Il rifiuto dell’anima

L’aumento della popolazione mondiale e le spinte verso una cultura sempre più superficiale sia nei rapporti umani che materiali ha portato negli ultimi 50 anni ad usare più beni e servizi che in tutto il resto della storia umana. L’impronta consumistica dell’usa e getta sembra oggi una logica definita ed insostituibile dove ogni prodotto viene progettato per costare e durare meno possibile, dove contenitori, imballaggi, riviste, volantini centuplicano la quantità di spazzatura che quando ingombrante e non degradabile diventa pericolosa per l’ambiente. Se nel 1996 i rifiuti urbani prodotti erano poco meno di 26 milioni di tonnellate, oggi superano i 32 milioni e nel tentativo di far fronte a quest’emergenza “sommersa” e di rispettare il più possibile l’ambiente, regolamenti e direttive europee si moltiplicano anno dopo anno. Sono recenti le nuove e rigorose restrizioni sulla quantità e qualità dei rifiuti che possono essere conferiti in discarica, che ancora oggi è la modalità più inquinante e predominante di smaltimento. La tendenza sempre più crescente di costruire nuovi impianti d’incenerimento nel tentativo di fornire una “rapida” soluzione alla crisi dei rifiuti viene smorzata dall’applicazione di limiti più severi sulle emissioni atmosferiche. Di recente si tende quindi ad incentivare i sistemi di raccolte differenziate e degli impianti di trattamento dei rifiuti urbani indifferenziati con la biostabilizzazione e il compostaggio.

L’emergenza immondizia però necessita di nuovi sistemi per l’eliminazione di grandi masse, e molto interesse destano le proposte quali i gassificatori e pirolizzatori a decomposizione termodinamica da cui si ottengono gas combustibili e scorie solide, o il sistema Thor che utilizza l’energia meccanica per ottenere la micronizzazione del rifiuto. A tutt’oggi però si devono ancora utilizzare gli inceneritori che, migliorati rispetto agli anni ’90, possono recuperare energia elettrica dal trattamento (termovalorizzatori) ed emettere in atmosfera percentuali ridotte di sostanze comunque tossiche quali diossine, composti organici volatili e metalli pesanti come piombo, mercurio e cadmio. I normali dispositivi di controllo non riescono infatti a fermare tutte le particelle cosiddette “respirabili” (<2.5µm) e possono fare molto poco per impedire la fuoriuscita di quelle ultrafini (<0.1µm). Lo smaltimento inoltre delle ceneri e scorie prodotte da un inceneritore presenta significativi problemi ambientali: molte sostanze sono resistenti alla degradazione, e se entrano nel ciclo alimentare possono accumularsi nei tessuti degli organismi viventi. Un quadro allarmante complicato poi dalla gestione dei rifiuti speciali e pericolosi, in mano spesso alle Ecomafie che gestiscono illecitamente in tutto il paese gli smaltimenti di queste sostanze; basti pensare che nel 2004 ben 26 milioni di tonnellate di rifiuti speciali sono scomparsi nel nulla. Purtroppo in una cultura basata sull’opulenza del “tutto e subito”, pochi spiragli di luce si intravedono per risolvere il problema dei rifiuti; e finché l’etica e la morale ci verranno imposte dalla pubblicità, dalla moda e dalla televisione, finché l’apparenza conterà più dell’essere, saremo disposti a buttare via tutto…anche l’anima.

di Massimiliano Fanni Canelles

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Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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