutico da somministrare al paziente.

Tutto questo, però, non basta.

L’efficienza del trasferimento ed il risultato clinico sono proporzionali alla posizione in cui il codice genetico da noi prodotto si inserisce, alla sua durata di espressione ed alla reazione immunitaria dell’organismo verso il virus o la cellula trasformata, in alcuni casi capace di limitare l’efficacia della terapia. Questi fattori sono rilevanti: una posizione non corretta può non consentire la lettura, stimolare oncogeni o disattivare altri geni protettori; un’espressione non permanente, che non si trasmette a cellule figlie, impedisce l’effetto terapeutico a lungo termine.

In sostanza, numerosissimi sono gli ostacoli da superare per rendere efficace e sicura questa tecnica terapeutica. Molto è stato fatto, la tecnologia è stata affinata e grandi risultati sono alle porte, se non già presenti in molti bambini, prima malati incurabili. Di sicuro, la possibilità di modificare il corredo genetico della cellula per correggere gli errori che alimentano malattie e sofferenze costituisce qualcosa di eccitante ed incredibilmente stimolante. Bisogna però porre attenzione ai rischi che queste nuove tecnologie possono nascondere. In primo luogo, ad un possibile coinvolgimento delle cellule germinali, che comporterebbe il trasferimento ai figli della manipolazione genetica attuata. In secondo luogo, ma non in secondo ordine, all’appropriazione di queste metodiche da parte di organismi biopolitici, ispirati da devianze eugenetiche e motivati, come già avvenuto in passato, a selezionare una razza superiore.

di Massimiliano Fanni Canelles

Massimiliano Fanni Canelles on InstagramMassimiliano Fanni Canelles on Twitter
Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

Rispondi