“Pena di morte”

Negli istituti penitenziari italiani, ogni anno muoiono per cause naturali oltre 100 detenuti. Raramente i giornali ne danno notizia. A volte, il decesso è dovuto a patologie cardiovascolari; altre volte, segna l’epilogo di una malattia cronica o di uno sciopero della fame o addirittura si tratta di suicidio, che in carcere ha una frequenza 19 volte superiore.

Altre morti, invece, sono sospette di maltrattamento ad opera del personale in servizio o di violenza da parte di altri detenuti. Il drammatico caso di Stefano Cucchi è solo l’ultimo di una serie che trae origine negli anni passati. La Magistratura si sta già occupando delle morti di Luigi Acquaviva, Giuliano Costantini, Francesco Romeo, Mauro Fedele. E’ plausibile l’ipotesi di omicidio, ma, in attesa degli esiti dell’inchiesta giudiziaria, queste morti sono comunque catalogate come “da cause naturali”.

Spesso questi drammi si collocano in strutture fatiscenti, con poche attività rieducative, dove è scarso anche il volontariato. A queste carenze si aggiungono i tagli alla sanità penitenziaria e la diminuzione del personale. Al detenuto non vengono così garantiti i diritti alla salute e alla dignità.

Proprio quest’ultima è annientata nelle persone carcerate in attesa di processo. Oggi basta un avviso di garanzia perché giornali e televisioni distruggano la vita della persona indagata, senza tenere in alcun conto la presunzione d’innocenza, garantita dalle leggi e dallo Stato, fino a sentenza definitiva. Persone indagate, che nel 50% dei casi saranno poi assolte… Ma ormai il loro nome è stato associato a vicende criminali ed è questo che rimane impresso nella memoria della gente. Non la sentenza d’assoluzione o il trafiletto di correzione nei giornali.

Altro versante critico è quello del reinserimento nella società, al termine della pena. Esistono degli organi preposti al sostegno delle persone scarcerate, i Consigli d’Aiuto Sociale, imposti dalla legge di riforma penitenziaria del 1975. Ci sono poi gli Uffici per l’Esecuzione Penale Esterna (U.E.P.E.), con la duplice funzione di controllo e sostegno durante l’esecuzione delle misure alternative. Ma spesso, tutto rimane sulla carta. La pena resta solo punizione, la rieducazione è disattesa. Ne consegue che il tossicodipendente tornerà a drogarsi, il ladro a rubare, l’assassino ad uccidere.

Certo, le soluzioni non escono magicamente dal cilindro. Ma si potrebbero incentivare progetti di prevenzione dei suicidi e degli autolesionismi, monitorare – avvalendosi anche delle associazioni e dei giornali carcerari – le morti negli istituti di pena, consentire l’accesso ad operatori sanitari volontari, che affianchino il personale medico in servizio. I detenuti stranieri, sempre più numerosi, richiederebbero poi interventi mirati: educazione sanitaria, mediazione socio-culturale…

In questo panorama desolante, diventano emblematiche, e drammaticamente attuali, le parole di Adriano Sofri scritte nel 1999 ne “il Foglio”: “Vorrei tornare su questa vergogna delle evasioni. Nell’ultimo mese sono evasi tre da Rebibbia e uno da Milano Opera. Gente all’antica, con lenzuoli annodati… Ma la forma di evasione più diffusa e subdola, perché si maschera in modo da essere ignorata nelle statistiche criminali, è il suicidio. Un centinaio di delinquenti all’anno se ne vanno così, a volte anche loro con le lenzuola dell’Amministrazione.

È ora di dire: basta!”.

di Massimiliano Fanni Canelles

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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