Il massimo profitto al minimo costo

La macchina economica sportiva è atterrata in Germania per condurre i mondiali di calcio 2006 e grazie ad esclusive televisive, sponsor, biglietti ed intrattenimenti l’economia delle multinazionali sportive decollerà in barba a scandali, intercettazioni telefoniche, accuse e sospetti di collusioni, concussioni e quant’altro. Tutto il mondo ammirerà le prodezze dei propri eroi ed esulterà seguendo attentamente con lo sguardo il pallone calciato in rete. Ma nessuno riuscirà a leggere il nome di chi quel pallone e quelle scarpe le ha fabbricate spesso in condizioni al limite della dignità umana. Tramite una catena spesso misteriosa di sub-appaltatori nei paesi più poveri del mondo vengono prodotte la maggior parte delle merci sportive. Alla base ci sono persone come i lavoratori della fabbrica di Panarub (Giakarta, Indonesia) che sono stati licenziati per aver organizzato uno sciopero per le paghe troppo misere. Percepivano 85 centesimi di euro per ogni paio di scarpe confezionate come le “Predator Pulse” dell’Adidas, promosse da David Beckham e Zinedine Zidane, scarpe che in Europa possono costare anche 85 euro ma che hanno un costo lordo di produzione di 8,5 euro. Ma esistono realtà ancora più drammatiche come in Asia dove vengono impiegate ragazzine pagate pochi centesimi nella produzione di semi di cotone per capi sportivi privandole dell’istruzione ed obbligandole ad esporsi per lunghi periodi a prodotti chimici. Nel tentativo di combattere speculazioni come queste l’ILO (Organizzazione Internazionale per il Lavoro) alcuni anni fà, grazie all’Accordo di Atlanta per combattere lo sfruttamento del lavoro minorile, ha preteso a Sialkot (Pakistan) che gli operai potessero avere uno stipendio mensile, spese mediche gratuite e buoni per acquisto di cibo e che circa 6.000 bambini potessero avere l’opportunità di frequentare la scuola. Purtroppo però i costi di produzione dei palloni da calcio da vendere alla Adidas, alla Puma o alla Nike, sono notevolmente aumentati ed il volume delle vendite pakistane dei palloni nel mercato americano è crollato al 45%. Le imprese locali sono fallite e molti bambini e donne hanno perso il loro lavoro o sono stati costretti a svolgere lavori ancora più umilianti (The Economist). È vero che nella maggior parte dei casi il lavoro minorile è da reprimere in quanto danneggia la salute, ostacola l’istruzione e spesso condanna a un futuro ai margini della società. Ma quando contribuisce a sollevare le famiglie più povere dalla miseria, consente loro di finanziare l’istruzione dei figli e rispetta le convenzioni 138 e 182 sui diritti fondamentali nel lavoro può ritenersi accettabile. Oggi le tre principali agenzie internazionali di sviluppo ILO-IPEC, UNICEF e Banca Mondiale hanno stilato il progetto congiunto di ricerca “Understanding Children’s Work” per comprendere il Lavoro Minorile e trovare adeguate soluzioni al problema. Purtroppo nel frattempo le multinazionali nel tentativo di accaparrarsi fette di mercato sempre più grosse e di vincere la concorrenza per raggiungere fatturati sempre più ampi continueranno a ridurre i prezzi e quindi saranno costrette a ricercare costi di produzione sempre più bassi. Per fare questo sposteranno la produzione nei paesi che offriranno più vantaggi e nel quale gli operai costeranno il meno possibile e nei quali il meno possibile saranno tutelati. Un processo di frammentazione della produzione che renderà sempre più difficile anche capire chi produce cosa e dove viene prodotto. E quando Del Piero o Totti spingeranno il pallone in rete “anche se volessimo” sarà impossibile trovare chi ha dato loro gli strumenti per salire nell’olimpo degli dei.

di Massimiliano Fanni Canelles

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Massimiliano Fanni Canelles
Massimiliano Fanni Canelles Head of CAD Nephrology and Dialysis, Health Department with University of Udine Adj. Professor in Alma Mater University in Bologna of International Cooperation Editor of SocialNews Magazine President of Auxilia Foundation Twitter. @fannicanelles Instagram @fannicanelles

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