L’AI che ricostruisce volti umani partendo solo da frammenti di DNA

Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale ha dimostrato di saper vedere molto oltre ciò che appare in superficie. Ma cosa succede quando l’AI prova a dare un volto a una persona partendo da qualcosa di invisibile a occhio nudo, come il DNA? Alcuni gruppi di ricerca stanno esplorando la possibilità di generare volti umani plausibili utilizzando informazioni genetiche anche parziali. 

Il DNA contiene istruzioni fondamentali per la costruzione del nostro corpo, come il colore degli occhi o la pigmentazione della pelle. Negli ultimi anni, combinando genetica, statistica e machine learning, i ricercatori hanno iniziato a tradurre queste informazioni biologiche in rappresentazioni visive. L’approccio non consiste nel “ricostruire” un volto reale e preciso, ma nel generare volti statisticamente coerenti con i dati genetici disponibili. Il risultato non è il volto di una persona, ma un possibile volto compatibile con quel patrimonio genetico.

Il processo può essere semplificato in tre fasi principali: vengono innanzitutto estratte dal DNA alcune informazioni chiave (ad esempio SNP, Single Nucleotide Polymorphisms) associate a tratti fisici noti. Successivamente reti neurali vengono allenate su dataset che collegano profili genetici a immagini tridimensionali o bidimensionali di volti reali. Infine a partire da un DNA incompleto, l’AI produce un volto sintetico che rispetta le probabilità genetiche apprese. Spesso si utilizzano modelli generativi avanzati, simili a quelli impiegati per la creazione di immagini realistiche, ma vincolati da parametri biologici.

Uno degli aspetti più critici è l’accuratezza. Molti tratti del volto umano non dipendono solo dal DNA, ma anche dall’ambiente e stile di vita di ognuno di noi, dall’età, e anche da fattori casuali dello sviluppo. Questo significa che due persone con un DNA simile possono avere volti molto diversi. L’AI, quindi, non “indovina” un volto, ma costruisce una media plausibile basata su modelli statistici.

Queste tecnologie possono invece aiutare a comprendere meglio le relazioni tra genetica e morfologia, con potenziali applicazioni in medicina e biologia evolutiva. Dal mondo dei videogiochi alla divulgazione scientifica, la ricostruzione facciale da DNA può diventare uno strumento narrativo potente, purché venga presentata con le dovute cautele.

Il DNA è il dato personale più sensibile che esista. Non riguarda solo l’individuo, ma anche i suoi familiari, presenti e futuri. Se da frammenti genetici è possibile ricavare un volto, allora la perdita di anonimato diventa un rischio concreto. A differenza di una password o di un documento, il DNA non può essere cambiato, e contiene informazioni che ancora non sappiamo interpretare completamente.

Ridurre l’identità di una persona a una sequenza genetica è una semplificazione pericolosa. Il volto umano è anche espressione, storia, esperienza, cultura. L’AI può creare immagini convincenti, ma non può catturare ciò che rende un volto umano nel senso più profondo.

L’idea di ricostruire volti umani partendo dal DNA rappresenta uno degli esempi più più chiari del grande potenziale e dei rischi dell’intelligenza artificiale moderna. È una tecnologia che affascina, ma che richiede regole chiare e soprattutto consapevolezza critica. Perché quando l’AI inizia a dare un volto ai nostri dati biologici, la domanda non è più solo cosa può fare, ma se e come dovrebbe farlo.

Riccardo Fanni Canelles

Ho frequentato la European School of Trieste dall’asilo fino alla terza media in lingua inglese, un percorso che mi ha dato un’impostazione internazionale e stimolante sin dai primi anni di studio. Attualmente sto concludendo il percorso Liceale all'istituto Galileo Galilei” di Trieste ( liceo Scientifico Tradizionale ). Coltivo da tempo un forte interesse per lo sviluppo tecnologico, con una particolare attenzione ai campi dell’intelligenza artificiale e dei videogiochi, che considero strumenti fondamentali per il futuro e potenti mezzi di espressione creativa. 

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