Dalle narrazioni identitarie ai limiti dei servizi psichiatrici: il dibattito che manca nel racconto pubblico

Quando, nel pomeriggio del 16 maggio, un’auto in corsa ha falciato 8 persone nel centro di Modena, l’attenzione dell’opinione pubblica ha seguito alcune direttrici principali, indirizzate dalla voce dei commentatori che a loro volta seguono linee ricorrenti (anche politiche e propagandistiche) ben precise: la supposta incompatibilità dell’Islam col sistema cultural-istituzionale occidentale; la marginalizzazione sociale degli immigrati e degli italiani di seconda generazione, che genererebbe risentimento potenzialmente violento; la debolezza delle reti di supporto e aiuto a persone affette da disagio psichico e alle loro famiglie.
Questo elenco, che viene riproposto a seguito di ogni evento tragico, è in ordine decrescente di assurdità e dunque di rumore generato e gettato nell’etere da una grossa fetta dei sistemi di informazione giornalistica, radiofonica e televisiva (d’altronde, si sa, l’urlo sguaiato, il pressappochismo e la lacrima facile vendono di più e generano engagement).
Da una parte abbiamo la solita, odiosa propaganda salviniana che parla del nulla e si rivolge agli stomaci: a riprova della grande passione del Ministro per le sagre, questa volta il nostro decide di partecipare a quella del dolore. Una comunità inevitabilmente scossa da un fatto atroce viene cannibalizzata e le sue ferite strumentalizzate per riproporre un leitmotiv che si conosce ormai da più di un decennio: le vittime non sono vittime, ma ingranaggi – loro malgrado – di una macchina di propaganda, progettata e guidata sapientemente fino al 2021 da Luca Morisi, il cui motore è ottimamente oliato e che ha portato un partito che si nutre di paura a raggiungere vette di consenso inaspettate, raggiungendo il 34% nel 2019. Se la macchina – la Bestia – sembra essersi inceppata nella corsa ai consensi, essa sembra essere ancora molto performante quando gareggia nei circuiti informativi delle destre.
Ciò che questi evitano di raccontare adeguatamente, quando non ignorano pervicacemente, sono due semplici fatti: nel caso specifico, che a bloccare l’attentatore sono stati anche cittadini egiziani e pachistani; in generale, che se fosse vera la narrazione di una sostanziale incompatibilità tra Islam e liberaldemocrazie l’Europa sarebbe un gigantesco teatro di guerra civile. La sicurezza è indubbiamente un tema cruciale, ma ricondurla a un fatto etnico o religioso è una forma subdola di manipolazione: è certo che la criminalità trova il proprio humus nell’indigenza economica e nel disagio sociale, e il fatto che sia concentrata in specifiche sacche demografiche rileva solo che in queste vi è una maggior vulnerabilità in questi ambiti, checché ne dicano i teorici della remigrazione.
E qui l’altro argomento idiotico: pur volendo concedere una qualche dignità alla “proposta”, dove si intende remigrare un cittadino italiano? È palese che sia una faciloneria a uso e consumo di una parte politica priva di idee e alla ricerca di buzzword per alimentare dibattiti insulsi, infruttuosi e anzi dannosi. Di nuovo: servono unicamente a fomentare la caciara massmediatica della prima serata televisiva e delle urla tribali.
Tutto ciò viene poi amplificato da un atteggiamento vergognoso da parte della carta stampata, che con fame bulimica e a dispetto di ogni etica, deontologia e garantismo lanciano la foto del mostro in prima pagina senza prima verificarne la veridicità: capita così che un poverino, che in Italia non ha mai neanche messo piede, venga cannibalizzato dal pubblico solo perché porta lo stesso nome dell’attentatore. Ciò, a sua volta, crea sui social network assurde teorie del complotto: poiché la pelle della persona ritratta in foto è più chiara rispetto a quella dell’attentatore, i mezzi di informazione starebbero operando malignamente per farci credere che quest’ultimo sia “uno di noi”.
L’atteggiamento sconsiderato dei media, interessati a generare traffico più che a informare correttamente, produce dunque forte entropia proprio nel momento in cui diventa fondamentale mantenere ordine e chiarezza di pensiero.
