Il pubblico spreco

La recente crisi finanziaria sta mettendo in luce le contraddizioni della pubblica amministrazione che invece di essere al servizio dei cittadini spesso risulta schiava di compromessi e clientelismi che ne esauriscono sia le risorse umane che finanziarie. È ormai da tempo che la Confesercenti segnala come vi siano una cattiva gestione del denaro e procedure farraginose in quasi tutti i campi del sistema statale. Sono ormai evidenti le disfunzioni che coinvolgono numerosi ambiti: dalla programmazione delle risorse umane per arrivare ai servizi, alle opere pubbliche, nella sanità come nell’esercito, nei trasporti o nella scuola.

Comportamenti questi che producono un’unica, fondamentale figura di danno, quella che comunemente va sotto il nome di “spreco”. Una situazione che mortifica la parte imprenditoriale più dinamica del Paese, genera sconforto e rassegnazione nei cittadini, provoca la fuga all’estero delle persone più esasperate e più competitive. Il risultato finale si produce nella perdita di risorse, economiche, materiali, emotive ed umane, perdita che impedisce all’Italia di investire per i giovani, per i nostri figli, per noi tutti.

Ed è proprio nella necessità di capitalizzare sul futuro che la riduzione del budget disponibile per l’istruzione genera polemiche e disaccordi. Attualmente in Italia abbiamo una previsione di spesa destinata all’istruzione del 4,7% del Pil, contro il 5,8% della media dei Paesi sviluppati (Rapporto Ocse – Education at a Glance 2008), con finanziamenti superiori alla media europea per le scuole elementari (ottimo!) ma assolutamente insufficienti per le scuole superiori e soprattutto per l’università (8026 dollari annui a studente, quando la media Ocse è 11.512 dollari). Una situazione aggravata dal fatto che contemporaneamente alla riduzione del denaro disponibile negli ultimi cinque anni le materie nell’università italiana sono cresciute del 50%, raggiungendo la cifra di 180.000, con alcuni insegnamenti di significato assolutamente inspiegabile!

Un’enorme “bolla” universitaria che sottrae risorse economiche alla ricerca per pagare docenti e strutture. Una immobilità provocata anche dall’anzianità dei professori italiani, dal conseguente blocco dei concorsi e dalla cattiva amministrazione universitaria in mano a docenti che hanno portato 20 università su 94 sull’orlo della bancarotta e molte altre con seri indebitamenti. Non solo, sono recenti le notizie di truffe sui test d’ammissione negli atenei, lauree honoris causa concesse per clientelismo, concorsi vinti da candidati senza titoli o pubblicazioni, professori indagati presso le procure di varie città italiane per aver favorito loro familiari.

Il risultato finale è che la classifica della Shanghai Jiao Tong University pone la migliore università italiana al 164 esimo posto, dietro quella delle Hawaii, che un laureato italiano guadagna solo il 27% in più d’un diplomato (contro l’86% di quello che guadagnerebbe negli Usa) che si perdano così le risorse umane ed economiche per mantenere adeguati gli altri servizi come per esempio l’ottimo funzionamento delle scuole medie ed elementari. E sì… non abbiamo più nulla da raschiare dal fondo del barile, se vogliamo mantenere stabili i nostri diritti, se vogliamo mantenere adeguato il nostro stile di vita non ci resta che prendere una chiara posizione su chi fino ad ora ha permesso al nostro paese di istituzionalizzare il pubblico spreco, di trasformare in immondizia i nostri valori, i nostri talenti, il nostro benessere.

di Massimiliano Fanni Canelles

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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