Noi non siamo razzisti, sono loro che sono immigrati

Agire e lottare per rimuovere le cause dell’ineguaglianza a livello mondiale non deve esimerci dal cercare di riportare nella regolarità quello che oggi avviene nella clandestinità», questa frase la scrive il ministro Ferrero “postandola” sul Blog di Beppe Grillo che lo aveva accusato di essere troppo tollerante con i migranti. E proprio la relazione dinamica tra immigrati e popolazione ospitante, basata sull’accettazione e sulla tolleranza, sull’indifferenza e sul rifiuto da parte di entrambi divide sempre più il paese e costringe il governo a prendere veloci provvedimenti. Così dopo la Legge 40/’98 che definiva le quote ammesse, il respingimento e l’espulsione, il contrasto all’immigrazione clandestina, le quote occupazionali dei lavoratori stranieri, le Camere in questi giorni stanno valutando il disegno di legge di riforma della cittadinanza che prevede una verifica dell’integrazione linguistica e sociale dello straniero. Ed è già stata preannunciata la riforma del testo unico del 1998 e della legge Bossi/Fini che dovrebbe condurre anche al trasferimento delle competenze in materia di rilascio del permesso di soggiorno dalle questure ai comuni. Il nostro Paese negli ultimi anni ha registrato un notevole incremento di immigrati, assumendo la duplice funzione di territorio di destinazione definitiva e di transito. Un fenomeno legato sempre più a mutamenti geo e socio-politici che non è caratterizzato solo da spostamenti di natura geografica ma da perdite o acquisizioni di status diversi nella scala economica, sociale, etnica e religiosa. La nostra impreparazione politica e culturale e la necessità di sopravvivenza di popolazioni stremate dallo sfruttamento occidentale ha permesso l’inserimento di organizzazioni criminali che hanno visto nell’immigrazione clandestina un significativo business grazie alla possibilità di instaurare un rapporto di dipendenza, che sfocia in vere e proprie forme di schiavitù. E proprio le precarie condizioni di vita dei clandestini, il fallimento dell’integrazione sociale, lo sviluppo dell’emarginazione, gli integralismi religiosi permettono la nascita della delinquenza negli stessi immigrati. Valutazioni sostenute dai dati statistici che evidenziano come comunità maggiormente integrate nella popolazione Italiana, come quella filippina ed indiana,

presentano un indice di criminalità inferiore a quello italiano, mentre in quella algerina i crimini sono fortemente superiori alla media extracomunitaria. Il fenomeno della migrazione costituisce da sempre, nella storia dell’umanità, in tutte le sue epoche storiche, una condizione dell’essere umano. Forse possiamo ricondurlo all’origine dei tempi quando Adamo ed Eva vennero cacciati dal paradiso per aver scelto la conoscenza. Oggi però l’immigrazione è un prodotto delle politiche economiche mondiali che hanno permesso lo sfruttamento delle risorse umane ed ambientali dei paesi in via di sviluppo in favore delle popolazioni dei paesi industrializzati. Vanno quindi bene i provvedimenti legislativi impostati dal Governo ma dobbiamo porci il problema di come conciliare le differenze a partire da quelle culturali, economiche e religiose per arrivare ad una corretta tutela nei diritti delle donne, dei bambini, degli adolescenti, delle minoranze, in modo da sviluppare a livello internazionale un corretto studio dei diritti umani. E forse la battuta che oggi si trova frequentemente nei Blog della rete, «non siamo noi che siamo razzisti, sono loro che sono immigrati», non rappresenterà più il pensiero centrale di noi italiani.

di Massimiliano Fanni Canelles

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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