Le polemiche di questi giorni, poi, inevitabilmente oscurano il tema centrale: le religioni, come le ideologie, offrono terreno fertile alla radicalizzazione di menti già compromesse da una malattia psichiatrica (o più). Questo è spesso vero sia quando si parla di attentati di stampo islamista, sia quando la tragedia ha carattere politico; il problema è il trattamento e la cura del disagio, non la religione o l’ideologia politica per sé. Diventa dunque inevitabile, per chi vuol porsi il problema in termini concreti e non propagandistico-elettorali, ragionare su cause e possibili soluzioni pratiche, ovvero sulle ultime due voci dell’elenco proposto a inizio articolo.
La marginalizzazione sociale è un problema innegabile, ed è vero che la sua risoluzione è richiede un approccio armonico da ambo le parti: appare ovvio che sia richiesto uno sforzo alle comunità (e ai singoli individui) migranti, ma è dovere specifico di politica e società civile creare le condizioni per cui questo sforzo non sia vano. Ecco dunque che il potenziamento di programmi di scambio e compenetrazione culturale, di accesso a programmi formativi e, non ultimo, un processo più semplice e lineare nell’ottenimento della cittadinanza sono elementi cruciali nel ridurre i fenomeni di marginalizzazione già in atto e prevenire quelli potenziali: è vero che l’integrazione è fondamentale, ma se società civile e classe politica fanno gravare il peso di questa solo sulle spalle dei migranti, senza proporre strumenti utili alla sua realizzazione, dimostrano di non voler davvero affrontare il problema. In effetti, per quanto detto prima, raggiungere la piena integrazione vorrebbe dire togliere una delle frecce più efficaci al proprio arco.
L’ultimo punto dell’elenco, forse il più importante: la scarsa efficacia dei sistemi di prevenzione, cura e assistenza a persone affette da disagio psichico e alle loro famiglie.
L’introduzione della Legge Basaglia nel 1978 ha rappresentato un importante passo di civiltà nel sistema giuridico italiano, una pietra miliare che si proponeva di superare l’isolamento del malato psichiatrico in strutture che non garantivano i più basilari diritti umani per affidarlo invece a una cura comunitaria e a un progressivo reinserimento sociale. Nonostante l’indubbia bontà della legge, tuttavia, spesso ci si scontra con un’applicazione solo parziale dei principi che essa propone: il necessario sviluppo di alternative territoriali, il supporto, l’assistenza e l’erogazione di terapie domiciliari devono spesso fare i conti con una disponibilità di fondi sottodimensionata (circa il 2% della spesa sanitaria) e a una forte disomogeneità regionale.
Il caso specifico dell’attentatore di Modena mostra come l’uomo si sia rivolto spontaneamente al CSM locale nel periodo 2022-24, ma che abbia interrotto la terapia prescritta, probabilmente causando un grave riacutizzarsi del problema psichiatrico che lo affligge (ricostruzioni parlano di una diagnosi collegata a un quadro schizofrenico/disturbo schizoide): quello che appare, dagli elementi oggi a disposizione, è che sia mancato un follow-up attivo, ovvero il tentativo di raggiungere il paziente nel momento in cui interrompe il trattamento.
Un’altra grave mancanza sembra essere stata l’assenza di strumenti utili a riconoscere il disagio dell’uomo: dallo scambio di email che ha avuto con l’Università di Modena (in cui si è laureato) nel 2021, ad esempio, si sono probabilmente sottovalutati segnali importanti di forte disagio psichico. Ecco quindi la fondamentale importanza della formazione di insegnanti, medici di base, operatori sociali per riconoscere segnali di radicalizzazione e/o di disagio psichico: la sacrosanta deistituzionalizzazione della malattia psichiatrica non può reggersi sulla sola gamba dei presidi territoriali, ma deve camminare anche grazie a quella della formazione diffusa e multidisciplinare, senza la quale qualsiasi buon proposito di prevenzione diventa difficilissimo da perseguire.
In questi giorni continueremo a sentire sterili e stupide polemiche sull’origine del responsabile, sulla sua religione, sull’opportunità di revocargli la cittadinanza; la speranza è che questa tragedia possa essere l’occasione per pensare seriamente alle mancanze e alle debolezze strutturali del sistema, e a modi per superarle.
