Cambiamento climatico e neoplasie

Nel dibattito sul cambiamento climatico si parla spesso di eventi estremi ambientali. Meno noto, ma altrettanto inquietante, è l’impatto che il riscaldamento globale può avere sulla salute umana, in particolare in quella femminile. Uno studio condotto dall’American University in Cairo e pubblicato nel maggio 2025 sulla rivista Frontiers in Public Health ha evidenziato un possibile legame tra l’aumento delle temperature e la crescita di tumori al seno, alle ovaie, all’utero e alla cervice uterina.

La ricerca ha preso in considerazione i dati provenienti da 17 Paesi dell’area nordafricana e mediorientale, una delle zone del mondo dove il riscaldamento climatico si manifesta in modo particolarmente severo. Tra le nazioni che presentano i dati più allarmanti figurano Qatar, Bahrein, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Siria. Tra il 1998 e il 2019 queste regioni hanno visto aumentare sensibilmente le temperature medie annuali. I risultati dello studio hanno rivelato un dato preoccupante: in un campione di 100.000 donne, per ogni grado Celsius di temperatura ambientale si è osservato un aumento delle neoplasie femminili, dai 173 ai 280 casi in più, con un incremento di decessi variabile tra i 171 e i 332. L’aumento più marcato riguarda i tumori ovarici, ma anche il cancro alla mammella e quello alla cervice uterina mostrano incrementi rilevanti.

Secondo i ricercatori il fenomeno non può essere attribuito a una singola causa ma piuttosto a un insieme complesso e interconnesso di fattori. Le temperature più elevate non solo aggravano l’inquinamento atmosferico ma contribuiscono anche ad aumentare la concentrazione di sostanze tossiche nell’ambiente come pesticidi, composti chimici industriali e metalli pesanti. Questi agenti comprendono numerosi interferenti endocrini, cioè sostanze capaci di alterare l’equilibrio ormonale dell’organismo e di stimolare processi tumorali nei tessuti particolarmente sensibili agli ormoni, come quelli dell’apparato riproduttivo femminile. Si ipotizza inoltre che l’aumento della temperatura, a cui il corpo viene sottoposto, potrebbe compromettere i meccanismi di riparazione del DNA e favorire la proliferazione di cellule anomale, aprendo la strada alla trasformazione tumorale. 

A queste considerazioni si sommano fattori di natura socio-sanitaria. In molte delle regioni prese in esame le donne hanno un accesso più limitato ai servizi sanitari, incontrano maggiori difficoltà economiche e culturali nel sottoporsi a controlli di prevenzione e affrontano ostacoli significativi nel ricevere diagnosi precoci e cure tempestive. Le infrastrutture sanitarie, già fragili in condizioni normali, possono essere ulteriormente messe sotto pressione dal caldo estremo, dai disastri ambientali o dal coinvolgimento in guerre e conflitti armati, rendendo ancora più difficoltoso l’accesso a percorsi terapeutici efficaci.

Per rafforzare questa analisi i ricercatori hanno applicato un modello statistico che ponesse dei correttivi basati sul PIL pro capite di ciascun Paese e sull’efficienza dei sistemi sanitari nazionali, tenendo conto delle variazioni nel breve e nel lungo periodo. Anche dopo aver tenuto conto di questi fattori, il legame tra l’aumento della temperatura e la crescita dei tumori femminili, sia in termini di incidenza che di mortalità, è rimasto statisticamente significativo.

Alla luce dei dati espressi nella pubblicazione risulta evidente la necessità di ripensare le politiche sanitarie anche in un’ottica climatica. Non possiamo più permetterci di trattare la salute e l’ambiente come ambiti separati. Serve un approccio integrato, capace di includere il cambiamento climatico nei piani di prevenzione oncologica. È necessario rafforzare i sistemi sanitari nei Paesi più vulnerabili, garantire equità nell’accesso alle cure e migliorare la sorveglianza ambientale.

Massimiliano Fanni Canelles

Viceprimario al reparto di Accettazione ed Emergenza dell'Ospedale ¨Franz Tappeiner¨di Merano nella Südtiroler Sanitätsbetrieb – Azienda sanitaria dell'Alto Adige – da giugno 2019. Attualmente in prima linea nella gestione clinica e nell'organizzazione per l'emergenza Coronavirus. In particolare responsabile del reparto di infettivi e semi – intensiva del Pronto Soccorso dell'ospedale di Merano. 

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