Una città per tutti

“Se passi, ci siamo”. Questo è il motto di una semplicità rara e quasi in contrasto con questo tempo in cui sembra che i suoi protagonisti, uomini o donne, giovani o adulti, disoccupati o impegnatissimi manager, siano sempre all’affannosa ricerca di un benessere – necessario o fittizio – da raggiungere, impresa questa alle volte difficile se non impossibile e che spesso produce solo isolamento da tutto ciò che non sia finalizzato allo scopo.

Artefice e portavoce di questo motto è il prof. Silvano Magnelli, insegnante in pensione, che da qualche anno riunisce periodicamente i suoi ex allievi e amici proponendo degli incontri su temi attuali, semplici spunti di conversazione, ascolto, confronto e condivisione tra cittadini che in questo modo iniziano in maniera consapevole a sentirsi protagonisti attivi e parte di un’unica realtà: la città in cui vivono. Un vero e proprio di “laboratorio di relazionalità umana”, come è stato definito dai suoi fondatori.

Il prof. Magnelli, moderatore garbato d’altri tempi, che ad ogni incontro ha il dono di riunire sempre più persone e stimolare l’attenzione e la riflessione sull’argomento proposto, non manca mai di sottolineare che questa iniziativa non implica il tesseramento ad un circolo, l’appartenenza ad una élite, ad un partito o ad un credo religioso specifico, ma solamente la partecipazione spontanea, gioiosa e senza finalità, di coloro che si pongono delle domande e ritrovano in loro stessi lo spirito per porle a coloro i quali vivono nel quotidiano esperienze di carattere umano e sociale.

“Sparatene tante, sparatele grosse”: così Magnelli strappando a tutti un sorriso ha esortato i presenti a domandare, ad uscire dal proprio isolamento alla ricerca di risposte, risposte che tutti, lui per primo, siamo consapevoli non possono essere uniche e standard, viste le molteplici sfaccettature che lo stesso evento può avere nei diversificati contesti sociali oggetto del discorso.

Così, durante l’ultimo incontro da titolo “Una città per tutti, una città di persone” dello scorso 14 ottobre, un folto gruppo di amici ha ascoltato per due ore con grande interesse le esperienze della Comunità di San Martino al campo, fondata da Don Mario Vatta a Trieste nel 1970 e raccontate con estrema chiarezza ed umana comprensione da Miriam Kornfeind, da sempre collaboratrice della Comunità.

Un’accurata rassegna che fa entrare in contatto con una struttura viva ed attiva sul nostro territorio da 34 anni ed ai più sconosciuta.

Nata per il recupero dei drogati, la Comunità si è evoluta al passo con la nostra città, fornendo un sostegno concreto e gli strumenti necessari a superare le difficoltà a quelle persone che vivono in condizioni disagiate e di degrado ai suoi confini,e,il più delle volte anche oltre l’umanamente sopportabile.

Coloro che si rivolgono alla Comunità – e che spesso sono gli stessi operatori con unità di strada dedicate ad andare a “stanare” dalle loro tristi situazioni – hanno condotto per anni una vita “normale”, fatta di lavoro, famiglia, amici e  certezze, e che per una serie di episodi apparentemente banali ma drammaticamente concatenati, si ritrovano senza lavoro, con una famiglia frammentata e magari senza alcun sostegno morale. Diventano persone sole, improvvisamente rese fragili dalle situazioni difficili della vita e che, da sole, non hanno la forza di superare.

Cadono in una spirale di alternative-rifugio, il più delle volte distruttive (la dipendenza dall’alcol e dalle droghe), che sembrano essere la giusta soluzione quando pensano di non poter risalire dal baratro nel quale sono precipitati.

La sensazione comune ai presenti che emerge dal confronto con l’interlocutore è: stiamo parlando di uno di noi, nessuno escluso.

Il prof. Magnelli invita a riflettere su come un evento al quale siamo impreparati possa cambiare le nostre vite e portarci oltre i confini di quella che per noi è stata da sempre la “normalità”.

Gli interventi successivi e le domande poste a Miriam dimostrano che anche il cittadino comune, pur non facendo parte di una comunità di recupero o non avendo una specifica formazione per intervenire nel sociale, può dare il proprio contributo, avvicinandosi alle persone bisognose con una parola di conforto, non ignorando situazioni di disagio vicine e possibilmente segnalandole alle strutture competenti, nei casi più disperati aiutando le persone a superare il momento tragico fornendo loro un posto dove alloggiare, magari un lavoro.

Solo fornendo a chi si trova in un momento critico della propria esistenza nuove certezze, nuove basi sulle quali far poggiare un futuro tutto da costruire, questi si vedranno restituita la loro la dignità di esseri umani e di cittadini e potranno reintegrarsi nella società, condizioni essenziali per riallacciare quelle relazioni personali la cui rete sembra per lungo tempo averli impigliati nella solitudine dei propri drammi.

Marina Galdo

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