La vita come un videogioco: cosa ci insegna Mel Robbins sulla resilienza

C’è un’idea che sta circolando sempre più spesso nei libri di crescita personale, nelle TED Talk e persino nei discorsi motivazionali più mainstream: la vita funziona come un videogioco. Giocare. Fallire. Riprovare. Salire di livello.

Mel Robbins, una delle autrici motivazionali più lette al mondo, ha contribuito a rendere popolare questa metafora. I suoi libri hanno venduto milioni di copie, sono stati tradotti in decine di lingue e hanno raggiunto un pubblico vastissimo. Ma ciò che colpisce, oltre ai numeri, è il modo in cui collega videogiochi e resilienza, due mondi che per anni sono stati considerati opposti.

Robbins racconta di aver passato migliaia di ore a giocare ai videogiochi. Un dettaglio che, fino a poco tempo fa, sarebbe stato visto come una perdita di tempo, o peggio, un problema. Secondo questa visione, il videogioco è una delle palestre emotive più efficaci mai create. Quando giochi, impari che fallire è normale, che ogni errore ti dà informazioni utili e soprattutto che riprovare e riprovare è parte del processo.

Nessuno spegne la console per sempre dopo aver perso una partita. Si riparte, si cambia strategia, eppure, nella vita reale, spesso facciamo l’opposto. A scuola, al lavoro, nelle relazioni, siamo educati a pensare che l’errore sia una colpa. Che il fallimento dica qualcosa di definitivo su chi siamo. Nel videogioco, invece, il fallimento è incorporato nel sistema, è necessario. Un livello difficile non viene vissuto come un’umiliazione personale, ma come una sfida. Nessuno pensa: “Non sono portato per questo gioco”. Si pensa: “Ok, devo capire come funziona”. Questa differenza di mentalità è il cuore della resilienza.

Spesso la resilienza viene raccontata come una sorta di forza stoica, quasi eroica. In realtà, è molto più semplice e molto più concreta, è la capacità di tornare in gioco dopo una sconfitta. Trasferire questa logica nella vita quotidiana significa smettere di chiedersi “E se fallisco?” e iniziare a chiedersi “Cosa imparo se fallisco?”.

In un videogioco non inizi mai con tutte le abilità sbloccate. Parti debole e inesperto, solo giocando si miglioria. Robbins usa questa metafora per ribaltare una convinzione diffusa: non devi sentirti pronto per iniziare. Devi iniziare per diventarlo.

Ogni obiettivo, cambiare lavoro, imparare una competenza, esporsi pubblicamente, creare qualcosa, è un livello nuovo. E come ogni livello nuovo, all’inizio sembra impossibile, finchè un giorno ti accorgi che quel livello, che prima ti sembrava insormontabile, ora è diventato “facile”.

L’idea più potente, alla fine, è che molti fallimenti non sono fallimenti, sono semplicemente tentativi non riusciti. I videogiochi ci hanno allenato a non identificare il risultato con il nostro valore. La vita, spesso, fa il contrario. Recuperare quella mentalità “da giocatore” non significa banalizzare i problemi, ma affrontarli con più lucidità e meno paura.

Riccardo Fanni Canelles

Ho frequentato la European School of Trieste dall’asilo fino alla terza media in lingua inglese, un percorso che mi ha dato un’impostazione internazionale e stimolante sin dai primi anni di studio. Attualmente sto concludendo il percorso Liceale all'istituto Galileo Galilei” di Trieste ( liceo Scientifico Tradizionale ). Coltivo da tempo un forte interesse per lo sviluppo tecnologico, con una particolare attenzione ai campi dell’intelligenza artificiale e dei videogiochi, che considero strumenti fondamentali per il futuro e potenti mezzi di espressione creativa. 

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